Caudale – Racconto di Frank Cappelletti

Caudale - Racconto di Frank Cappelletti

Quello che non vedevo era scritto in tutto quell’azzurro.
Ogni goccia, ogni lacrima vomitata dal cielo in quella distesa, aveva il colore dell’inferno.
Si, perché l’inferno non era nero o rosso del fuoco eterno come ci avevano fatto sempre credere, ma blu. Un blu cosi tetro da devastare l’aldilà.
La prua della barca fendeva quell’immensa distesa di dannazione separandone il colore con due bande spumeggianti di schiuma.
Non vedevo i contorni dell’acqua né quelli dell’orizzonte né tantomeno quelli del cielo, ma non mi dava noia. Ciò che mi mangiava vivo era per quelli più celati, quelli più sprofondati all’inferno. Quelli della mia anima.
Controllai la direzione e annusai il vento d’estate.
Un odore di vita puzzolente mi riempì i polmoni, aiutando i pensieri a farmi colare a picco, dovevo allontanarmi il più possibile da ogni attaccamento, da tutto quello che era il passato.
Scivolai a poppa e controllai le lenze, da ore pasturavo senza ottenere un bel niente.
“Solo la morte che abita gli abissi è venuta a scuotere i miei ami.” Sussurrai.
I pesci parevano fottersene di tutto ciò che solcava la superficie, niente pareva incuriosirli, nemmeno pezzi di carne salata.
Nubi.
Qualcuna solcava stancamente il cielo facendo finta di gonfiarsi e di apparire più grande, ma senza successo, i venti in altitudine ne sparpagliavano la massa.
Puntai lo sguardo sulla più piccola, quella che mi sembrava una sirena, la guardai muoversi, nuotare fino al punto di non ritorno e poi dissolversi.
“Ecco, proprio così…”
Stappai la bottiglia di ouzo, l’unica amica veramente seria che avessi mai avuto in vita mia e ne bevvi un sorso.
“… la vita è proprio uguale al tuffo della sirena, pensi di essere unico, invulnerabile e invece ti fotte finendo da un momento all’altro.”
Mi sedetti e controllai il carico. Ogni cosa al proprio posto.
“Nessun problema.” Pensai.
L’ultima volta un’avaria al motore aveva mandato tutto era andato a puttane. Il mare non perdona, resta placido finché per un motivo noto solamente a lui, si confonde e scatena ogni sua goccia tirando giù ogni cosa.
Non ero mai stato un gran lupo di mare, anzi a dirla tutta, navigare non mi era mai piaciuto ma mi cimentavo con piccole imbarcazioni solo per compiacere Sandra, mia moglie. A lei il mare piaceva, aveva un amore viscerale per l’acqua salata e a tutto ciò che galleggiava, era lei che mi aveva spinto tra il fasciame di una barca regalandomi l’infinito.
Ma ora che i viaggi da sogno erano affondati, spinti alla deriva da un malevolo fato restavo con ciò che restava di una vita schizzata via.
“Verdesche…” Pensai.
“… questi bastardi non mancano mai.”
Un paio di piccoli pescecane mi fecero pesare la loro presenza sventolando la pinna dorsale come windsurf. Guardai le code smuovere l’acqua e in un attimo erano spariti.
“I predatori resteranno sempre e solo loro a governare ciò che resterà dell’universo.”
Tirai le lenze per vedere se ci fosse qualcosa attaccato e poi mollai.
Devis, il mio compare bosniaco, mi aveva detto che con la pesca avrei tenuto la mente occupata e non l’avrei persa dietro le mie puttanate.
“Puttanate un cazzo!” sibilai.
Il mutuo, una figlia da crescere senza una madre, gli assistenti sociali a grattugiarmi le palle con le loro idee radical-chic su come educare una ragazzina di dieci anni, le donne che invece di darmi un po’ di sollievo arginavano la loro gelosia con i miei sensi di colpa e per finire un lavoro di merda, molto redditizio, ma sempre sul filo del rasoio.
“Devis, dove sei?”
Lasciai che la radio gracchiasse finché una voce con l’accento jugoslavo rispondesse alla chiamata.
