Elliott, Clyde e il Carillon (Una storia di Natale) – racconto di Gabriele Serani

Elliott, Clyde e il Carillon (Una storia di Natale) - racconto di Gabriele Serani

CAPITOLO I: IL CARILLON

In una soffitta, di una casa, in una città nel nord del mondo, tra scatole di cartone, vecchi mobili impolverati, giocattoli di epoche passate e quant’altro servisse di tanto in tanto, vi era un oggetto che da qualche tempo aveva trovato una nuova vita. Si trattava di un antico carillon alquanto particolare e che certamente meritava di stare in un luogo più dignitoso della soffitta in cui era finito.
Per essere precisi, si trattava di una scatola musicale o “Boite a Musique”, come in effetti, era stata chiamata dal suo inventore ginevrino. L’oggetto, come suggerisce il nome stesso, era destinato principalmente a riprodurre un brano musicale di una certa popolarità. Un tempo, uno o due secoli fa’, se ne costruirono in quantità industriale, erano se volete, gli antenati delle registrazioni musicali che poi furono realizzate su dischi di bachelite ed eseguite con l’ausilio di un fonografo. Oltre a riprodurre una sequenza musicale, alcuni modelli di carillon furono destinati a utilizzi supplementari, tra tutti il più comune era il cofanetto porta gioielli.
Molti modelli di carillon poi non mancavano di avere sulla parte sovrastante un personaggio a mo’ di statuina che si muoveva ed era in qualche modo legato al brano eseguito dallo strumento. Così immaginate ad esempio: una ballerina in punta di piedi nell’intento di fare una piroetta andava insieme a un pezzo tratto dal “Lago dei Cigni” di Tschaikowsky, un valzer viennese poteva andar bene per una coppia di sposi nell’atto di ballare e se il personaggio era un Pierrot, non è escluso che il brano fosse “Claire de Lune” di Debussy .
Il personaggio del nostro carillon era unico e non stupitevi se vi dico che si trattava di un topo. “Un topo?” Direte voi: “Cosa c’è di unico in un topo?”
E’ vero, un topo è un animale assai comune, ma trovarselo su un carillon non lo era di certo. Ci viene da pensare che la persona che ideò quell’oggetto potesse avere una predilezione per i piccoli roditori, ipotesi che ci sembra plausibile vista la ricchezza di particolari del personaggio e il modo in cui era stato abbigliato.
La riproduzione del topo, di dimensioni quasi reali, era in effetti, l’allegoria di un pirata o corsaro che dir si voglia. Sul volto aveva la classica benda che gli copriva un occhio, le zampine erano infilate in un paio di ampi stivali di cuoio, mentre sul capo troneggiava una specie di tricorno con una piuma nera conficcata su un lato. Il piccolo animale si teneva in piedi mentre impugnava in una delle zampine anteriori un fioretto e non una sciabola come ci si poteva aspettare da un pirata, che brandiva puntandolo su un pezzo di formaggio che gli era stato messo di fronte.
L’oggetto, abbiam detto, era un vecchio modello di carillon come non se ne fanno più da cent’anni. L’involucro di ciliegio era stato laccato finemente tanto da risaltare alla perfezione le venature ondulate del legno, mentre la protezione era un coperchio di ottone a forma di cupola, che si sollevava automaticamente, non appena si rilasciava il meccanismo di carica. Il tamburo su cui era registrato il pezzo musicale, era azionato tramite una molla a spirale che andava caricata attraverso una chiave posta su un lato della scatola.
Le scatole musicali, sono strumenti che persero rapidamente importanza con l’avvento del fonografo, ma fino al quel momento ne furono costruiti veramente di tutte le dimensioni, iniziando da esemplari piccoli al punto da star dentro un orologio da tasca, per finire con modelli grandi come un organo da chiesa e capaci di suonare brani anche molto complessi.
In quanto alla scelta musicale, com’è noto, i pezzi più suonati sono valzer, nel caso del nostro carillon invece si trattava di una danza quanto mai originale. Il suo costruttore, che non sembrava certo a corto d’idee fantasiose, riuscì con grande abilità a registrare sul cilindro di memoria la danza Ungherese numero cinque di Johannes Brahms.
La danza numero cinque è la piu’ conosciuta tra le tante danze zigane composte da Brahms durante la sua carriera di compositore. Il pezzo, di corta durata, è un Allegro in fa diesis e fu scritto per essere eseguito da un’orchestra, immaginate dunque, quanto possa essere stato difficile riprodurre tutte le note sul registro del carillon. L’artigiano che registro quel pezzo era evidente che conoscesse a fondo la partitura e non è escluso che fosse egli stesso un musicista.
Come in tutti i carillon racchiusi in una scatola le note musicali, sono generate da lamelle sottili fatte vibrare dalle protuberanze distribuite sul tamburo rotante. Nel nostro caso, il pettine di lamelle era stato costruito con una lega di metallo ricca di nichel con lo scopo di migliorare la precisione e l’effetto eco delle note e finemente laccate in oro per evitare la possibilità che l’ossidazione del metallo ne limitasse la vibrazione.
Quale idea poteva avere in testa l’artigiano o meglio artista, vista l’unicità dell’oggetto, nel combinare la musica con il personaggio? Un topo vestito da pirata che si muove al ritmo di una danza zigana? La ragione esatta di quella scelta non ci è stata tramandata, ci viene da pensare che il carillon fosse stato commissionato per essere donato a un bambino poiché, giaceva in soffitta tra altri giocattoli della stessa epoca o forse chi lo aveva costruito voleva semplicemente misurare la sua abilità artigianale per sua soddisfazione personale o per ricavarne un lauto profitto.
Altresì, non abbiamo indizi per stabilire con precisione se la realizzazione dello strumento fosse il frutto del lavoro di un singolo, o il risultato dell’assemblaggio di parti provenienti da diversi laboratori artigianali. Di una cosa, però siamo certi, la sua provenienza. La scatola musicale era di fabbricazione Polacca, come suggeriva la targhetta metallica apposta sul lato posteriore dello strumento, e più precisamente proveniva dal laboratorio di un certo L. Sadonwsky & F.lli di Varsavia.
Il proprietario, o i proprietari dell’oggetto, giacche’ è possibile che nel corso del tempo ne abbia annoverato più d’uno, ne doveva avere tenuto buona cura tanto che la scatola di legno laccato non presentava alcun graffio. Anche le parti meccaniche funzionavano con perfetta precisione e senza che una sola nota fosse persa o si udisse stonata.
“Miei cari, non credete che sia strano, che quell’oggetto fosse stato abbandonato?” Un piccolo gioiello d’ingegneria di quella fattezza meritava di certo che qualcuno se ne curasse o magari essere esposto come soprammobile e perché’ no, usato per divertire i bambini che pure non mancavano in quella dimora cittadina.
Povero carillon, invece era finito in una soffitta a impolverarsi e con il destino certo di finire un giorno al macero. A pensarci bene, non è forse quello che accade a molte delle cose che possediamo?
Ci liberiamo di un oggetto per una ragione o un’altra e spesso perché’ non lo troviamo più utile. Così inizia il lento processo di smaltimento: all’inizio l’oggetto è relegato in un angolo della casa e utilizzato sempre più raramente, poi finisce per essere dimenticato, finche’ un giorno è ritrovato, inscatolato e trasferito in soffitta o in altri casi, venduto, donato o portato al macero. A volte può capitare di sostituire oggetti con altri più moderni, o più efficienti, mentre quelli divenuti obsoleti ancora una volta finiscono per diventar parte di depositi, come cantine, solai, o garage che dir si voglia.
Non è escluso che alcune cose lasciate inutilizzate per un periodo, tornino a nuova vita, e magari utilizzate in modo diverso da quella che era la loro funzione originale. Ci sono oggetti che con il tempo invece di perdere, acquistano valore, e che la persona che li possiede non ne sia consapevole. Questo è un caso molto frequente e i mercati delle pulci sono pieni di cose del genere.
Una cosa che non possiede un valore materiale che si conserva nel tempo è facile che cada nell’oblio o addirittura riciclata. Mentre l’esatto contrario accade a cose il cui valore è riconosciuto e si può estimare, come ad esempio un gioiello, un dipinto di un artista conosciuto o cose che valgono solo perché’ appartenute a un personaggio famoso. Questa è la famiglia di oggetti destinati a vivere per l’eternità e che spesso finiscono nei musei e acquisiscono un valore che definiamo inestimabile.
Ci sono invece, cose che hanno quello che comunemente chiamiamo, “valore affettivo”, in altre parole la percezione di attaccamento a quello che l’oggetto ci ricorda, o come spesso accade, alla persona che l’ha donato. Il valore di questi oggetti è derivato dal giudizio di un singolo o di un gruppo di persone, come i membri di una famiglia e per questo non è trasferibile né può essere venduto o barattato.
Il nostro carillon è certo che appartenesse al genere degli oggetti dimenticati, di grande valore evidentemente ignorato da chi lo possedeva e con dubbio valore affettivo visto il suo stato di abbandono. Il fatto però, che avesse perso importanza tra i membri della razza umana che pure lo avevano concepito e posseduto, non escludeva, come vedremo, che abitanti di quella casa di altre razze ne facessero di nuovo uso apprezzandone le sue grandi qualità.

