I cieli color cobalto – racconto di Giuseppina Sciortino

I cieli color cobalto - racconto di Giuseppina Sciortino

Sono nata tra i pioppi, sulle dolci colline abbracciate dai cieli tersi. Ricordo l’aria serena della Firenze antica, le serate primaverili illuminate soltanto dalle pallide stelle e dai lumi a olio. Mi sembra ancora di sentire l’odore del vento carico degli incanti di luoghi mai visti. E ancora lo schiocco di frusta che annunciava il cavallo al galoppo che portava Francesco a casa, la nostra.

Raccoglievo i suoi baci con l’impazienza e la gioia di giovane moglie bisognosa di essere adorata e protetta. Spazzolavo i capelli e coprivo il capo per nascondere le lacrime e celare i rossori. Avevo orrore della vecchiaia e nascevo e morivo ogni giorno.
Chi l’avrebbe mai detto che il mio tempo si sarebbe fermato ubbidendo al battito di mani di un ipnotico mago?
Non ricordo bene come successe ma, improvvisamente, mi trovai intrappolata in questo spazio non più largo d’una finestra, con le braccia intrecciate e il viso irrigidito nello sforzo di reprimere un sorriso sconveniente.

Sapeste lo strazio dell’attesa, l’angoscia di non capire, l’arrendersi all’immobilità del corpo quando, invece, la mente spicca il volo leggera.
Vorrei esser capace di raccontarvi, sopra ogni cosa, la sofferenza che provai -almeno prima che l’abitudine alla mia assurda condizione mi rendesse insensibile a ogni umiliazione- quando gli altri cominciarono ad assistere, muti e indifferenti, alla rappresentazione quotidiana del mio dramma.
Ah, se poi conosceste la solitudine del mio esilio in Francia, quando fui strappata per sempre alla mia amata Firenze di cui -quasi che l’artefice sconosciuto del mio infelice destino volesse aggiungere al danno anche la beffa- mi rimase solo la confusa immagine che vedete alle mie spalle. La paresi non me la rese subito manifesta e la scoprii per caso nel riflesso degli occhi di un uomo che mi parve molto triste.

Col tempo i suoni della lingua sconosciuta divennero dolci e melodiosi alle mie orecchie e, come la regina stanca di un regno desolato, mi affezionai alla mia reggia. Quando un giorno, con inaudita violenza, ne fui staccata patii di nuovo indicibile dolore. Poi tutto si aggiustò e superai anche quella prova.
Grazie al cielo adesso mi capita raramente di abbandonare i miei luoghi.
Attraversando i secoli e gli anni ho dimenticato il desiderio della carne, le emozioni giovanili e gli altri vizi del cuore.
Oggi non conosco più noia e rabbia, non mi intaccano freddo e caldo, non mi rallegra la bella stagione né mi deprime l’aridità invernale. Ho tutto il tempo che voglio per ricostruire i pezzi di quella vita normale che mi appare sempre più lontana e alla quale, sicuramente, volando sulle ore e sui giorni, ho aggiunto e tolto qualcosa ogni volta.

Giuro – e mi sembra strano dirlo non avendo alcun bisogno di farlo – di non aver mai adoperato nessun atto di volontà per divenire l’immagine stessa della bellezza, quale ora io sono.
Mi chiedo perfino se il ricordo di quell’esistenza lontana, tra i cieli color cobalto e i campi di grano, non appartenga in realtà a qualcun altro. Io non sono più carne, e, di certo, non lo sono mai stata.
Sono solo un sorriso smorzato. Dicono che il mio nome sia Lisa.

 

Giuseppina Sciortino

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