Fino al mare – Racconto di Stefano Marzetti

Fino al mare – Racconto di Stefano Marzetti

Oh estate
abbondante,
carro
di mele
mature,
bocca
di fragola
in mezzo al verde,
labbra di susina selvatica,
strade
di morbida polvere
sopra
la polvere
(Pablo Neruda)

1
La strada è tutta qui di fronte. Lunga e lucida come una cravatta grigia di cui non posso vedere la fine. Fa un caldo terribile e la pelle umida mi brucia sul collo dove mi sono sbarbato poco prima di uscire. I vestiti mi si sono appiccicati addosso. Vorrei tornare sotto la doccia. Buttarmi sotto il getto dell’acqua fredda con tutti i vestiti e lavare via il sudore.
Mi lascio alle spalle un’afa senza senso e senza speranza e quest’asfalto appiccicoso e puzzolente di catrame. Vado in montagna. Sarò lì mentre da queste parti si rincorrono giornate infuocate. Me ne starò sdraiato sull’erba all’ombra degli abeti e quando arriverà la sera indosserò una felpa per non sentire freddo.
Cammino e cammino, da ore, solitario. Mi sento un lupo scacciato, scappato dal branco.

2
«Scappo perché non sopporto più le persone. Non sopporto più nessuno».
«Mi sembra un discorso delirante», mi ha risposto Sefora quando le ho detto del mio programma. «Possibile mai che ogni volta tu ti riduca così?».
«Così è quello che vedi tu. Quello che nasce dal tuo giudizio. Io vedo solo che mi va di fare quello che mi va di fare».
«Io invece, Stellan, vedo che scappi. E lo dici pure che scappi. Quindi perché lo neghi?».
«E da cosa scapperei, secondo te?».
«È banale. Scappi dal mondo. Dalla gente».
«E secondo te perché questa fuga?».
«Non so Stellan, perché non me lo dici tu? Sono io, Sefora. Magari ti fa bene parlare con me. Ti potrebbe aiutare».
«Premesso che parlare con te non mi può aiutare, nulla vieta che io ora scelga di farlo. Ma non perché ciò possa aiutarmi, questo dev’essere chiaro. Lo abbiamo detto altre volte, no?».
«Certo, come vuoi tu… ».
«Comunque hai ragione sulla gente. Voglio allontanarmi dalla gente. Non la reggo».
«Questa non è una novità. Non sei mai stato un grande estimatore del prossimo. Anzi, a dire il vero, hai spesso dimostrato disprezzo per gli altri», ha detto Sefora da dietro gli occhi color miele incorniciati dai capelli castano scuro, tinti, tirati su in uno chignon un po’ disordinato affascinante.
«Non voglio saperne di codici. Almeno per qualche giorno quest’estate. E spero di trovarmi così bene da decidere di non volerne sapere mai più. E che l’estate diventi il per sempre».
«Ma quali codici? Parli dei comportamenti… ?».
«Certo. Di cosa altrimenti?», ho detto. «I codici di comportamento deprimenti, spossanti delle persone. Non voglio adeguarmi a loro. Ai loro sistemi, ai modi che li aiutano a restare del tutto sopra».
«Sopra?».
«Sopra il livello di guardia della loro paura. E della vergogna di mostrarsi un po’ di più. Parole e parole e parole spesso senza senso e senza fine. Parole come ruote sulle quali andare via. Lontano dagli indiscreti come me, che ogni tanto ti chiedono perfino “come stai?”. E loro restano così, sbalorditi di fronte a tanta impudicizia. Invadente. Così ti fanno sentire. Per aver detto un “ciao” seguìto da un nome proprio di persona, perché magari hai tentato di sentirti più vicino. Sentirsi più esseri umani, tutti quanti. In effetti, se guardi bene, non sono io che disprezzo gli altri. Sono gli altri che disprezzano me. Ma non me, me. Disprezzano tutto e non vogliono conoscere niente e nessuno. Hanno schifo del mondo, del prossimo, delle bestie e delle cose. Della natura. Di tutto. Non sanno avere rapporti con l’universo, se vogliamo chiamarlo così».
«Mi sembra una visione catastrof… ».
«Per favore, non mi interrompere. E non è catastrofismo. Prova a pensarci. La gente è così. Le persone, in fin dei conti, non esistono. Sono solo una parola, un’idea. Una supposizione, un concetto senza una traduzione nel reale. Perché le persone più che vivere, recitano. È tutto così fottutamente ridicolo e scontato. Si sente dovunque. Si legge, dovunque. Le persone si accontentano. Non prendono alcun rischio emotivo. Avanzano negli anni senza palpito. Non mordono e non inghiottono nulla. Si rimpinzano di piccoli bocconi senza forza e senza ricordo. E così non sono mai sazie. Continuano a parlare, a fare cose e a vedere gente ma non avvertono il sapore di ciò che fanno. Si muovono nel mondo senza gusto. Per star dietro ai bisogni degli altri si trasformano anche in disperati menzogneri. Si vestono da qualcun altro convinte di non poter deludere aspettative che sono soltanto le loro».