CAPITOLO II: ELLIOTT

Le soffitte come si sa’, albergano animali di vario tipo, vi si trovano insetti grandi come i ragni e minuscoli come le tarme del legno, uccelli tra cui le rondini e mammiferi come i pipistrelli, giusto per citarne alcuni tra i più comuni. La nostra soffitta non era da meno, vantava una fauna florida e variegata, ma a differenza delle altre, annoverava un membro la cui intelligenza superava la media di ogni simile appartenente alla sua specie.
Nonostante le fattezze minute e una fama che certo non gli rendeva giustizia, il nostro ospite aveva delle doti quanto mai rare e capacità che gli permettevano di condurre un’esistenza dignitosa e particolarmente tranquilla.
Vi domanderete: “Chi mai poteva essere quell’inquilino?” Beh, vi garantisco che è tutt’altro che ovvio. Però, a pensarci bene la scelta è limitata; escludiamo innanzitutto i pipistrelli che poverini sono cechi, fanno una vita notturna e si nutrono di nottole, lasciamo fuori le tarme poiché’ per quanto laboriose non ci si aspetta che siano capaci d’altro che fare tunnel nel legno dei mobili, che si trattasse di un ragno era possibile, soprattutto quando vedete con che intelligenza e precisione, costruiscono le loro intricatissime tele ma ahimè, non si trattava neppure di un ragno. A questo punto non ci resta che una possibilità.
Il nostro ospite era un topo, eh sì, miei cari, proprio cosi, uno di quei piccoli roditori che sembrano prediligere formaggio e semi di grano e che per questo finiscono spesso in trappola o perseguitati da felini domestici loro acerrimi nemici.
Un topo che vive tutto solo in un solaio è un fatto abbastanza particolare. I topi, si sa, sono creature che si riproducono in gran numero: “Non trovate bizzarro che ve ne fosse rimasto uno a vivere solo come un eremita?” In effetti, il sottotetto della nostra casa era stato sì, anch’esso, la dimora di una numerosa comunità di roditori, ma questo durò finche’ un giorno, arrivò in casa un nuovo ospite e il destino di quell’onorata famiglia prese un altro corso.
Da qualche tempo, il padrone di casa stanco di trovare nella sua soffitta, residui di oggetti rosicchiati, e quant’altro di sgradevole e nauseabondo, pensò di procurarsi un gatto proprio con l’intento di far fuggire i topi e assicurarsi che non tornassero mai più.
Però, prima di occuparci del nuovo ospite, è bene che vi doni ancora qualche ragguaglio sul topo che da solo era rimasto a garantire la presenza di una fauna di rispetto in quel luogo polveroso.
I topi ad eccezione di qualche caso fortunato non hanno nome. Si tratta di un animale cui non diamo una grande importanza, nella maggior parte dei casi la gente pensa a sbarazzarsene, ma ci sono casi di esemplari di topi, ratti, o razze simili, che vivono come animali domestici al pari di cani, gatti, uccelli, rettili e pesci che dir si voglia. Per questo mi sembrava doveroso che anche il topo della nostra storia avesse un nome e che tale appellativo fosse consono al suo aspetto. Così, dopo un attento esame di vari nomi e del loro significato, decisi di chiamarlo “Elliott”.
Ora vi chiederete: “Perché mai Elliott?” perché’, non invece Giovanni o magari Michele che si avvicina molto a Micky, il topo più famoso del mondo. A dire il vero non vi è un granché di razionale nella scelta, penso che Elliott fosse un nome tutto tondo che si sposava bene con l’aspetto pacioccone del topo, e poi perché’ Elliott è un nome non comune, come non comune è il piccolo roditore di questa storia.
Dicevamo, Elliott era stato membro di prolifera famiglia di topi, che dimorava in quel solaio da generazioni. Non sappiamo con esattezza quanti fossero i membri di quella comunità, poiché ne venivano e partivano in continuazione; tuttavia si può ipotizzare che ci fossero tanti topi quanti ne bastavano a far preoccupare il padrone di casa.
Per farvi un’idea di che aspetto avesse Elliott, immaginate il tipico topino da granaio: sguardo furbo, muso rosa appuntito, baffi rigidi come aghi infilati sul puntaspilli di una sarta e un bel manto peloso color caffelatte. Ecco, Elliott era proprio così, solo un po’ più grassottello e con due orecchie che se fossero state sulla testa di uno di noi, le avremmo definite a sventola: ed erano proprio quelle orecchie a fare di Elliott un topo fuori dal comune, anzi, forse unico nella sua specie. I suoi padiglioni auricolari erano più’ grandi della norma, orientati in modo tale da catturare suoni e vibrazioni con la stessa abilità del suo parente volatile il pipistrello. Se Elliott era ancora vivo, un po’ lo doveva anche alle sue orecchie: lo prevenivano da pericoli imminenti aiutandolo a orientarsi senza indugi negli angoli bui del solaio in cui i soli occhi non erano sufficienti per spostarsi senza finire per avere un incidente.
Non vi era rumore fosse stato, soffice come il battito di un’ala, felpato come il passo di gatto o lo scricchiolio quasi impercettibile di una tarma, che la bestiola non avvertisse in tempo e giudicare se svignarsela o non curarsene.
Elliott di natura onnivora mangiava un po’ di tutto, ma date le circostanze e l’abbondante disponibilità, la sua dieta era soprattutto a base d’insetti, come ragni e scarafaggi. I topi, è noto hanno la passione del rosicchiare ed Elliott in questo non era un’eccezione prediligendo i piedi di una vecchia sedia e un paio di libri che usava per mantenere in buono stato i piccoli incisivi indispensabili per la sua sopravvivenza.

CAPITOLO III: CLYDE

E ora è il momento di occuparci del nostro ospite felino. Quando Clyde fu portato in casa, aveva poco più’ di un anno, la famiglia che si era occupata di lui fino a quel momento, viveva in una fattoria poco lontano dalla città. Il nome gli era stato dato alla nascita dalla moglie del mugnaio e il nuovo padrone decise di conservarlo giacche’ credeva che gli si addicesse.
Clyde era l’ultimo nato da una cucciolata di cinque micetti ed era anche l’ultimo ad aver lasciato la fattoria per essere accolto in un’altra famiglia. Gli altri mici, due maschi e due femmine erano stati dati ai nuovi padroni poco dopo la nascita quando ancora come cuccioli erano allattati da mamma gatta.
Si può dire che sino a quel momento Clyde fosse cresciuto pressoché solo; suo padre viveva in casa colonica poco lontano, mentre la madre che da sempre viveva con i proprietari della masseria, si era occupata di lui durante i primi mesi di vita insegnandogli alcuni rudimenti di caccia e come cavarsela in situazioni di pericolo.
Clyde era un gatto di razza soriana di bell’aspetto, con una grande testa rotonda, il manto grigio maculato, occhi tondi e verdi come due smeraldi, e sul muso non gli mancavano un bel paio di baffi color madreperla.
Il padrone della casa cui era stato destinato amava gli animali che rispettava senza fare eccezione di razza, aspetto o provenienza: aveva preferito che fosse stato un gatto a tenere a bada i topi giacche’ egli era convinto che utilizzare trappole o cibo avvelenato, fosse un atto crudele e irrispettoso nei confronti dei piccoli animali.
Clyde imparò senza troppi problemi a socializzare con gli abitanti della casa e quanto bastasse per farsi accettare: si lasciava accarezzare e non disdegnava di restare accanto al padrone mentre fumando, la pipa guardava un film o leggeva un libro. Clyde, però non appena poteva, si rifugiava solitario in un angolo tranquillo o gironzolava curiosando da una stanza a un’altra della casa.
Il nuovo ospite divenne presto un gatto domestico e al posto di avanzi e quant’altro trovava rovistando qui e la nella fattoria, si cibava di crocchette e paté di prima qualità che era premura dei suoi nuovi padroni fargli trovare bell’e pronto nella sua scintillante gamella di metallo.
Ci volle comunque qualche tempo prima che Clyde facesse il palato al nuovo tipo di cibo, così provando nostalgia per la vita in campagna, sovente la sera, si metteva seduto vicino la tavola con l’acquolina alla bocca mentre osservava la famiglia cenare e nella vana attesa che qualcuno gli dasse un po’ dal suo piatto.
Capitava poi che mentre tutta la famiglia cenasse, Clyde s’introduceva di nascosto, in cucina e con astuzia felina sottraeva, ora una crocchetta di pollo, ora un quarto di un’aringa affumicata e quando era fortunato quello che rimaneva di una porzione di lasagne e tutto senza che nessuno si accorgesse mai di niente. Beh insomma, questo e quello che pensava lui, in effetti, il suo padrone e sua moglie, erano consapevoli delle sortite di Clyde in cucina e gli lasciavano di proposito qualche cosa da sgraffignare, come per rispettare la natura di cacciatore del fedele animale.

