Era d’agosto – Racconto di Agata Bonanno

Era d’agosto - Racconto di Agata Bonanno

Io, mia sorella e i miei tre cuginetti, giocavamo felici in cortile.
Il salto con la corda, il gioco del fazzoletto e della palla e in ultimo il gioco della campana, a saltare dentro i grandi rettangoli disegnati a terra con un gessetto, contrassegnati con i numeri da uno a dieci.
Quei giochi all’aperto, vissuti in assoluta libertà di espressione e competizione tra di noi, ci regalavano emozioni talmente grandi che neanche la televisione con la TV dei ragazzi e la trasmissione di Bim Bum Bam erano in grado di farci fermare.
La nostra scelta erano sempre i giochi all’aperto.
In tutto eravamo cinque, quattro femminucce e un maschietto, ma spesso si aggiungevano a noi altri bambini del quartiere e insieme giocavamo senza stancarci mai fino all’ora di cena, quando ogni genitore chiamava i propri figli per nome, invitandoli a rientrare a casa, in tempo per lavarsi le mani e sedersi a tavola.
Le cene d’estate erano rappresentate molto spesso da una semplice insalata di pomodoro e mozzarella, o da un piatto di melanzane fritte con sopra la salsa di pomodoro fresco e una spolverata di parmigiano grattugiato.
Altre volte, ancor prima del tramonto, aleggiava invece nell’aria il profumo intenso dei peperoni arrostiti sulla brace o del pesce arrostito che mia madre e altre donne del vicinato preparavano ognuna nel proprio cortile di casa, insaporendo il tutto con salmoriglio alla menta.
Era un tripudio di odori che si mescolavano gli uni agli altri, accompagnati dal fumo bianco sottile che si diluiva nel cielo all’imbrunire.
Ancora oggi, che da quell’epoca di cui racconto sono trascorsi più di cinquant’anni, riesco a conservarne intatto il ricordo e la visione del vicolo dove abitavamo, così profumato di odori e allegro delle nostre grida e del vociare delle nostre mamme.
Fu durante uno di questi splendidi pomeriggi estivi della mia infanzia, che un giorno d’agosto ascoltai mia madre mentre parlava con mia zia in merito a una prossima gita da farsi, tutti insieme.
Le due sorelle piegavano le lenzuola e parlavano ridendo tra loro.
La gita era stata organizzata dalla Parrocchia della Chiesa Madre del mio paese e si sarebbe fatta il venticinque agosto con meta alle Isole Eolie.
La mia gioia e quella di tutta la banda composta da sorella e cugini fu immensa, anche se non sapevamo esattamente dove saremmo andati.
Avevo sette anni e se pur abitavo in Sicilia che è un’isola e sapevo che era circondata dal mare, il mare non lo avevo mai visto.
Il paesino dove vivevamo, alle pendici dell’Etna, era molto grazioso e ricco di castagneti in prossimità delle zone di periferia e quindi c’era il culto della gita in campagna, ma al mare non eravamo mai andati, forse anche perché non avevamo la macchina.
In gita alle isole Eolie saremmo andati in autobus e dovevamo partire alle quattro e mezza del mattino dal grande piazzale antistante la Chiesa, dove era fissato l’appuntamento.
I giorni che seguirono fu deciso con largo anticipo dalle due famiglie l’organizzazione da farsi in merito alla gita e fu stabilito che la sera del ventiquattro agosto avremmo dormito tutti a casa mia, che era più vicina al luogo della partenza.
In fondo era estate e si poteva dormire per una volta accomodati tra i letti e brandine di fortuna allestite per l’occasione.
Ma quella sera, a differenza di tutte le altre in cui crollavo dal sonno subito dopo cena, né io, né mia sorella e i miei cugini riuscimmo a prendere sonno facilmente.
Eravamo cosi eccitati per l’imminente avventura di quella gita, che ci rotolavamo continuamente da un lato all’altro ridacchiando senza sosta e cercando di indovinare gli odori delle pietanze che mia madre e mia zia stavano preparando per il giorno successivo.
