Ciao mamma – racconto di Rossella Napoli

Ciao mamma - racconto di Rossella Napoli

Ciao mamma.

Dopo un percorso di malattia lungo e infausto, mamma dolcissima, hai chiuso la partita con questo mondo. Un colpo di tosse violento e inconsueto ti ha portato via l’ultimo respiro con il viso fra le mani di Sofia e io di fianco annichilita e sconcertata, nel vedere la trasformazione del tuo volto addolorato in un’espressione finalmente rilassata e serena, quasi sorridente. Siamo riusciti, poche ore prima, a farti impartire l’Estrema Unzione, così come avevi più volte richiesto quando ancora il tuo intelletto non disertava.

Ora mi sento stordita, sollevata e nel contempo amareggiata, ma credo sia naturale. Sono riuscita finalmente a riposare per due notti consecutive e sto meglio, per lo meno mi è passata quella fragilità emotiva che accompagna i lutti profondi e gli unici momenti di commozione sono quando penso a certe amarezze che tu mamma hai dovuto subire durante la tua vita nonostante la dolcezza innata e i modi gentili che ti hanno sempre caratterizzato.

Sei nata a Napoli e sei arrivata a Bologna insieme a papà che hai conosciuto nell’ospedale militare americano: lui fuggito da Corfù con l’aiuto dei partigiani greci e approdato a Napoli dove il destino aveva deciso di farvi incontrare. In breve tempo vi siete sposati e avete intrapreso, percorrendo un’Italia martoriata e appena liberata, un viaggio accidentato ed estenuante per raggiungere Bologna città natale di papà.
La nonna Basilia ti ha accolto nella sua famiglia matriarcale con distacco (non eri il partito che sparava per il suo unico figlio maschio !)
Il tuo inserimento nella nuova città senza mare e in una nuova famiglia, le nuove amicizie erano sempre filtrate dalla quella nomea di “marocchina” (che scandalo! che ottusità) che suscitava risatine e battute volgari sulla tua voglia di lavorare, sulla tua onestà, sul concetto di pulizia e tutti gli stereotipi più stupidi circa le persone meridionali. La tua solidità interiore, la tua dolcezza e solarità, l’amore per il babbo (e che amore!) ti hanno permesso di sopravvivere a questo clima, ma nel contempo di chiudere i ponti con la socialità. Non sei mai venuta a scuola dalla maestra o dai professori per sentire dei tuoi figli, delegavi per questo sempre papà. Evidentemente il senso di inadeguatezza aveva già fatto danni .

Provenivi da una famiglia che aveva conosciuto agi e ricchezze, sperperati dal nonno giocatore d’azzardo e da una nonna sprovveduta che si è lasciata consigliare da persone malintenzionate. Hai trascorso la tua infanzia nella miseria più nera. Ci hai sempre parlato di un ultimo dell’anno in cui ha cenato con un bicchiere d’acqua e sei andata a letto.
Nei tuoi racconti non ci ha mai trasmesso rancore o vendetta, ma sempre spirito positivo nel guardare avanti e non indietro, di trovare soluzioni e briciole di speranza. Anche quando raccontavi della guerra e delle sue barbarie, dei bombardamenti americani (i famosi “confettini” che cadevano dal cielo), della morte scampata perché non eri risuscita a raggiungere il rifugio che poi si allagò, della nonna violentata da un militare, lo facevi senza odio dando a noi la possibilità di costruire il nostro futuro libero da ostilità e rancori.
Dai tuoi racconti respiravamo comunque l’anima napoletana, una visione della realtà a volte comica, ma dignitosa, allegra e fantasiosa e nel contempo consapevole, generosa e fiduciosa.

Quando a undici anni andai ospite per un mese a Napoli da zii e cugini scoprii inaspettatamente un mondo ricco di belle persone, di sentimenti positivi, di cultura profonda che mi fecero sentire fortunata e immensamente ricca e apprezzare la tua dignitosa riservatezza: mai un confronto ( e a Bologna si sarebbe perso alla grande!), mai recriminazioni.