CAPITOLO IV: LA GRANDE FUGA

Fu un giorno d’autunno che Elliott si rese conto di essere rimasto solo, i vecchi compagni con cui aveva diviso la sua esistenza fino allora, erano partiti.
Come si sparse la voce che un gatto era arrivato nella casa, una parte dei topi decise di trasferirsi altrove. In effetti, quando Clyde si decise di cominciare a svolgere le sue mansioni di guardiano, non vi restavano che pochi esemplari di roditori, compresi i pipistrelli. Va detto inoltre, che nessun membro della famiglia di roditori, perì o rimase ferito a causa del nuovo guardiano a quattro zampe.
Tuttavia Elliott si era ostinato a voler restare, continuando la sua esistenza e convivendo con il nuovo inquilino senza che se ne preoccupasse troppo. All’inizio, sebbene l’idea di restare da solo non lo rallegrasse, Elliott alla fine si era rassegnò e consolandosi ricordava spesso a se stesso: “È meno rischioso vedersela con un gatto che avventurarsi verso l’ignoto e affrontare pericoli ancora più’ grandi e imprevedibili”.
In questo Elliott aveva ragione, come gli era stato raccontato da conoscenti che di tanto in tanto venivano a fargli visita. I vecchi compagni narravano con terrore, di cantine e soffitte cosparse di veleni micidiali, e di atroci trappole di cui i malcapitati si rendevano conto solo quando era ormai troppo tardi. “Almeno, si diceva Elliott con rassegnazione, il proprietario di questa casa non è mai ricorso a trappole o veleni di nessuna sorta: la sola cosa di cui devo guardarmi è un gatto che ogni tanto viene a farsi un giro in soffitta”. Elliott aveva studiato attentamente gli orari di ronda e si era fatto una mappa dell’itinerario di pattugliamento che il gatto seguiva puntigliosamente; così facendo tutto quello di cui si doveva preoccupare era di starsene rintanato quando il gatto saliva nel solaio e fare attenzione a non lasciare tracce che potevano condurre al suo covo.
CAPITOLO V: LA TORRETTA SUL TETTO

L’abitazione di questa storia come sapete era in una città del Nord e come tale si trovava sulla rotta migratoria delle cicogne.
Per secoli, gli abitanti di quel luogo avevano accolto i nidi dei grandi volatili sui tetti delle loro case, poiché’ credevano che se una cicogna avesse nidificato sul loro tetto almeno una volta, vi sarebbe stata prosperità per la loro famiglia nelle generazioni a venire. Se volete, era un po’ come un amuleto con la differenza che invece di essere delle fattezze di un oggetto che pende sull’uscio di casa, si trattava esso stesso della dimora di un uccello. Per questo, in quella città si contavano centinaia di piccole torri tutte con lo stesso scopo di attrarre il volatile porta fortuna.
Con il tempo però, le cose cambiarono, il piccolo centro s’ingrandì e furono costruiti edifici sempre più alti. Si eresse un campanile grande come un palazzo di sette piani, la casa comunale fu dotata di una torre con un orologio e in periferia fu eretta una linea elettrica con tralicci che superavano venti metri d’altezza. E fu così, che le cicogne cominciarono a preferire le nuove costruzioni, più alte e più ampie negligendo le torrette che con tanta passione gli abitanti avevano predisposto sulle loro case.
Delusi, gli abitanti si sentirono traditi nel loro intento magnanimo e cominciarono a inveire contro il povero volatile che suo malgrado, non facesse altro che cercare un luogo ideale per il suo nido e di certo ignaro della credenza gli abitanti di quella città gli avevano fatto carico.
Così, la cicogna che per secoli era stata il simbolo che manteneva unita la comunità locale, si trasformò in un intruso che a detta della gente, non faceva altro che sporcare gli edifici pubblici della città.
“Stolti”, direte voi. Infatti, stolti e a dir poco, un bel giorno di cicogne non se ne videro più neanche nei paraggi, l’animale decise di cambiare la sua rotta migratoria preferendo altri luoghi. “E le torrette?”, direte voi. “Cosa ne fecero di quelle costruzioni, che improvvisamente non avevano più nessuna utilità?”. Gli abitanti decisero di lasciarle in piedi e ancor oggi si trovano lì a troneggiare sui tetti delle loro case come il baluardo di un tempo passato.