3
Quella è stata l’ultima volta che ho parlato a voce con Sefora. Eppure la ricordo così vicino, al mio fianco. Entrambi sballottati da un movimento di cui era impossibile rintracciare l’origine. Forse il movimento dell’esistenza stessa, che a volte ti culla e a volte ti dà la nausea. Ma in questo muoverci sono sicuro che Sefora mi infondeva il coraggio di restare a galla. Come aggrappato a un pezzo di legno fra le onde, unica speranza di salvezza.
Cammino. Mi guardo intorno in cerca di conferme. Conferme che la strada che percorro sia quella che mi serve. Guardo le piante e le rocce e cerco di capire se cambiano nel modo giusto man mano che mi allontano dalla città e mi avvicino alla montagna. Percepisco odori diversi rispetto a quando ho cominciato il mio cammino. La barba rasata non brucia più.
Guardo la strada e mi aspetto che da un momento all’altro questo rettilineo lasci il posto a curve e tornanti. Guardo il cielo e mi aspetto che fra poco il bianchiccio umido lasci il posto all’asciutto celeste. Guardo ai lati della carreggiata e mi aspetto di vedere armenti a brucare. Qualche mucca, capre, pecore, lama. Intanto la strada continua a salire. Ecco le curve, adesso. Ogni tornante mi ricorda le piste delle automobiline con cui giocavo da piccolo. Quelle con la linguetta che andava infilata in mezzo alla rotaia della strada di plastica e che conduceva la corrente. Movimento perpetuo in un girare senza fine.

4
Il cielo è sereno. Giusto qualche nuvolaglia bianca come il latte, laggiù, quasi all’orizzonte, illuminata dal sole che scende inesorabile in questa giornata di agosto. Sembra quasi ci sia là in alto un gigantesco paralume chiaro che scherma una luce abbagliante. Il cui fulgore comunque perfora le nuvole e dipinge una striscia luminosa dai contorni perfetti. Come se qualcuno avesse tirato un’unica pennellata di bianco. In trasparenza montagne più distanti che si sovrappongono l’una con l’altra di circa la metà come coni in successione e in linea orizzontale. E a mezzo chilometro circa da me, una collinetta su cui sorge una torre diroccata, invasa da rovi e sterpaglie. Un albero vi cresce dentro, germogliato chissà quanti secoli fa. Dalla parte opposta, ancora più in alto, qualche nevaio, che attende i primi supplementi di fiocchi che cadranno in autunno o forse ancor prima. Il guardrail ripara il mio passaggio da un lato e, da quello opposto, reti metalliche sostengono rocce troppo fragili e stanche per restare appese alla costa senza un aiuto. Fa meno caldo e un cinguettio accompagna il mio viaggio.
A un certo punto la prima baita. La direzione è quella giusta. Non ho più dubbi. La città è lontana. Non ne sento né il rumore, né la puzza, né l’umidità del mare marcio del porto. Il fetore delle fogne, delle funi putrefatte e dei rivoli di nafta sotto gli scafi delle petroliere. Tutto è solo un ricordo che diverrà sempre più debole e poi, magari, andrà in archivio nel mio subconscio insieme a milioni di altre immagini che vorrei scartare.