Di fatto era già mezzanotte e la casa odorava di cotolette, polpette e frittate come fosse mezzogiorno.
Alle tre e mezza la sveglia per tutti, che in poco tempo dovevamo essere pronti a partire.
Noi bambini, pur non avendo dormito quasi niente, avevamo già l’argento vivo addosso e durante il breve tratto di strada da casa mia alla Chiesa Madre ci eravamo messi a correre per arrivare prima dei nostri genitori che andavano più a rilento, affardellati dai borsoni contenenti i viveri per la giornata.
I grilli non avevano smesso ancora di cantare e la luna brillava nel cielo, quando finalmente partimmo ancor prima dell’alba, con una temperatura ancora fresca per via dell’effetto della notte.
Sull’autobus i grandi chiacchieravano e noi bambini cantavamo canzoncine.
Per arrivare a Milazzo fu utilizzato il percorso interno della Sicilia, passando per i monti Nebrodi e le Madonie su strade piene di curve che mi fecero attorcigliare lo stomaco come una matassa di lana fino allo spasimo.
Ora, conati di vomito mi coglievano all’improvviso fino a lasciarmi stremata, tanto è che a un certo punto per la stanchezza mi addormentai.
Ogni tanto aprivo gli occhi e vedevo ancora buio e poi d’un tratto, le montagne cominciarono a illuminarsi dei chiarori dell’alba e finalmente spuntò il sole.
In quella luce magnifica che dava un senso di pace ai contorni del panorama che mi si snodava davanti, finalmente anche il mio stomaco trovò pace e richiusi gli occhi.
Ad un tratto mi sentii chiamare: “ svegliati Agatella “ diceva mia mamma, stiamo arrivando a Milazzo, guarda laggiù, c’è il mare.
Stropicciandomi lentamente gli occhi, mi accorsi dell’immensa distesa di acqua azzurra che vedevo dal finestrino dell’autobus, mentre il mezzo si avvicinava sempre più al porto di imbarco per le isole Eolie.
Era uno spettacolo unico ed io non sapevo ancora che da quel lontano millenovecentosessantadue avrei in seguito ricordato per sempre quell’immagine.
Il tempo della traghettata da Milazzo alle isole Eolie fu una festa.
Guardavo incantata il brillare del mare sotto i raggi del sole e nel frattempo mangiavo di gusto un panino con la mortadella.
La scia di schiuma che lasciava la nave mi sembrò una cosa straordinaria e quando arrivammo a Lipari mi ero ripresa perfettamente dallo stato di malessere che mi aveva procurato il viaggio in autobus tra le curve.
Ricordo che davanti al Duomo dell’isola c’era una donna ancora giovane con una bimba in braccio e chiedeva l’elemosina.
Era vestita di stracci e la piccola piangeva, pensai che potesse aver fame o sete.
Mia madre prese qualche spicciolo dal portamonete e lo offrì alla donna, io invece dissi all’orecchio a mia madre: “ hanno fame, diamogli qualcosa da mangiare “.
Così, da uno dei borsoni con i viveri, furono prelevate due pagnottelle con le frittate e
qualche cotoletta di carne, sistemate in pacchetti carta.
La zingara accettò con gioia quel cibo e rispose : “ Il Signore ve ne renda merito “, poi ci regalò una immaginetta sacra della Madonna dell’Isola.
Era già buio quando risalimmo sull’autobus a Milazzo per il viaggio di ritorno e questa volta, stanca e felice per la bellissima giornata trascorsa, mi addormentai in un attimo accoccolata sul grembo di mia madre, mentre lei mi carezzava i capelli.
Sempre, quando ripenso a quella gita d’agosto del millenovecentosessantadue, mi convinco che fu in quell’occasione che mi innamorai del mare e ancora oggi con i suoi colori e le sue nenie è sempre il mare ad incantarmi e a farmi sentire bambina.

 

Agata Bonanno

 

 

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