CAPITOLO VI: CLYDE SCOPRE LA TORRETTA

Erano passate già due stagioni da quando Clyde era arrivato nella nuova dimora e sembrava proprio non riuscisse ad abituarsi a quell’ambiente cittadino. I rumori che provenivano dalla strada disturbavano le sue ore di riposo e la mancanza di sonno lo rendeva spesso stanco e stralunato. Nonostante la casa avesse un elegante giardino cui non mancavano piccoli anfratti, quello non era niente se paragonato ai grandi spazi che offriva la campagna dove era nato. Per questo, Clyde da qualche tempo preferiva rifugiarsi su una torretta situata sul tetto, di cui aveva scoperto l’esistenza durante uno dei suoi giri di perlustrazione.
Come ogni gatto anche Clyde aveva la passione per i tetti ma ahimè’ salire su quello della sua nuova dimora era un’impresa che si era rivelata ben superiore alle sue capacità.
Il micione aveva esplorato ogni angolo della casa cercando un possibile passaggio che gli avesse permesso di salire e scendere senza problemi: il tubo della grondaia forse, o magari salire su uno degli alberi che circondavano la casa per poi lanciarsi da un ramo. Si certo, entrambe erano possibili accessi, ma come ridiscendere? Come avrebbe fatto a scivolare dal tubo senza perdere la presa? O come sarebbe riuscito a riguadagnare il ramo una volta sul tetto? Immaginate la figura che avrebbe fatto se per salvarlo sarebbero dovuti intervenire i pompieri e ancor più l’attenzione che avrebbe destato l’urlo delle sirene, per non parlare della folla di vicini che sarebbero accorsi ad assistere al suo salvataggio. Clyde non avrebbe mai potuto affrontare tale rischio: se ciò fosse accaduto, avrebbe suo malgrado attirato su di se una notorietà che si scontrava con la sua natura riservata. Cosi con il tempo si rassegnò all’idea del tetto preferendo altri luoghi della casa dove a stento riusciva a strappare qualche ora di sonno in tranquillità.
Un giorno però, mentre pattugliava una zona della soffitta dove non andava quasi mai, notò che dal soffitto si alzava un abbaino che aveva una finestrella cui mancava uno dei quattro vetri; fu allora che a Clyde, tornò il desiderio di un luogo all’aperto, isolato, dove oziare in santa pace. L’apertura si ergeva a un paio di metri dal pavimento. Allora, senza rimuginarci troppo Clyde, si convinse che per arrivare lassù, occorreva che trovasse una base intermedia da cui poter balzar fuori senza rischiare di mancare il pertugio che propiziamente veniva di scoprire.
Il gatto eccitato dalla scoperta, si guardò intorno e notò poco distante un paio di grosse scatole poste una sull’altra a meno di un metro dalla verticale del lucernario. Prima di lanciarsi in quell’impresa, Il nostro amico soriano riflesse attentamente, calcolò nei particolari i rischi cui sarebbe incorso se avesse mancato l’obiettivo, o una volta sul tetto fosse scivolato sulle tegole e si fosse ritrovato a volare fin giù in giardino, o ancor peggio sul tetto della macchina del suo padrone. Così, dopo la profonda riflessione, si rassicurò dicendosi: “anche se nella peggiore delle ipotesi finisco per scivolare dal tetto, peggio che mi vada rischio qualche graffio o una sgridata del padrone se gli ammacco l’automobile”.
Finalmente, carico come una molla, Clyde si decise e con un balzo e si ritrovò sulle scatole tra una nuvola di polvere che si alzo come vi ci atterrò sopra. “Metà dell’opera è compiuta’” mormorò scrollandosi la polvere da dosso, “ora non resta che centrare il buco nella finestra e il gioco è fatto”. A quel punto Clyde si guardò intorno come per assicurarsi che nessuno lo stesse osservando. Poi, mentre repentino, lanciava lo sguardo verso I diversi angoli della soffitta, Clyde vide un’ombra sparire, in tutta fretta, dietro un vecchio comodino. “Cribbio, borbottò, dannati roditori pensavo proprio che se ne fossero andati tutti, ma ora ho una missione più’ importante da compiere, quindi cari topastri per il momento potete continuare a dormire sonni tranquilli”.
Va detto, Clyde non era un gatto coraggioso e se non fosse stato per il grande desiderio di trovare un luogo appartato dove sonnecchiare indisturbato, lanciarsi attraverso l’orifizio di un vetro rotto in una finestra era l’ultima cosa che volesse fare.
Prima di compiere l’ultimo scatto verso l’agognato tetto, respirò profondamente, trattene’ il fiato, e poi via: il volo durò che una frazione di secondo, il suo corpo allungato attraversò il buco dentellato di vetri appuntiti e in un batter d’occhio il quadrupede si ritrovò solido con gli artigli a far presa sulla superficie scoscesa del tetto.
“Bella li”, si disse fiero dell’opera portata a termine con successo, “ora non mi resta che trovare un bel posticino tranquillo”. Trafelato, Clyde risalì la falda del tetto fino sulla linea di colmo e quando vi fu sopra si fermò e girò la testa come per guardarsi intorno: la città’ si stendeva sterminata verso l’orizzonte, non vi erano che case e palazzi, interrotte ogni tanto da macchie di verde che spezzavano il susseguirsi di forme geometriche e di linee che s’intersecavano come in un complicato labirinto. Poi un colpo di vento lo distrasse da quell’osservazione facendogli per un attimo perdere l’equilibrio. Clyde riprese a camminare muovendo istintivamente una zampa dopo l’altra come un funambolo sul cavo di acciaio, dirigendosi verso il gruppo di comignoli che poi aggirò per scendere lungo la linea di compluvio che separava due falde del tetto e per poi proseguire lungo la grondaia fin sul lato posteriore della casa.
A quel punto Clyde alzò la testa e scorse la torretta che un tempo era servita per ospitare le cicogne, terminare come una specie di terrazzino. Il gatto, scalò l’elevazione senza difficoltà e con un ultimo slancio si ritrovò sul piano di cemento che sovrastava la piccola torre.
A quell’ora del giorno il lato posteriore della casa veniva di trovarsi in ombra, ma sulla superfice Clyde, sentì ancora forte il calore lasciato dal sole che volgeva inesorabile la sua corsa verso ovest. Soddisfatto di quella scoperta, il felino esaminò annusando ogni angolo del piccolo spazio e presto si convinse che quello era esattamente cosa stava cercando: un posto ben esposto, areato, lontano da occhi indiscreti e che nessuno ad eccezione di lui e qualche uccello di passaggio poteva raggiungere.

CAPITOLO VII: ELLIOTT E IL CARILLON

Per un topo della sua taglia, dare la carica allo strumento era un’impresa che per usare una metafora, si poteva considerarsi titanica. Elliott d’altro canto non era un topo qualunque e grazie alla sua genialità’ egli aveva escogitato una soluzione efficace che gli permetteva di caricare il carillon rapidamente e in modo sicuro. Per agguantare l’estremità’ della chiave aveva spinto il carillon vicino un rialzo datogli da una pila di vecchie riviste. Poi con grande precisione aveva infilato uno stuzzicadenti nel buco della chiave situato al centro della testa, ciò gli aveva permesso di creare una leva che tirava ripetutamente verso il basso con tutto il peso del suo esile corpo. Quando l’energetico roditore finiva di dare la carica il carillon, si metteva a suonare e la statuina di topo a girare in cerchio.
Lo stesso giorno mentre Clyde portava a termine la scoperta della torretta sul tetto, Elliott se né stava occupatissimo nella sua soffitta ad armeggiare con il carillon.
Clyde sonnecchiava sul suo avamposto inerte come una statua, la brezza fresca che soffiava da ponente gli carezzava il pelo, e per nulla al mondo si sarebbe mosso da lì, ciò nonostante il suono del carillon non mancò di destare la sua naturale curiosità che però contenne godendosi ancora per un po’ il meritato riposo.
Il resto del pomeriggio passò senza altre preoccupazioni, la torretta si era rivelata all’altezza delle sue attese, era isolata dai rumori del traffico, in ombra quando il sole era allo zenit e in più’, cosa molto importante per Clyde, nascosta da sguardi indiscreti.
Dopo il tramonto, Clyde decise che era giunto il momento scendere a cercare del cibo, detto fatto, con un guizzo scese dal terrazzino e risalì il tetto fino alla cima che segui come camminasse su un filo, gettando guardingo gli occhi a destra e a sinistra e assicurandosi di non fare passi falsi. Finalmente raggiunse l’orifizio nel lucernario e senza esitazione salto sulla pila di scatole e ancora sul pavimento di tavole della soffitta, per poi dirigersi verso la porta sulla scala di servizio che conduceva sul retro della cucina.
Mentre il gatto compiva il breve tragitto verso l’uscio, gli torno alla mente il suono che aveva udito nel pomeriggio, allora si guardo intorno, si arrestò un istante, annusò l’aria come cercasse indizi che gli suggerissero da dove era giunta quella musica, ma il suo stomaco gli ricordò ancora una volta che era l’ora di cena, così senza più esitare continuò trotterellando verso l’uscita.
Per entrare e uscire dalla soffitta Clyde si serviva di una gattaiola, che il suo padrone aveva fatto montare prima del suo arrivo nella casa. Il pertugio era provvisto di un sensore che permetteva di far oscillare lo sportello dopo aver rilevato la presenza del microcircuito di riconoscimento che Clyde portava infilato nel collare. Il padrone di casa aveva voluto che la gattaiola si aprisse solo al passaggio di Clyde per essere sicuro che non fosse utilizzata da altri gatti che per azzardo si sarebbero potuti introdurre nella soffitta.
Clyde, dal canto suo credeva che l’accesso esclusivo al solaio fosse un segno di fiducia che il padrone gli aveva fatto carico e che lui sentiva di dover ricambiare aderendo con zelo alla sua missione di guardiano.
Quella sera una volta sfamatosi, Clyde non ebbe voglia di tornare in soffitta benché il desiderio di scoprire da dove provenisse la musica udita nel pomeriggio, continuasse a tormentare la sua curiosità felina. Satollo e insonnolito si abbandonò steso come un tappeto vicino al camino determinato a restarci fino il mattino se solo il sonno fosse durato così a lungo.

