Alle 21 in punto – racconto di Manuela Caferri

Alle 21 in punto - racconto di Manuela Caferri

Si guardò ancora allo specchio.Chissà perché non era mai soddisfatta del suo look ogni qualvolta doveva incontrarlo. Le scarpe poi erano sempre un problema, tacco troppo alto o troppo basso, stile sportivo o elegante, colore anonimo o appariscente.
Finalmente decise per un paio di decolletè di cuoio con il tacco abbastanza alto,ma comodo,un abito leggero rosa antico sopra al ginocchio ,scollatura arrotondata,che scivolava lento sul corpo dalle forme ancora adolescenti e si insinuava tra le gambe ad ogni passo.
Si infilò l’impermeabile e prese l’ombrello.
Quella sera estiva stava scendendo umida ed appiccicosa dalle nubi rosate del tramonto e questa sensazione le si attaccava addosso come il vestito che aveva appena indossato.
Lo aveva conosciuto un paio di mesi prima in un pub mentre la schiuma della Guinness le stava, suo malgrado, colando sui jeans. I suoi occhi si erano avvicinati, occhi verdi e trasparenti come l’oceano, occhi che le parlarono subito. Se dagli occhi misuri il peso dell’anima, quella doveva essere un’anima leggera, pronta a spiccare voli verso l’impossibile ,un’anima dotata di ali speciali che sfidano i venti, sanno attraversare i mari e sorvolare le cime delle montagne. Ali per volare,ali per tornare,sull’onda dei sogni.Potrebbero allora temere le brezze? Sono quelle a riportarci a casa. E se lì qualcuno ci attende, tutto diventa più lieve.
Così era iniziato tutto, dagli occhi.
Mentre si chiudeva la porta alle spalle, il cuore cominciò a batterle più forte e continuò finchè non aprì lo sportello della macchina e si sedette al volante. Lentamente le pulsazioni diminuirono ed avviò il motore.
Le prime gocce di pioggia scivolavano sul parabrezza, indugiando come le lacrime quando non hanno deciso di colare giù sulle gote.Le osservò finchè non si moltiplicarono in pioggia sottile ed accese i tergicristalli.
Il parco della palude era a pochi chilometri sulla provinciale. Lui sarebbe arrivato dall’altra direzione.
Un luogo romantico e pieno di aromi e suoni estivi,soprattutto nelle serate chiare di luna;ma quella sera non era certo una di quelle. Procedeva, guidando con prudenza.
Tutte le frasi che avrebbe voluto sussurrargli a volte dolcemente,a volte con forza e determinazione le tornavano in mente,cose che teneva chiuse in una scatola con una piccola serratura chiusa a doppia mandata.La chiave era attaccata ad un coriolo che portava al collo. Non sapeva se sarebbe mai riuscita ad inserire quella piccola chiave, non sapeva se, dopo averlo fatto, sarebbe riuscita a girarla nella piccola serratura sbloccandola, non sapeva se avebbe mai sollevato il coperchio. Sarebbero forse fuggite tutte quelle parole e si sarebbero disperse nel vento oppure avrebbero trovato la strada che conduceva dritta a lui?
Ma forse è proprio quando sembra che niente abbia un significato,ecco che misteriosamente il destino ci propone un senso da dare alle cose. Se riusciamo a coglierli, questi silenziosi suggerimenti, a non ignorarli, possiamo entrare a far parte di quell’inconoscibile ed affascinante progetto che la vita ha ordito per noi.