5
Leggo l’insegna Ristorante e mi viene voglia di mangiare. Entro. Non c’è nessuno, a parte un tavolo a cui siede solo un uomo più o meno della mia età. Ha i capelli biondo chiaro e la pelle butterata e lattea come le nuvole di fuori nel cielo. Alza la testa dal piatto con lo spezzatino e mi lancia un’occhiata. Sorride, forse è uno straniero. Scelgo un tavolo distante ma il biondo solleva un braccio e in un italiano stentato dice: «Siediti qui con me. Ti va?». In effetti non mi va nemmeno un po’. Ma non ho neppure voglia di essere maleducato. Sono incuriosito e lo accontento.
«Ciao, sono Arbo», continua a sorridere.
«Stellan, ciao», gli dico mentre mi siedo e mi sforzo di sorridere a mia volta.
«Arrivo subito», dice un cameriere da dietro il bancone. La luce è soffusa e c’è piacevole odore di cucina fra i tavoli di legno.
«Dove vai?», mi dice Arbo.
«Vado in montagna. Anzi, mi pare proprio di esserci già».
«Eh no, caro. Sei nella direzione sbagliata. Se continui di questo passo ti ritroverai al mare in poche ore».
«Lo guardo e sgrano gli occhi. Ora mi accorgo che è bizzarro. Non ha neppure lo sguardo intelligente. Mi sento in trappola seduto a quel tavolo».
«Non credo proprio di aver sbagliato strada. Vengo dal mare e ciò che vedo sempre più intorno a me ha tutta l’aria di essere montagna. Com’è quello spezzatino?», chiedo al biondo mentre il cameriere si accosta al nostro tavolo. Ha il volto paonazzo e pochi, sottili capelli marroncini. Gli occhi lucidi. Arbo non risponde e sorride mentre guarda il proprio piatto. «Uno spezzatino come quello», dico. «Birra anche. Grazie».
«Porto tutto subito», dice il cameriere.
«E così, se proseguo su questa strada, arrivo fino al mare?», punzecchio Arbo, per nulla certo che lui coglierà il mio tono sarcastico.
«Certo, quanto è vero che quello che hai ordinato è spezzatino».
«Io vedo che è una strada che va in salita. So che alle spalle mi sono lasciato il mare e che il paesaggio è sempre più quello della montagna».
«Come vuoi tu, Stellan», dice il mio commensale. Non sono io quello che vuole rovinare i tuoi sogni». Sorride. Adesso ho la certezza che sia stupido. Lo spezzatino con le patate è il migliore che io abbia mai mangiato. Sa di paprica e cumino. La birra è la cosa più azzeccata con cui potessi accompagnarlo.
«Diciamo che i sogni in genere restano tali e quindi sono disposto a farmeli rovinare – gli dico – Com’è possibile che sia vero quel che dici? Questa strada, nella direzione in cui la percorro io, sale sempre più in montagna. Nessun mare, caro Arbo».
«Non sei il primo illuso, sai Stellan?». Il suo sorriso adesso è più amaro, più lontana e rapita da qualcos’altro l’intensità con cui mi guarda negli occhi. Come se ricordasse cento altre conversazioni come quella.
«Illuso? Di cosa?».
«Illuso che l’estate arrivi così e passi altrettanto facilmente. Illuso che tutto ciò che farà sarà portarci il sole, giornate più lunghe, una luce così intensa da farci commuovere».
«A dire il vero io non mi aspetto tutte queste cose dall’estate – dico – Vedo che le porta con sé. Ma non mi interessano. Io uso l’estate per andare via. Scappo anche dall’estate e da tutto ciò che gli altri cercano in questa stagione. Scappo dal mare».
«Ma tu non puoi scappare dal mare», insiste Arbo.
«Lo sto facendo, invece, caro mio».
«Te l’ho già detto. Tu stai andando verso il mare».
«E allora vuol dire che tornerò indietro». Ormai sto al suo gioco.
«Puoi tornare indietro o andare avanti – dice il biondo dallo strano accento – Il tuo destino non cambierà».
«Perché dovrebbe andare come dici tu, Arbo?».
«È l’estate, amico mio. È colpa della stagione. C’è una miriade di strade, Stellan. E ogni strada chiede di potersi tuffare nel mare. Perché la tua dovrebbe essere diversa?».
«Io vado in bagno», dico alzandomi.