CAPITOLO VIII: ARRIVA L’INVERNO

Da quando Elliott era rimasto solo, non gli restava un granché da fare. Passava la gran parte della giornata alla ricerca di cibo, rovistare nelle varie scatole e arredi in disuso sparsi senza ordine sulle tavole impolverate del solaio e tra questi vi era il carillon per il quale come sappiamo aveva maturato un interesse quasi morboso.
Elliott, come alludevamo innanzi, non aveva dato una grande importanza all’arrivo di Clyde e sebbene temesse la sua presenza, con astuzia e senso pratico riusciva a tenerlo fuori della sua portata. Al contempo, Clyde fatta eccezione di alcune occasioni, non sembrava sospettare che rimaneva ancora un topo ad abitare quel luogo di cui lui era il tutore.
D’altro canto, si era detto il gatto, è bene che vi siano rimasti un paio di topi cui dare la caccia poiché in quel modo sono in grado di continuare a far valere la mia sovranità su quella zona della casa che mi è divenuta indispensabile essendo l’unico accesso per accedere al tetto.
Elliott, da parte sua, sapeva bene della presenza di un gatto e aveva passato del tempo a osservarlo per farsi un’idea delle sue abitudini e per tenerlo alla larga della tana in cui viveva. Il topo agiva un po’ come un giocatore di scacchi cerca di capire la strategia dell’avversario osservandone le mosse. Elliott conosceva a fondo il comportamento di Clyde, aveva calcolato i suoi orari, le tattiche utilizzate nella caccia e si era fatto un’idea ben precisa sul suo temperamento, come per esempio che fosse palesemente indolente. Elliott aveva saputo delle visite del felino sul tetto, un’abitudine che dal principio lo aveva insospettito, ma che presto si svelò avvantaggiosa giacche’ gli permetteva di spendere più tempo fuori dalla sua tana senza temere la presenza di Clyde.
L’inverno si avvicinava e le case del quartiere cominciavano a luccicare degli addobbi natalizi. Il padrone di casa aveva ornato di luci l’abete in giardino e lampadine intermittenti contornavano l’ingresso della casa. Anche all’interno c’era stato un gran da fare, l’albero di Natale troneggiava già in un angolo del salone, mentre dalla mensola sul camino pendevano grosse calze di stoffa piene di noci e dolci di marzapane.
Quei preparativi non passarono inosservati, le due bestiole, chi in un modo chi in un altro, si erano ritrovate nel mezzo del via vai delle scatole con le decorazioni natalizie che dalla soffitta furono scese ai piani inferiori. In quei giorni Elliott si era rifugiato nella sua tana e non usciva se non a notte fonda quando tutti erano al letto.
Clyde dal canto suo aveva seguito quei preparativi con indifferenza, per quanto temeva che le visite frequenti in soffitta potessero far sì che qualcuno notasse il vetro mancante del lucernario e si premurasse di rimpiazzarlo. Fortunatamente nessuno si accorse di niente, il fatto che il lucernario si trovasse in un angolo del solaio per nulla frequentato garantiva che quel passaggio rimanesse aperto per chissà quanto tempo ancora.
Poi accadde che una notte Il tetto si ricoprì di un fitto strato di neve che quasi ostruì il passaggio attraverso l’abbaino. Di conseguenza Clyde non poté’ più accedere al tetto e così anche le perlustrazioni in soffitta divennero più’ rare. Anche per Elliott in modo diverso iniziò un periodo quasi di letargo. Dall’arrivo delle prime nevicate il topo usciva quasi unicamente per armeggiare con il carillon e in un paio di occasione considerata la scarsità di cibo disponibile, era sceso sin giù in cucina a ramazzare qualche avanzo abbandonato sulla credenza della cucina.
Nei giorni che precedettero il Natale, il camino bruciava ininterrottamente e Clyde era spesso nelle sue vicinanze in cerca di calore, appiattito sul tappeto al punto che quasi non si vedeva. L’atmosfera natalizia aveva reso il felino più abulico e casalingo del solito, negligendo al contempo i giri di guardia in soffitta. In casa erano tutti indaffarati e di buon umore, il padrone di casa non badò al fatto che Clyde avesse abbassato il livello di guardia, al contrario lo fece degno di attenzioni che non aveva mai ricevuto prima.