“Vecchio pirata, dove vuoi che sia, a dieci miglia da te, filiamo paralleli… ti paro il culo in caso ci fossero problemi.”
“Seee… mi pari il culo, non oso immaginare cosa potresti fare da così lontano.”
“Tu mi offende…” Lo sentii ridere e tossire, il polmone perforato in guerra non gli dava tregua.
“… tu non buono amico…”
Devis fingeva di non conoscere bene l’italiano e si auto scimmiottava. Erano più di 25 anni che viveva in Italia e aveva perso l’accento slavo per cui per anni, il tribunale dell’Aja gli aveva dato la caccia, senza stanarlo. Ora era il mio angelo custode, quello che quando qualcosa andava storto, mi veniva a pigliare.
“… tu sempre pensare male di me.”
“Smetti di fare lo stronzo e fammi sapere se ci sono motovedette nella mia zona.”
Rise di nuovo e chiuse.
Bevvi un altro sorso di ouzo e lasciai che l’odore di nafta mi rimescolasse i pensieri.
“La cosa triste è che la gente muore…” Sentenziai.
“… e per quanto sia una cosa naturale, da che l’uomo ne ha preso coscienza , ancora non si è abituato alla fine delle cose.”
Ci rivedremo di là, niente finisce definitivamente, il trapasso è varcare la soglia, tutte frasi a effetto per tamponare quel vuoto creato dalla perdita.
Io c’ero passato e dopo due anni ancora pregavo un qualche dio affinché mi riportasse mia moglie.
In tre mesi la mia scassa cazzo bionda si era ridotta a una larva con il respiratore e io quello che chiusa la bara ero andato in un bar per vincere un coma etilico.
“La morte annienta gli uomini felici e li rende zombie…”
“…ma io sono il figlio preferito di Dio, questo è ciò che sono.”
Dio teneva a me in particolar modo, per quanto a volte avesse bisogno di rammentare chi comandava, uccidendo chi amavo.
La felicità a sprazzi, veniva somministrata a pennellate, a colpi di colore quando l’anima cominciava a farsi sempre più nera.
“Dio ne ha miliardi, ma io sono il suo preferito.”
Mi sostenevo seguendo questo pensiero, agivo e sbagliavo con la consapevolezza del perdono di un qualche essere superiore.
Non ero mai stato un uomo legato a qualche credo, né politico tantomeno religioso, ma in molti frangenti avevo bisogno di aggrapparmi a qualcosa per non impazzire.
“Che vuoi maledetto slavo…”
“Non è più il momento degli scherzi, hai due lance che ti arrivano di babordo.”
“Riesci a vedere cosa sono?”
“Negativo, ma non ti verranno vicino per farti i complimenti.”
“Il mare è abbastanza calmo, pensi che potrò raggiungere la Valletta o…”
Trattenni le parole, non avevo voglia di dare vita al mio pensiero, volevo solo portare a termine il lavoro, prendere l’aereo e tornarmene a casa.
“Sarò più preciso tra una ventina di minuti, appena riuscirò a vederti. Tu però preparati per il peggio.”
Le parole di Devis mi fecero serrare la mascella, prepararsi al peggio equivaleva oltre alla dimezzata paga, anche a buttare sulla propria anima altro peso.
“Ma io sono il figlio preferito di Dio e troverò una soluzione.”
Tracciai una rotta più facile ma più lunga, calcolai il carburante rimanente e imprecai.
Avevo fatto la cresta al momento del rifornimento e intascati i mille euro mi ero serrato nella piccola cabina.
“Merda a me e al bisogno di soldi… se non trovo una via migliore devo scaricare in mare e ciao al gruzzoletto e se mi prendono allora non avrò più un cazzo per cui campare.”
Con la galera gli assistenti sociali avrebbero avuto carta bianca e mi avrebbero portato via Chiara e li, sarebbe stata la fine.
“Misurata, Malta… Merda troppe miglia…”
“Ci sei Devis, passo.”
Lasciai che la radio mi gracchiasse nelle orecchie e attesi.
“Devis…”