-Fintantochè i tuoi sogni saranno anche i miei sogni e i miei i tuoi,noi saremo insieme e niente e nessuno potrà portarceli via.
Accese l’I Pod e lo collegò alla radio, selezionò Just Breathe dei Pearl Jam e cominciò a sussurrarne le parole, come una dichiarazione d’amore: -Yes I understand that every life must end…as we sit alone. I know some day must we must go… Stay with me,let’s just breathe…
E aggiunse: -Tu sei la mia alba ancora tinta dalla luna opalina, sei il mio tramonto screziato di nubi di corallo, sei il bagliore delle mie aurore sognate, dalle forme inusitate, sei nell’incanto che pervade le attese, nel desiderio che ogni mia fibra pervade. I miei demoni, i miei fantasmi li conosco e con essi convivo, ma tu sei l’ombra sotto cui mi siedo a riposare, raggiungimento e partenza per i sentieri della mia anima.
Ecco. Le luci dei fari fendevano la leggera nebbia che si stava lentamente alzando dall’asfalto bagnato ancora caldo dell’afa del giorno. E’strano come la notte possa rendere tutto così surreale: le sagome degli alberi lungo la strada apparivano come lugubri creature protese verso l’auto, pronte a ghermire chiunque osasse sfidare quella tenebra,così quella bruma solforosa le rammentava il film di Carpenter “The fog”, in cui la nebbia avvolgente e densa portava dentro di sé oscuri fantasmi dal passato.
La provinciale quella sera era inusualmente deserta, probabilmente a causa del tempo. Neppure i ragazzi del luogo si erano avventurati verso il pub distante pochi chilometri, l’unico della zona.
Ormai mancava poco alla palude.
Lo avrebbe osservato arrivare con quel suo modo di camminare calmo ed apparentemente distratto,quasi che le cose del mondo lo interessassero poco o affatto. Lo avrebbe guardato sorriderle da lontano, avrebbe atteso le sue braccia e l’abbraccio nell’abbraccio.
Se il tempo della felicità si misura in altezza e non in lunghezza, quegli attimi rappresentavano il culmine delle emozioni.
Guardò il segnale di svolta a sinistra, un chilometro.
Rallentò ed imboccò la stradina fangosa che conduceva al parcheggio del parco.
Arrivata.
Spense il motore, ma dovette riaccenderlo quasi subito per via dei tergicristalli. Non accennava a smettere di piovere e non si riusciva a vedere fuori.
In tutto quel silenzio solo il ticchettio della pioggia sul tetto dell’auto e l’incessante monotono pendolìo delle spazzole sul vetro anteriore che scandivano il tempo dell’attesa come un metronomo.
Non vedeva fari avvicinarsi. Era così puntuale di solito.
Prese l’ombrello dal sedile posteriore, aprì lo sportello e scese dalla macchina.
I tacchi affondarono subito nell’erba molle e fangosa.
Strinse la cinta dell’impermeabile e con essa anche le sue spalle si chiusero in avanti,mentre i suoi occhi scrutavano il buio, inutilmente.
L’odore dell’erba bagnata si confondeva con i miasmi marci della palude, quelli di ogni zona paludosa,in cui vita e morte convivono
e sembrano fondersi in un unico microcosmo;germogli che nascono dalla putrefazione di altre piante, come succede nel cuore,in cui il dolore si ciba di altro dolore,dando luogo, però ad un’insaziabile vitalità nell’anelito all’amore.
Amore e vita.
Fece qualche passo incerto verso i cespugli e si arrestò improvvisamente. Qualcosa o qualcuno si stava muovendo laggiù.
Doveva essere qualche animale al riparo dalla pioggia,disturbato dalla sua presenza.
Arretrò lentamente guardando sempre verso le sagome scure dei cespugli.
Lo vide all’improvviso sbucare fuori dal buio.
Istintivamente gli andò incontro.
Dove diavolo aveva parcheggiato l’auto? O forse aveva avuto un guasto al motore.
– Ciao – disse,e fu tutto ciò che le uscì. Aveva un aspetto trasandato, l’impermeabile zuppo e macchiato di terra, i capelli fradici e gli occhi…
Man mano che si avvicinavano l’una all’altro, notò che i suoi occhi verdi trasudavano una tristezza indicibile, non quella tristezza che tu riesci a scorgere quando qualcuno è soltanto triste. Ecco, esattamente. Era una tristezza lontana,quasi ancestrale, inafferrabile, inconoscibile, remota. Un’infelicità quasi rassegnata che pareva scavalcarla ed andare oltre la sua esile figura.
Nella pioggia anche i suoi occhi erano velati di lacrime.
-Sei qui! Cosa ti è successo?
Avvicinati alla macchina, ho un’asciugamano. Ti aiuto a pulirti.
Sembrava che lui non avesse più parole, quasi si fossero sciolte in tutta quella pioggia e gocciassero giù dai lembi del suo impermeabile.
-Dovevo vederti. Non posso fermarmi!
Osservò il suo viso, pallido come mai lo ricordava.
-Non avvicinarti! Davvero, devo andare ora.
Avvertì una fitta alla bocca dello stomaco, poi un dolore intenso che le salì fino alla gola,un singulto che non riuscì a sfociare in grido.
-Sali in macchina. Vai!
Il tempo sembrava immobile o così avrebbe voluto che fosse.

I fari accesi stentavano a penetrare la cortina di nebbia, ma questo lo vide, sì che riuscì a vederlo:dalla sua fronte scendeva un rigagnolo di sangue. Non era fango.
Poi, come era arrivato, scomparve a passo lento tra le canne, senza che lei riuscisse a fermarlo in qualche modo.
Era paralizzata dall’angoscia,si sedette al volante e con un gesto meccanico accese la radio.
Niente musica, era in onda il notiziario locale delle ventuno.
La voce dello speaker le giungeva all’orecchio come fosse una catena di parole di cui non riusciva a cogliere il senso.
Improvvisamente sentì nitidamente: -Alle ventuno in punto.
Ma cosa?
-Alle ventuno in punto sulla provinciale un’auto con a bordo un uomo si è schiantata contro un albero, forse a causa della nebbia.

 

Manuela Caferri

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