Biancaneve e i sette nani rivisitata – racconto di Patrizia V. Garelli Rossi

Biancaneve e i sette nani rivisitata - racconto di Patrizia V. Garelli Rossi

Una delle fiabe che più colpì il mio immaginario infantile è senza dubbio Biancaneve. Ricordate anche voi, vero, la vicenda della dolce e tenera giovinetta che la perfidia della matrigna, invidiosa della sua bellezza, condanna a morte per mano di un guardacaccia? Il suo progetto, però, va a monte perché l’uomo, impietosito, la risparmia, abbandonandola nel bosco in cui l’ha portata. Qui, Biancaneve incontra 7 nanetti, di professione minatori: Cucciolo, Mammolo, Gongolo, Pisolo, Brontolo, Eolo, e… come si chiama il settimo? Me lo dimentico sempre! Scommetto che succede anche a voi… Dunque… Ah, Dotto, ecco chi mancava all’appello! Biancaneve, riconoscente, per sdebitarsi dell’aiuto dei nani, che le hanno offerto vitto e alloggio, si offre volontariamente di sbrigare per loro tutte le faccende di casa. Eccola… Mi par di vederla nel celebre film di Walt Disney rassettare instancabile i letti, fare il bucato, cucinare, rammendare, sempre allegra e canterina… Fino a quando la matrigna che, grazie a uno specchio, si è resa conto che è ancora in vita, travestitasi da innocente vecchietta le offre una bellissima mela rossa, purtroppo avvelenata. Può un’ingenua fanciulla dubitare di un dono gentile?

Certamente no! Così, Biancaneve, dopo averla assaggiata, cade addormentata in un sonno profondo, fino a che un principe, arrivato casualmente nel bosco ove ella giace, vegliata dai nanetti, disperati per la sua perdita, la risveglia con un dolce bacio, preludio dell’happy end nel quale, dopo averla issata sul suo cavallo, la porta con sé a palazzo per farne la sua sposa. Io, però, ho immaginato uno svolgimento e una fine un poco diversa per questa favola ove la bontà e l’altruismo trionfano sull’invidia e la malvagità. Una fine diversa, forse più consona ai nostri tempi, nei quali, per esempio, la cattiva regina non ha alcuna necessità di sopprimere Biancaneve perché invidiosa del suo aspetto, giacché esistono ottimi chirurghi estetici…
Ma, veniamo alla mia versione. Biancaneve giace addormentata. Il principe le si avvicina, la guarda rapito e vittima di un coup de foudre, la bacia appassionatamente sulle labbra. Biancaneve apre lentamente gli occhi. Scruta attentamente il giovane. Indi si mette a sedere in posizione fior di loto e, con fare autoritario, chiede: “E tu, chi sei?”

Sorpreso dal tono più che dalla domanda, lui gentilmente risponde: “Sono un principe. Poco lontano da qui c ‘è il mio castello e ci sono i miei possedimenti.” Biancaneve sorride ironicamente: “Sì, un principe… E dovrei crederti? Mostrami il tuo albero genealogico… No, a pensarci bene, quello non m’interessa. Cosa vuoi che m’importi delle nobili gesta dei tuoi antenati… bla… bla… bla… Piuttosto, quale è l’estensione delle tue terre, la rendita catastale del tuo castello, eh?” Il principe non sa che dire. Non ha certo pensato di portare con sé a passeggio la sua denuncia dei redditi…
“Lo sapevo”, fa Biancaneve, “sei un imbroglione che crede di conquistarmi con le chiacchere! Ci vuol altro, caro mio, mica sono una stupida!”
“Ma no”, azzarda il principe un po’ intimorito, “ti assicuro che è tutto vero. E poi, non voglio ingannarti. Tutt’altro: ti voglio sposar…”. La risata di Biancaneve tronca la sua giustificazione.

“Ah, ah, ah, buona, questa! Mi vuole sposare! Ma che grande onore! E poi, quando saremo marito e moglie, sarò io ad occuparmi della gestione del palazzo, della servitù, di tutte le beghe, vero? E dovrò accompagnarti a tante stupide feste per farti fare bella figura. Perché la farei, stai certo. Lo sai anche tu! Ho visto con che occhi malandrini mi stai guardando…”

Il principe arrossisce… Biancaneve continua: “Beh, te lo puoi scordare, caro mio! Tu hai letto la favola di Biancaneve, vero? Ma anche le favole possono mentire. E questa è forse la più bugiarda. Credi che durante tutto questo tempo io abbia avuto cura dei nanetti? Che abbia cucinato? Spazzato? Marameo! La realtà è diversa. Sono i nanetti che sino ad ora si sono occupati di me! Io ho l’abitudine di dormire perlomeno fino a mezzogiorno. Così, loro, prima di recarsi in miniera, mi lasciano la colazione e il pranzo belle pronti sul tavolo, secondo i miei desideri espressi la sera prima. Ah, un menu variatissimo e salutista perché io, alla linea ci tengo! Credi che abbia mai lavato uno dei loro indumenti? Puah, sono sporchi e puzzano di sudore… Se li lavano loro, la sera, quando tornano stanchi morti dal lavoro…E, credimi, nessuno di loro si è mai lamentato. Tutti buoni e zitti… Beh, a parte Brontolo. Ma quello trova sempre da ridire su tutto. Quanto a Gongolo, è un perfetto cretino, sempre a ridere di tutto! Mammolo, poi… non ne parliamo nemmeno! Se mi scappa una parolaccia –succede-, eccolo diventare rosso come un gambero! E Dotto? Che pesante! Sempre a sputare sentenze… Per fortuna c’è Cucciolo, un po’appiccicoso, ma tutto sommato carino! Per cui, caro il mio principe, puoi girare i tacchi, no, volevo dire gli zoccoli, e tornare al tuo bel palazzo. Non ho più nulla da dirti. Io riprendo a dormire. Che ora è? Ho ancora sonno! Non capisco come tu ti sia permesso di svegliarmi…”
Nel dire questo, Biancaneve si corica e chiude gli occhi.

Il principe non ha sentito le sue ultime parole. E’ da un bel po’ che, spronato il cavallo, ha ripreso la via di casa, pensando fra sé e sé di essere stato molto fortunato ad aver scampato un così grande pericolo. Di una cosa è certo: dovesse campare cent’anni non bacerà più una ragazza addormentata nel bosco!
Ma i più delusi sono i nanetti che hanno assistito alla scena nascosti dietro altrettanti cespugli. Avevano sperato che il principe fosse la soluzione al loro problema, portandosi finalmente via Biancaneve… E invece, hanno il presentimento che lei non abbia alcuna intenzione di abbandonarli. Brontolo la guarda, scuote il capo e mugugna qualcosa. Ah, nessuno di loro fischietta il celebre motivetto “Andiam, andiam, andiamo a lavorar…”. Se ne stanno zitti, a capo basso, mentre, con la zappa sulla spalla, sospirando tornano in miniera.

 

Patrizia V. Garelli Rossi

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