Ciao Amore – di Giovanni Giudice

Ciao Amore - di Giovanni Giudice

In uno splendido Sabato di Maggio, durante il matrimonio di comuni amici, conobbi Giulia, una splendida ragazza bruna, alta e un corpo perfetto.
E’stato un colpo di fulmine. E quando la invitai per una passeggiata, lei accettò con gioia.
Quel giorno, mano nella mano, come due ragazzini innamorati, andammo in giro per Genova senza una meta precisa. Abbiamo parlato di noi, dei nostri sogni, di piccole banalità.

Lei stava completando la tesi di laurea in medicina, io mi ero appena laureato in ingegneria e lavoravo già in una grossa Azienda di Genova.
Spesso c’incontravamo al parco di Nervi e su una panchina davanti al mare, fra sogni e realtà, lanciavamo la nostra fantasia. Ci siamo resi conto di non poter fare a meno l’uno dall’altro, così iniziò il nostro tormento d’amore, la nostra passione, i nostri desideri ingenui e folli.
In quel luogo magico le chiesi di diventare mia moglie e lei pianse per la gioia.
Pensavamo di accorciare i tempi, di sposarci il prossimo anno.

Ma dopo tanta gioia Giulia improvvisamente accusò forti dolori alla spalla destra, il dottore le prescrisse delle cure e una TAC computerizzata.
Ricordo bene che il 16 Novembre Giulia si laureò con 110 e lode. Anche i suoi dolori erano scomparsi e lei era felice di aver realizzato il suo primo sogno, ora mancava di suggellare il suo grande amore .
Quella sera per festeggiare l’avvenimento la portai a cena al ristorante “WORLD TRADE CLUB” in cima alla Torre Shipping, nella zona del Porto Vecchio di Genova.

Prima di andare a cena, essi si recarono dal medico per conoscere i risultati della TAC, eseguita qualche giorno prima. Il medico con molta prudenza disse di aver riscontrato il cedimento di due vertebre che avevano causato il dolore alla spalla. Consigliò di farsi visitare da uno specialista al più presto.
Così proprio quel giorno, che doveva essere pieno di gioia, diventò triste e cupo.
Quella sera lei indossava una tuta di seta nera che fasciava il suo meraviglioso corpo e quando entrarono nel ristorante, molti sono rimasti ad ammirarla.
Non conoscevano il nostro dramma, lei faceva la grande donna, ma io sapevo bene,che lei dentro doveva sentirsi piccina e delusa, il suo grande cuore era stato infranto.

Giulia, non poteva accettare che una punizione così grande, l’avesse potuto colpire proprio ora che doveva raccogliere i frutti dei suoi molti sacrifici. Non riusciva a concepire questa nuova dimensione della vita.
Ed io ero lì, per cercare di tenere assieme quei cocci che le stavano scoppiando dentro.
Dall’alto di quella torre guardavamo le mille luci della città e il faro che proprio sotto imperversava con quel bagliore discontinuo in cerca di marinai perduti.
Chissà quante storie hanno avuto come testimone quel vecchio faro che adesso illuminava anche questa triste e malinconica senza purtroppo poter prestare loro alcun soccorso.

La serata passò veloce come il pensiero, come il lampo di un fulmine perché lei aveva il potere di fare impazzire anche il tempo.
Le giornate che seguirono furono sempre più nere, lei, tormentata dai dolori, cominciò a uscire sempre meno. Iniziò subito alcuni trattamenti di radioterapia che con grande volontà seguì senza mai lamentarsi.
Dopo un mese ho dovuto costatare che nonostante le cure prescritte dallo specialista, la mia Giulia peggiorava e già non poteva muoversi. L’ho fatta subito visitare da un famoso specialista , venuto da Marsiglia. Il medico dopo averla visitata e visto tutte le analisi e radiografie, consigliò subito un intervento chirurgico per eliminare i dolori e l’eventuale pericolo di paralisi.
Mentre riaccompagnavo in albergo il medico, durante il tragitto, parlò con crudezza della reale condizione di Giulia: “Non c’è più nessuna speranza, ormai si tratta di un mese, forse due, lo stato tumorale è troppo avanzato.”

Mentre ritornavo, non resistetti e nella mia più profonda solitudine, piansi come mai avevo fatto, la mia vita improvvisamente era finita, era arrivata al capolinea, mi sentì inutile e pregai con tutta la mia forza.
D’accordo con i genitori di Giulia decisi di tacere questa crudele realtà, volevo a tutti i costi difendere questo grande amore fatto adesso di silenzi e baci. Non ho voluto infrangere quella speranza che spesso ci aiuta più di una disperata attesa.
La convinsi di anticipare la data del matrimonio a prima dell’operazione. Ma lei capi che il suo sogno, per un destino crudele stava svanendo come la luce al tramonto.

Così un mattino freddo, buio e triste, alle otto del nove Maggio, Giulia circondata da tutti i suoi cari sollevò le braccia per darmi l’ultimo simbolico abbraccio e si spense con un dolce e pesante respiro.
Come un atto d’amore, prima di uscire completamente dalla scena di questa misteriosa e incomprensibile nostra esistenza, lei riuscì a chiudere gli occhi e in punta di piedi, in silenzio andò via, portando con sè, dopo appena un anno, i suoi sogni più belli.
Addio amore, aspettami…

Giovanni Giudice

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