6
Finito, torno al tavolo e Arbo non c’è più. Solo il mio posto è rimasto apparecchiato, con un po’ di spezzatino ormai freddo nel piatto e il bicchiere vuoto della birra.
«Dov’è Arbo», chiedo al cameriere con gli occhi lucidi che si attarda fra gli altri tavoli infilando tovaglioli di carta in contenitori fatti di corda color cotone naturale. Fuori dalle finestre la luce è quella della sera che bussa alle porte e si scioglie fra le piante. Avverto un brivido come di aria fresca.
«Chi è Arbo?», dice il cameriere.
«Arbo! L’uomo che era seduto a questo tavolo con me».
«Quando?».
«Come quando? Fino al momento in cui sono andato in bagno».
«Lì con lei non c’è mai stato nessuno», dice il cameriere dall’altra parte della sala da pranzo.
«Se è uno scherzo fatico a divertirmi», dico e cerco di non mostrare inquietudine.
Il cameriere sorride triste. «La conosco appena signore. Come potrei prenderla in giro. Lei è arrivato qui da solo e ha mangiato da solo. Non c’è mai stato nessuno insieme a lei. Ora mi scusi, ma devo andare in cucina».
Le mie mani e le ascelle sono sudate. Le estremità mi formicolano. Lo spezzatino sembra voler uscire da dove è entrato. Torno al bagno e vomito nel primo water su cui posso piegarmi. Mi sembra che gli occhi debbano schizzarmi dalle orbite. Resto così, dentro la toilette, a fissare l’acqua in fondo alla tazza, dove galleggiano sfilacci di carne con succhi gastrici e liquido giallognolo che fu la mia birra. Vorrei potermi sedere in terra se non mi facesse così schifo farlo in un bagno pubblico. In un lavandino mi sciacquo il viso e faccio gargarismi con acqua fredda di montagna. Lo specchio mi restituisce il volto di un uomo smarrito. Decido che io sono ok e che i problemi sono tutti del cameriere.
In sala da pranzo ora sono davvero solo. Mi sento spossato come se fossi in viaggio da giorni senza sosta e senza sonno.
«Senta!», grido al cameriere, e sono certo che lui non sia frutto dell’equivoco e spero che non sia così folle da far finta che in quel posto non ci sia mai stato neppure io. Ho la tentazione di chiedergli se ho per caso mangiato lì poco fa. Decido di non aggravare la mia condizione e anche di non giocare con la follia del cameriere.
«Eccomi», dice l’uomo sbucando da dietro una spessa tenda di cotone verde. Di fianco mensole cariche di liquori e bevande per cocktail.
Non resisto. «Lei dice che io ho cenato da solo. Ma quando le ho detto che volevo lo spezzatino come quello del signore lei non mi ha fatto notare che con me non c’era alcun signore».
«Ma lei non mi ha nominato nessun signore. Lei mi ha soltanto detto che voleva dello spezzatino come quello che teniamo nella vetrinetta del bancone».
«Io le ho indicato lo spezzatino dell’uomo seduto di fianco a me».
«Lei non ha indicato nulla e io adesso ho molto da fare».
«Qui si può anche dormire, vero?», dico.
«Sì, le stanze sono tutte libere».
«Strano – dico – In alta stagione».
«Noi siamo solo in una zona di passaggio. Se non passa nessuno, nessuno si ferma a dormire. C’è solo lei, signore», dice il cameriere e dopo pochi secondi scompare dietro la tenda verde. Sul bancone ha lasciato delle chiavi con il numero della mia camera da letto».