Eri molto religiosa. Ricordo che in occasione della nascita delle mie figlie mi dicevi raggiante e fiduciosa che avresti acceso una candela a San Gaspare perché quando questa si sarebbe spenta , le bimbe sarebbero nate.
Occasionalmente, negli anni successivi, trovai in un cassetto delle candele bianche lunghe e grosse e mi dicesti che erano quelle che accendevi per i tuoi santi, San Gaspare compreso. Rimasi basita … ti feci notare che magari se avessi utilizzato una candelina da compleanno……chissà forse San Gaspare avrebbe ridotto un po’ i tempi del travaglio ….ma i Santi vanno onorati, dicevi e più il cero è grosso, più ti protegge…
Quando frequentavo il liceo, mi divertivo ad abbracciarti e a sussurrarti all’orecchio, per scandalizzarti, qualche brutta parola. Ti dimenavi frettolosamente per staccarti dall’abbraccio e risentita dicevi “serve proprio qualcosa farti studiare a te!!” E mi suscitavi una tenerezza infinita perché ti vedevo sinceramente preoccupata.

Durante questa feroce malattia, che ti ha razziato lentamente la facoltà mentale e le competenze motorie, non hai mai manifestato aggressività e nei momenti di lucidità avevi sempre parole dolcissime per tutti noi che mi hanno lasciato dentro un sentimento struggente di amore incondizionato.
In famiglia l’appellativo di “mammona” era mio perché ti stavo sempre vicino: da piccola, alla sera, prima di andare a letto, mi accoccolavo abbracciata a te con una mano ti accarezzavo l’orecchio e con l’altra succhiavo il pollice…
La notte, quando ti alzavi per fare il bucato a mano, ti seguivo, mi sedevo in un angolino del bagno e ritornavo a letto solo se anche tu tornavi.
Da più grandicella, insieme di sera, ascoltavamo la radio mentre sferruzzavi. Seguivamo anche il giallo radiofonico che terminava ben alle 21,30 e che mi metteva un’ansia addosso da aver paura a percorre al buio il corridoio che portava alla stanza da letto; spesso ti chiedevo di accompagnarmi, presenza rassicurante , antidoto alle mie paure.

Una mamma sempre accomodante che riallacciava i fili inevitabilmente sfilati, come in ogni famiglia succede, ma tenace e forte come un leone sulle cose serie. Quando rimanesti incinta di Carlo, la nonna Basilia ti fece capire che non era il caso di proseguire perché in casa per l’undicesimo inquilino non ci sarebbe stato posto. Tu impavida scrivesti alle tue sorelle, in particolare alla zia Suora che venne di persona da Napoli e tuonò al babbo: o ti assumi le tue responsabilità, altrimenti ci riportiamo Elena a Napoli e vedrai che avrà da mangiare e di che vestirsi per lei e per i suoi figli. In meno che non si dica il babbo trovò un’altra casa e andammo ad abitare per conto nostro, stando tutti molto meglio.
Tu mamma eri davvero molto bella, vestivi modestamente, ma bastava un capo nuovo, un velo di rossetto, un taglio di capelli per far esaltare la tua bellezza naturale partenopea. I tuoi modi dolci hanno sempre incantato tutti.

Sono certa che supererò il dolore per questo distacco così carico di ricordi intimi, ma lo scoglio che al momento sento invalicabile e che mi dà angoscia e sconforto è il senso di ingiustizia che mi è rimasto dentro. Questa umiliazione continua che hai subito negli anni perché meridionale, questo senso di inferiorità trasmesso quotidianamente, goccia dopo goccia, sopraffazione sottile mista a scherno, frequenti allusioni e barzellette banali e volgari, nel tempo logoranti fino a rendere l’autostima sottile come una carta velina, ti hanno rinchiusa pian piano in un mondo sempre più ristretto.
Io stessa mi rendo conto di avere assorbito tutto come una spugna, trasmettendolo forse anche alle mie figlie e negli ambiti di vita e di lavoro… e su questo purtroppo non c’è argine né recupero, ecco anche questo è un ulteriore profondo dispiacere.

Non credo che ci incontreremo più mamma, la tua presenza la dovrò cercare nelle fotografie , nei ricordi, nei tratti del viso, nelle espressioni delle tue nipoti, ma ti vorrei dire che sto camminando su tutto quello che mi hai donato e più ci penso e più mi sembra una via lattea, luminosa , resistente e ostinata. Se potessi baciarti, ti bacerei tantissimo…con lo schiocco come ai tempi del liceo!

 

Rossella Napoli

 

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