CAPITOLO IX: L’INCONTRO

Qualche giorno prima di Natale il padrone di casa diede una grande cena con molti invitati, tra cui un copioso numero di bambini chiassosi. Per tutto il tempo prima che fosse servita la cena Clyde, fu il centro dell’attenzione dei piccoli scalmanati che senza scrupoli avevano preso a torturarlo incitandolo a giocare con ogni tipo di oggetto e rincorrendolo senza dargli tregua. Ogni volta che cercava di darsela a gambe, il manipolo di piccole pesti lo raggiungeva sottoponendolo a una nuova sevizia. Per un po’ lasciò che l’allegro branco di scalmanati avesse la meglio su di lui, assecondando le loro richieste incalzanti e cercando di svignarsela come poteva. A un certo punto uno degli innocenti malfattori, quasi riuscì a spingerlo sulle braci del camino che scintillavano ardenti. A quel punto Clyde decise che la sua pazienza era giunta al limite della sopportazione e realizzò che l’unico modo, per sbarazzarsi della ciurma infuriata, sarebbe stato quello di rifugiarsi in soffitta.
Clyde sguscio via, salì le scale di gran carriera e come una saetta traverso la gattaiola che immediatamente si blocco al suo passaggio. Il gatto restò un istante presso l’uscio ansimante, mentre un brivido di freddo gli attraversò il corpo facendolo pentire di essere salito fin lassù. Poi ripensò alle torture che aveva appena subito e si convinse che sarebbe stato meglio soffrire il freddo che tornare nella baldoria cui si era sottratto. Così si sfregò con le zampe il corpo che ancora tremava per il freddo e con coraggio avanzò nel buio alla ricerca di un angolo tranquillo dove potesse trovare un po’ di calore.
La soffitta era illuminata dalla luce della luna piena ancor più amplificata dal riflesso sulla coltre di neve che ricopriva il tetto. Clyde vagabondò qualche minuto e infine trovo la porta semi aperta di un armadio, dove vi erano accatastate alcune coperte, senza esitare vi ci balzo su’ e raccogliendosi su se stesso come una ciambella cominciò a stendere gli arti in cerca di riposo.
Mentre Clyde si lasciava prendere dal sonno, udì di nuovo la musica che gli giunse alle orecchie il giorno che aveva scoperto la torretta sul tetto. “Ancora quella musica!”, si disse sorpreso.
Dal principio non si mosse tanto fosse preso dal sonno che inesorabile si era impossessato del suo corpo. Dopo breve la musica si fermo e udì un rumore come lo scricchiolio di un ingranaggio e poi di nuovo la musica diffondersi nella semioscurità spettrale del solaio. A quel punto Clyde riprendendosi dal torpore dell’assopimento saltò giù dalla pila di coperte e si diresse con passo felpato verso la direzione da cui proveniva il suono. Clyde avanzò timoroso spinto dalla curiosità; da un lato voleva scoprire cosa generasse quella musica, dall’altro la paura che si potesse trattare di un fenomeno soprannaturale gli faceva tremare le gambe. Presto giunse nei pressi della sorgente che generava il suono, si fermò appiattendosi dietro una colonna di legno poi scorse la testa, e vide incredulo la scatola musicale.
Non riusciva a distinguerne tutti in particolari, ma costatato che si trattava di una scatola scura larga come il contenitore di sigari che aveva visto sulla mensola del camino e alta pressappoco come la metà delle sue zampe. Intravide poi che c’era’ qualcosa d’indefinito che vi girava al di sopra. Clyde restò impietrito a osservare cosa succedesse facendo capolino da dietro il cartone finche’ la musica si fermo di nuovo.
Fu allora che vide Elliott armeggiare con l’oggetto e udì di nuovo lo scricchiolio meccanico. Clyde non credeva ai suoi occhi, lì per lì pensò di avere un’allucinazione o che durante il sonno fosse stato stregato da qualche abitante misterioso che dimorava nella soffitta. Il topo s’innalzava con tutta la forza su uno stuzzicadenti che poi spingeva verso il basso, poi di nuovo prendeva l’altra estremità del sottile cilindro di legno che tirava in giù di gran lena.
Clyde seguì il movimento del topo finche’ non ebbe finito quello strano esercizio fisico, quando la misteriosa scatola si rimise a suonare. Clyde non aveva mai visto Elliott prima di quel giorno, è vero che in altre occasioni ne aveva avvertita la presenza, ma trovarselo di fronte in carne ed ossa era quella la prima volta. Dal principio Clyde dovette dominare l’istinto felino di saltare addosso al povero topo, rompergli il collo e portarlo come trofeo al suo padrone, ma represse quell’istinto selvaggio e si limitò a starsene a osservare quanto accadeva.
Va ricordato che Elliott era un topo dall’aria simpatica che ostentava al contempo fierezza e sicurezza in se stesso, in più tutto si poteva dire meno che fosse un topo qualunque. Clyde non manco di percepire che la bestiola avesse delle qualità straordinarie e decise tra se che comunque sarebbero andate le cose d’ora in avanti, lui non avrebbe infierito sulla bestiola.
Quel che sarebbe successo in quella fredda sera d’inverno non fu niente di ordinario, nulla di cui si era mai sentito parlare o fosse stato mai registrato in nessuna delle cronache dall’inizio della storia sul pianeta terra, e ancor meno che gli stessi protagonisti di questa storia potessero loro stessi immaginare.
Clyde rimase a spiare Elliott senza più nascondersi. Se ne stava assiso sulle quattro zampe con la coda che gli girava intorno, la testa piegata di lato e le orecchie rivolte in avanti. Il topo ogni tanto attivava i grandi baffi come se ne servisse per captare la frequenza di ogni piccolo movimento che si potesse avvertire nei dintorni e riconobbe la presenza di quell’inaspettato osservatore. Il topo continuò imperturbato a dar la carica al carillon stando dritto sulla pila di giornali per poi sedersi e assistere al breve spettacolo del topo meccanico che si metteva a girare al suono della danza.
A un certo punto Elliott pensò che era arrivato il momento di agire, così mentre caricava l’oggetto per l’ennesima volta, esordì con voce stridula e incerta a causa dello sforzo che stava compiendo: “Signor gatto, disse, sembra che la musica sia di vostro gradimento, in tal caso e ammesso che la richiesta non vi giunga impertinente, vi chiedo l’aiuto delle vostre zampe che sono notevolmente più adatte a far girare questo meccanismo”. Mentre Elliott parlava, si rivolgeva verso il gatto indicando con la mano la chiave della carica che sovrastava sopra la sua testa.
Clyde ascoltò la voce squillante del topo con aria titubante, si grattò la testa come per assicurarsi di esser sveglio, ma non fece in tempo a replicare che il topo incalzò candidamente: “Sapete di che musica si tratta?” Clyde storse i baffi e disse fra se e se, “questo topo comincia a essere insolente, ma devo ammettere che ha del coraggio”. Poi pensò un attimo come rispondere alle domande del topo e con voce risoluta proferì: “Signor topo io non m’intendo di musica e non me ne vogliate se mi trovate impreparato sul soggetto, mi occupo di ben altri affari come credo sappiate”. “In quanto a aiutarvi a dare la carica alla vostra scatola musicale, credo sia meglio mi astenga dal soddisfare la vostra richiesta”.
Elliott sorrise come se quella risposta se la fosse aspettata, i grandi baffi gli si sollevarono tanto che li vide con la coda degli occhi. “Beh, disse allora, anche se non apparteniamo alla stessa razza, devo dire che entrambi abbiamo un bel paio di baffi, non trova?”
Clyde ricambiò il sorriso ed anche lui lanciò un’occhiata a suoi baffi con la coda dell’occhio e replicò: “Se pensate che la somiglianza dei nostri mustacchi ci renda simili vi dico sin d’ora che vi stiate sbagliando” e sicuro di se aggiunse, “voi avete un bel coraggio, ve ne state lì a occupare la soffitta di cui io sono il guardiano e per giunta vi allietate ascoltando musica”.
“Dovete ammettere d’essere ben sorpreso nel costatare che un topo di modeste dimensioni come me sia in grado di far funzionare tale strumento”, proferì Elliott senza aver timore che il felino potesse reagire a quella provocazione saltandogli addosso.
“Perbacco, esclamo Clyde annichilito, tra coraggio e vanità non saprei giudicare quale delle due virtu’ voi siate dotato di più”, e poi senza attendere la replica del topo aggiunse: “Credo sia la vanità da come vi vantate delle vostre capacità”.
Elliott allora lo guardò fisso negli occhi e gli disse con tono secco: “Come pensate che una preda si possa salvare dal suo predatore se non avesse con sé, doti di coraggio e me lo lasci dire, quella che voi definite vanità, credo che nel mio caso si possa chiamare altrimenti ingegno, o se vuole, sagacia”. Seguì un attimo di silenzio, i due si guardarono come se quel diverbio divertisse entrambi, poi Elliott interruppe il silenzio e continuò: “A voi cosi detti predatori non interessa chi vi troviate davanti, vedete la preda come un oggetto, non vi preoccupate di accertarvi quale sia la personalità della vostra vittima, non fate che agire d’istinto”.
“Ascoltate mio egregio signore, voi ragionate come se a far parte del regno animale, qui ci sia solo io”, disse Clyde, “non credo valga la pena discutere sulla natura delle cose, il mio mestiere, se si può definire tale, è quello di far si che voi topi non rosicchiate gli oggetti del mio padrone il che non fa’ di me il selvaggio che voi venite di descrivermi”. Proferì Clyde sfoggiando perspicacia e buon senso, poi aggiunse: “Se volete, potete paragonarmi a un poliziotto, o sorvegliante che qual si voglia”, infatti, è noto che non mi sfamo delle mie prede, è il mio padrone che si occupa del mio cibo, e di ogni quant’altro abbia bisogno”. Clyde parlava come se volesse giustificarsi, dando freno al battibecco, proponendo una scelta all’antagonismo atavico che esisteva tra i due. Poi con l’intento di rimarcare ancor di più il concetto che veniva di proferire formulò saggiamente.
“Lasciate che vi dica una cosa, che forse vi stupirà”. “L’incarico che mi è stato affidato non è frutto di una scelta”. “Vengo da una famiglia di gatti campagnoli, mio padre sebbene sappia chi sia, non l’ho mai incontrato, e ad allevarmi è stata mia madre che mi ha insegnato l’arte della caccia che ancora non mi reggevo sulle quattro zampe”. “In campagna è così, noi gatti si vive nei cortili, si dorme nei granai insieme a grossi quadrupedi di ogni sorta e spesso ci dobbiamo difendere dai cani che come sapete non sono i nostri migliori amici”. “Laggiù cacciavo ogni ben di Dio e a dire il vero neanche tanto i topi”. “Tra le mie prede vi era di tutto, da grossi insetti, a volatili e perfino serpenti”. “Poi un giorno, senza preavviso mi misero in una gabbia, dove facevo fatica a rigirarmi e mi portarono in questa casa”. “Così passai dal condividere la mia esistenza con esseri simili a vivere in uno spazio limitato con degli umani, a dormire su morbide poltrone, a ricevere carezze da sconosciuti e a non preoccuparmi da dove provenisse il cibo che mangio”.
Non appena Clyde ebbe finito il suo monologo, proruppe Elliott: “Ah povero voi!” “Da come avete descritto la vostra situazione esistenziale, sembra che la vittima siate voi, un po’ come se voi, vostro malgrado, riceviate ogni tipo di attenzione senza averne fatta richiesta”, sentenziò Elliott. Poi prese coraggio e aggiunse: “Infatti, non trovate voi stesso che la vostra condizione abbia del patetico?”
“Niente affatto”, rispose Clyde, “semmai, mio caro roditore, mi posso, considerare un servo ben pagato e mi lasci aggiungere che anche alcuni di voi sono alla pari di noi gatti domestici”. “Non ci sono forse topi che vivono come signori accuditi e riverivi come membri di famiglia?”
“Si sarà pure così, ma come vedete non è il mio caso”, rispose Elliott come a scagionarsi
I due animali si guardarono in silenzio entrambe pensarono che sebbene la loro natura fosse così diversa avevano comunque trovato argomenti in comune di cui discutere mettendo così da parte la storica rivalità tra gatto e topo e chissà che nel rompere la credenza popolare che li voleva nemici, avessero scoperto di essere alla fine buoni compagni?
Questo e quant’altro attraversò le loro menti, mentre il carillon aveva smesso di suonare e il silenzio era rotto solo dal ticchettio di una goccia che da una fessura del tetto regolarmente cadeva in un secchio quasi pieno.
“Bisogna che tu dica al tuo padrone di venire a svuotare il secchio, fra un po’ sarà pieno”, disse Elliott rompendo il silenzio. Clyde storse un sorriso e disse: “Se fossi capace di parlare la lingua degli umani scommetto che finirei in un circo a far divertire i bambini al seguito di un Clown”.
Elliott allora scoppio in una grande risata e tra i singhiozzi replicò: “E magari vi mettono anche un bel paio di occhiali così da darvi un’aria ancora più intellettuale”.
A quel punto risero entrambi, poi Clyde allungò la zampa e disse: “Io mi chiamo Clyde e voi?” ”Elliott”, rispose il topo anche lui allungando la zampa. “Bene”, aggiunse Clyde, “ora che ci siamo presentati possiamo anche darci del tu”. “D’accordo e ora credi di potermi aiutare a dar la carica a questa scatola?” Domandò Elliott indicando con un dito il carillon. Clyde non se lo fece ripetere due volte, si avvicinò all’oggetto allungo la zampa destra e con destrezza fece girare la chiave, una due tre, ….volte finche’ non poté’ andare oltre, allora lasciò la presa e il meccanismo prese a girare in senso inverso attivando il cilindro che comincio a far vibrare le lamelle una a una.