Il silenzio radio divenne assordante. Qualcosa doveva impedire al mio compare di rispondere, toccai il timone e mi mantenni a dritta. Il mormorio dei miei pensieri mi fece scudo dal rumore generato dal carico. Il mare per quanto placido incuteva sempre quel sano terrore e scaricare al largo non era poi una cosa di due minuti. L’estate era la stagione più proficua grazie al tempo, ma anche la peggiore per i controlli. Le vedette tracciavano rotte così imprevedibile da farmi restare sgomento, allo stesso modo in cui da ragazzo, fissavo le chiappe delle bagnanti a San Benedetto del Tronto.
“Devis, cazzo ce l’hai fatta…”
“Avevi dubbi?”
“Cazzo non ti ho mai visto in silenzio.”
“Mi stavano sparando… bastardi.”
“Ti vedo, sei sulla mia scia, dai che gliela facciamo…”
Non terminai la frase che due punti presero vita alla mia sinistra. Due vedette erano pronte a darmi il benservito.
“I pirati.”
“Li vedo Devis, li vedo… che Dio li fulmini…”
“Lascia perdere Dio e comincia ad allagare le sentine…”
“Vorrei raggiungere un qualcosa per poi recuperare il carico.”
Sentii bestemmiare e inveire contro la mia famiglia, l’ angelo custode si stava spazientendo.
“Perché devi sempre fare la testa di cazzo, allaga tutto, metti il pilota automatico e aspettami, ormai è tutto andato a puttane, salviamo il culo e la prossima volta andrà meglio…”
Uscii dalla cabina e scesi sotto. Il motore viaggiava a regime e l’odore di nafta aveva impregnato le paratie.
Guardai l’acqua salire lentamente.
“Chissà stavolta quanto tempo ci metterà a colare a picco, chissà se prenderanno parte del carico.” Pensai, poi tornai in coperta.
Sbirciai il carico e sorrisi, in fondo a pensarci bene era di poco valore.
I diamanti non erano stati consegnati e sebbene lo stato pagasse bene, questo era un carico di poco valore.
Devis affiancò il motoscafo e quando gli immigrati si resero conto che li avevo lasciati, lo slavo mi aveva già portato via.
“Che coglioni però, soldi finiti a fondo.”
“ Roba di poco, non ti preoccupare, questa era solo manodopera per la mala, raccoglitori e puttane, niente di che.”
“Oddio, a me altri duemila euro mi facevano comodo.”
Devis si calò gli occhiali da sole sul viso per schermarsi dal sole, la veloce imbarcazione era sgusciata via dalle rotte delle motovedette. In un colpo avevamo gabbato libici e italiani.
“Il prossimo sarà una cosa seria, diamanti a chili e droga nascosta nello stomaco dei negri e nessun morto. I buonisti italiani esulteranno per i salvataggi e camorra, mafia, sacra corona unita, ‘ndragheta, si spartiranno i profitti.
“Quindi questi qua erano carne da cannone…”
Lo slavo stappò una birra e me la porse, l’arsura aveva cominciato a segnarmi il volto e lui lo aveva visto.
“Ogni negro che va a fondo porta alla ribalta il finto problema africano e in Italia i buonisti ci aprono il varco per farci entrare.”
“Coglioni…”
“Esatto, lo stato è in combutta con Germania e Francia, per ogni affondamento leci sono persone che beccano finanziamenti europei e più morti ci sono, più ‘sti coglioni si battono per salvare ‘ste schifezze.”
Il mare tirò giù metà del carico, per lo più donne e qualche vecchio. Quelli che si salvarono a Lampedusa fomentarono un paio di rivolte ottenendo qualche spicciolo.
I nigeriani misero su un bel giro di prostitute con buona pace dei siciliani, algerini e libici intrallazzarono per hashish e importazioni di chissà cos’altro, mentre io tornai a casa.
Andai in montagna con Chiara, un bel paesino sulle Dolomiti lontano da ogni porto sicuro, solo baite e vento fresco che puliva la mente. Guardavo mia figlia crescere e continuavo a sostenere che Dio aveva un amore particolare per me. Io ero la sua pinna caudale.
L’estate ora poteva anche finire.

 

Frank Cappelletti

 

 

 

 

 

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