7
Entro nella stanza in cui trascorrerò la notte. È una mansarda piuttosto piccola e tutta in legno color marrone chiaro. C’è un matrimoniale francese con baldacchino, anch’esso in legno. Nonostante sia estate il copriletto è pesante, trapuntato con ricami a triangoli equilateri su sfondo a quadri bianchi e marroni. Alle spalle del letto una finestra che affaccia su un boschetto di abeti e di lato un’altra finestra, anch’essa sulle piante che salgono orgogliose. Sul soffitto un lampadario-ventilatore e ai piedi del letto uno zerbino beige con una cornice rossastra. Il pavimento è perforato da un abete gigante che trafigge la stanza ed esce dal tetto. L’effetto è fantastico. Mi riconcilio col luogo e comincio a ridimensionare il comportamento del cameriere. Del biondo ricordo poco più del nome. Arbo, si chiamava.
Dormo di un sonno profondo e appagante, attraversato da un sogno di suoni, nitido come di rado mi è accaduto. Ancora nel letto ricordo come una sinfonia che ho appena finito di ascoltare. Nelle orecchie lo sciacquio delle onde sotto assi di legno e schizzi salati che mi bagnano le labbra e mi punteggiano il viso scaldato dal sole dell’alba. Dormo e sento il rumore di soffi d’aria compressa e poi ancora schizzi e il rumore di acqua di fontane intorno a me. Il letto che si muove come galleggiasse e navigasse in una direzione che io, ad occhi chiusi, non posso stabilire.

8
Qualcosa, qualcuno mi scuote una spalla. Apro occhi appiccicosi e la luce dalla finestra mi ferisce le cornee. Mi abituo al chiarore e vedo il volto di un’infermiera che mi parla. «Mi può sentire?», dice. E io come per miracolo la sento ma non riesco a dire una parola. Ho la bocca impastata di sale e non ce la faccio ad aprirla. Scuoto la testa per far capire che non posso rispondere. Intorno odore d’alghe e pesce, come giungesse dalla mia testa, dai capelli. Mi bruciano i piedi, i talloni, quasi che qualcuno mi avesse punzecchiato, ferito, morsicato. Ho la pelle infiammata, come se avessi trascorso molte ore sotto il sole. In qualche modo, con lo sguardo, faccio capire all’infermiera che voglio comunicare. Che voglio che mi spieghi.
«Si trova in ospedale», mi dice. È una donna non più giovane. Ha un viso gradevole. Sulla testa un cappellino circolare bianco con una striscia blu, come una coroncina. Ha un camice candido che le dona un’eleganza virginea. Su uno dei baveri è attaccato un cartellino di riconoscimento ma con gli occhi che mi bruciano non posso leggere il nome. Lei mi porge un giornale. Riesco a tenerlo in mano. Me lo avvicino il più possibile e leggo. Leggo che sono stato tratto in salvo da una nave da crociera mentre galleggiavo senza meta decine di miglia al largo della costa più vicina. Gettato come un fantoccio su una specie di zattera fatta di assi di legno inchiodate alla bene e meglio. Scortato da balene mansuete e minacciato da branchi di pesci voraci che hanno ferito le mie gambe rimaste immerse nell’acqua.
Le ricerche continuano ma ancora nessuna traccia dei miei fratelli che dalla montagna erano scesi con me fino al mare. Sefora e Arbo. Ora ricordo l’ultima volta che ho parlato con loro. E mi sovviene la luce della montagna e quanto mi emozionava il fruscio del vento fra i rami degli abeti e lo scroscio di piccole cascate tutt’intorno. Butto in terra il giornale. Sdraiato sul letto di quest’ospedale chiudo gli occhi e mi lascio trasportare da pensieri ormai alla deriva. E l’unica cosa che può salvarmi da questa follia è il suono dello sfarfallio di milioni di foglie intorno a me, in questo disgraziato giorno d’estate.

 

 

Silvia Cipolletti

 

 

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