CAPITOLO X: LA VIGILIA DI NATALE

Finalmente arrivò la vigilia di Natale, in casa si respiravano gli odori della grande festa: l’aroma di bucce di arancio che bruciavano lentamente sulle braci, il profumo speziato dei biscotti alla cannella, l’elisir emanato dalla resina del grande abete addobbato con palle colorate e stelle filanti, cui si mischiava la fragranza delle pietanze che erano preparate in cucina.
Clyde aveva scorto con la coda dell’occhio attraverso la grande finestra del salone che lo zampillo della fontana in giardino era diventato una sottile colonna di ghiaccio e che tutto, ma proprio ogni cosa era ricoperta da almeno un palmo di neve fresca. Per questo nonostante l’idea di uscire per riprendersi dal torpore che si era impadronito del suo corpo, lo avesse tentato più volte in quei giorni, decise che era meglio starsene dentro completando la sua opera d’isolamento infilandosi sotto il sofà.
In quel mentre Elliott se ne stava rintanato al riparo dal freddo e intento a far ordine nella sua piccola tana. Sin dal giorno successivo del fortuito incontro con il gatto, Elliott rimuginava su come aver fatto conoscenza con l’atavico nemico dei topi, potesse d’ora in avanti cambiare la sua esistenza. “Sicuramente, si domandava Elliott, ora che il felino non è più un pericolo, significa che non ho più nulla da temere?” Infatti, non ne era troppo convinto: era cosciente che il padrone di casa costatando l’improvviso ‘lassez faire’ di Clyde potesse suo malgrado, ricorrere ai metodi crudeli di cui aveva sentito parlare in passato. Ciò nonostante aver fatto conoscenza con il soriano non era cosa da poco, e se, pure Elliott si conteneva dal riconoscerlo a se stesso, aspettava con impazienza il momento in cui udendo il cigolio della gattaiola avrebbe visto spuntare Clyde da dietro l’angolo ancora una volta.
Dicevamo, era la vigilia di Natale, sarebbe stata una lunga notte e la casa invasa ancora una volta da invitati e dall’allegra ciurma di bambini di cui Clyde aveva fatto conoscenza qualche giorno prima e per questo, già dal pomeriggio si chiedeva cosa fosse stato meglio: andare in soffitta e rischiare di beccarsi un raffreddore o starsene al caldo e vedersela con le torture inflittegli da qualche pargolo dall’aria innocente? Il nostro felino non sapeva decidersi. Clyde rimuginò ancora qualche istante ma non appena il chiasso delle piccole pesti cominciò a farsi più impetuoso, non ebbe più dubbi: “Si disse, andrò in soffitta e passerò il Natale con Elliott”. Clyde pensò che sarebbe stato gentile, se oltre alla sua compagnia avesse portato con sé anche qualcosa da spartire amichevolmente con il simpatico topo. Per far ciò, Clyde avrebbe dovuto prelevare dalla dispensa ciò di cui aveva bisogno, qualcosa che a dir il vero, aveva pensato di fare in passato ma senza mai avere il coraggio di portarla a termine. Il gatto allora pensò che sottrarre l’occorrente dalla cucina sarebbe stato più semplice, ma sicuramente qualcuno lo avrebbe visto considerato il via vai che c’era in quel momento, quindi scartò quella possibilità.
Infine, rassegnatosi all’idea che l’unico modo sarebbe stato quello di portare a termine un colpo da maestro agli scaffali della dispensa, non rimaneva che aspettare il momento propizio per scendere la rampa di scale che separava la dispensa dalla cucina.
Clyde controllava da sotto il sofà, il traffico in entrata e uscita dalla cucina, poi approfittando di un momento mentre tutti erano nel salone, per attraversare la cucina e in un batter d’occhio scendere dove si trovava la dispensa. Gli scaffali abbondavano di ogni cosa, non c’era che l’imbarazzo della scelta. Allora Clyde preso dall’eccitazione e dal timore che qualcuno potesse arrivare in quel frangente, cominciò in fretta a selezionare il necessario. Presto però, realizzò che aveva bisogno di un recipiente per trasportare la refurtiva, con lo sguardo perlustrò i quattro angoli dello stanzino finche’ vide un paniere che conteneva ancora alcune noci. Clyde senza esitare prese la cesta tra i denti, la posò sul pavimento e di buona lena continuò la selezione: prese un quarto di una forma di formaggio, quello che rimaneva di una salciccia secca, delle noci e dell’uva passita, che via via aggiungeva al recipiente. Infine arraffò qualche dolce di marzapane ricoperto di cioccolato che lanciò dallo scaffale centrando il paniere sul pavimento, poi vi mise alcune fette di pane e quello che rimaneva di una bottiglia di rosolio. Il cestino a quel punto era stracolmo, Clyde lo prese tra i denti ma non riuscì a sollevarlo, allora si guardò intorno in cerca di una soluzione e scorse un canovaccio appeso al muro. Senza pensarci troppo prese il tessuto tra i denti e con un guizzo lo tirò giù per poi stenderlo sul pavimento; con destrezza ci trascinò sopra la cesta con il bottino e vi ripiegò sopra i quattro angoli dello strofinaccio che utilizzò con grande abilità per ricavarne un nodo.
Soddisfatto dell’opera che aveva appena portato a termine, prese il nodo del fagotto tra i denti salì la rampa e una volta fatto capolino sulla cucina per assicurarsi che non ci fosse nessuno che lo potesse vedere, continuo a salire silenzioso sulle scale di servizio che conducevano al solaio. Clyde non poteva correre o saltare, tanto era pesante il fardello che stringeva a fatica tra i denti, così fece gli scalini uno per volta, fermandosi e riprendendo fiato ripetutamente. Infine si trovò davanti al piccolo uscio, posò la cesta sul pavimento e la spinse con la testa attraverso la piccola porta. Una volta dentro addentò di nuovo il fardello tra i denti trascinandolo esausto fin dove si trovava il carillon. Clyde si sdraiò sul pavimento ansimante, lasciò passare qualche istante, poi si alzò e con pazienza sciolse il nodo immaginando la faccia che avrebbe fatto Elliott quando avrebbe visto il contenuto del paniere.
In quel frangente Elliott non era nei paraggi, così Clyde nascose il paniere con l’idea di fare al topo una sorpresa; si accucciò in attesa ma impaziente di cominciare le celebrazioni, così pensò che doveva fare qualcosa per attrarre l’attenzione di Elliott. Decise allora, di avviare il Carillon cui dopo avergli dato qualche giro di chiave, si mise a suonare. Nell’udire la musica, Elliott sospettò che si trattava di una visita di Clyde, così uscì fuori dalla sua tana con aria assonnata e lanciando un grande sbadiglio esclamò: “Ehi! “Che ti succede amico non riesci a prender sonno?”
Clyde allora spinse con la zampa il paniere che aveva nascosto di fronte a se e con un gran sorriso che gli fece sollevare i baffi, pronunciò festoso: “Buon Natale, vecchio mio. “Ah, ah, ah, ah”, rise a squarciagola Elliott, “si certo, Buon Natale anche a te furbo di un gatto”. Senza indugiare un solo istante, i due si sedettero uno di fronte l’altro con al centro il paniere stracolmo di cibo. Clyde prese la bottiglia di rosolio tra le zampe e nell’offrirla al suo compagno esclamò: “Un po’ di vino ci darà il buon umore e stimolerà l’appetito, prendi vecchio mio!”
Elliott non se lo fece ripetere due volte, afferro’ la bottiglia, a dir poco tre volte più alta di lui, la appoggiò sulla pila di giornali che usava per dare la carica al Carillon e reclinandola verso di lui, lasciò che il nettare ambrato gli scorresse dritto in gola. Poi fu il turno di Clyde che prese con sicurezza la bottiglia con le zampe anteriori e senza difficoltà tracannò anche lui un buon sorso. L’alcol li rese subito ebbri e affamati come lupi si gettarono entrambi sulle leccornie riposte nella cesta e cominciando così quello storico banchetto di Natale.
“Chi lo avrebbe mai detto che in questo mondo, un gatto e un topo potessero finire per festeggiare Natale insieme”, disse Clyde come si fosse liberato dal vincolo che lo teneva legato alla sua stessa natura e come se a un tratto riconoscesse che quella natura in realtà gli era stata imposta suo malgrado. Poi alzando di nuovo la bottiglia esclamò: “ facciamo un brindisi alla faccia di chi voleva che fossimo rivali e lunga vita al carillon”. Elliott si unì al brindisi sollevando tra la zampa un pezzo di formaggio, poi aggiunse: “Chi lo avrebbe mai immaginato, e pensare che per tutto questo tempo ci siamo evitati, io convinto di essere una preda e tu il predatore”; poi fece una pausa per finire di masticare il formaggio che intanto si era portato alla bocca, e aggiunse: “Se ora ci parliamo e abbiamo rispetto l’uno dell’altro, lo dobbiamo un po’ anche al carillon”. “Sono d’accordo, replicò Clyde, e insieme gridarono di nuovo: “Lunga vita al carillon”.
Elliott allora saltò sulla pila di giornali e cominciò a dare la carica, quando ebbe terminato e il carillon cominciò a girare, si lancio sullo strumento, abbracciò la statuina del topo come se si volesse lanciare in una folle danza con il fantoccio.
Clyde a quel punto si lasciò anche lui prendere dal ritmo battendo le zampe su una scatola come suonasse un tamburo. La musica continuava con Elliott che sempre più divertito si era messo in piedi sulla testa del finto topo tenendosi in equilibrio su una sola zampa e gridando: “All’arrembaggio corsari, un tesoro di noci, mandorle e bacche succulente ci attende”.
Clyde, nel vedere Elliott lanciato in quella pantomima, si gettò a terra ridendo e tenendosi le zampe sulla pancia per contenere i sussulti. Quando il gatto si fu ripreso dallo sfogo d’ilarità, notò tra le carabattole abbandonate nei dintorni un triciclo fatto come un aeroplano con tanto di elica, una cloche come manubrio e un meccanismo per muovere il timone.
Clyde in folle stato di ebbrezza tiro fuori il velivolo impolverato, lo liberò dalle ragnatele che lo avvolgevano, poi saltò alla guida e si mise a girare in circolo spingendo sui pedali con le zampe posteriori e ruotando la cloche mentre contemporaneamente tirava su e giù la leva che azionava il timone. Dopo un paio di giri e assicuratosi che tutto funzionava a puntino, si fermò di fronte il carillon e gridò a Elliott, che continuava a girare in equilibrio precario sulla statuina del carillon: ”Salta su Pirata, andiamo a farci un giro”. Elliott non se lo fece ripetere due volte e con sol balzo si lancio sul velivolo sedendosi cavalcioni sulla fusoliera di fronte il posto di guida. Clyde fece forza sui pedali gridando: “Tieniti forte vecchio mio, si decolla verso l’infinito”, allora prese a pedalare ancora più velocemente nella direzione di un lato della soffitta libero da qualsiasi oggetto. Poi, mentre i due si avvicinavano inesorabili dove il soffitto incontrava il solaio come per magia, si apri un varco e i due amici si ritrovarono sospesi nell’aria gelida della notte.

EPILOGO

Clyde smise di pedalare giacche’ la piccola elica sulla punta della fusoliera si mise a girare. Tenendo la cloche ben salda tra le zampe, Clyde virò a destra, poi punto verso l’alto e giù in picchiata, come volesse assicurarsi di essere in grado di condurre quella macchina straordinaria.
Elliott che non riusciva più a tenersi cavalcioni sulla fusoliera andò a sedersi vicino il temerario aviatore e terrorizzato tenendosi le zampe davanti agli occhi gridava a squarciagola: “Folle di un felino vacci piano con quest’affare scommetto che non hai neanche il brevetto”. “Proprio così amico mio”, ma devi riconoscere che vado alla grande”; mentre diceva quelle ultime parole, i due erano ora così in alto che attraversarono una nuvola. Volarono in circolo sopra la città che brillava di milioni di luci, udirono campane che suonavano a festa, e il vociare di gente nelle strade. Una spessa coltre di neve ricopriva i tetti delle case mentre centinaia di comignoli emanavano sottili colonne di fumo bianco. I due compagni si guardavano intorno increduli ed estasiati. Volarono fino ai confini della città e poi oltre, sorvolarono colline ricoperte di alberi, e solcate da corsi d’acqua e piccoli laghi che riflettevano argentei la luce della luna. Poi finalmente puntarono verso est, dove la luce del giorno cominciava a spingere via l’oscurità della notte. L’orizzonte arancione si aprì di fronte i loro occhi e via via il cielo divenne sempre più azzurro. Clyde virò dolcemente verso sud dove si vedeva brillare in lontananza una distesa di luce senza fine. Quella distesa si rivelò poi essere il mare. I due si erano avventurati senza volerlo in un viaggio senza ritorno lontano dai luoghi in cui per costrizione o necessità sembrava fossero destinati per sempre. In quel momento si sentirono liberi da ogni legame e con il solo desiderio di continuare a vivere quella realtà di sogno.
Dopo aver sorvolato un tratto di mare e, una volta persa, la vista sulla costa, i due aviatori videro davanti a loro la macchia verde scuro di un’isola sovrastata da una montagna avvolta tra le nuvole. Clyde ed Elliott allora si lanciarono uno sguardo ed entrambi fecero un cenno di assenso con la testa e tenendo il pollice alzato in segno di approvazione. A quel punto Clyde spinse la cloche verso il basso e l’aereo cominciò la discesa, ma quello che succederà ai nostri amici d’ora in avanti è la trama di un’altra storia.

MORALE DELLA STORIA

Miei cari eccovi quindi la morale di questa storia che si dica innanzi tutto, non vuol essere il solito castello di carte fatto di grandi verità, perché’ come sapete I castelli di carte non hanno fondamenta e basta un colpo di vento per farli cadere.

Non vuol essere neanche il solito pastrocchio di credenze popolari, dove si dicono cose come che un mal comune in fondo è un mezzo gaudio, sapendo che una felicità a metà vale quanto la rassegnazione.

Altresì non propone nessun credo o Dio che si voglia cui sottomettersi, perché’ trascendere oltre la nostra natura e come perdersi nel nulla.

La morale di questa storia è molto più semplice, e speriamo duratura, infatti, non è altro che quello che ognuno di noi desirerebbe fosse il Natale.

La morale della nostra storia è dunque la seguente.

Non lasciatevi condizionare da ciò che vi è stato imposto, non lasciate che siano altri a imporvi chi o cosa amare, poiché’ si è in grado di amare solo se si è liberi di scegliere.

Trovate il tempo e l’occasione per celebrare, per condividere, per ridere e per far festa, danzate e cantate insieme, a squarciagola, magari stonati come campane purché’ nessuno si senta solo o migliore di un altro.

Cercate il mondo che è fuori dalle mura della vostra dimora e cercate di vedere le cose dall’alto così che non manchiate di apprezzare l’insieme invece di perdervi nei dettagli.

Siate fraterni e gioviali, fatevi credito delle vostre virtu’ e non disperate quando non riuscite in qualcosa perché’ solo chi ha il coraggio e sa perseverare riuscirà nelle piccole e grandi cose della vita.
Buon Natale!

 

Gabriele Serani

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