Agata – Racconto di Monica Fusco

Agata - Racconto di Monica Fusco

Agata guardava la bassa marea della mattina, il mare era calmo e le sue piccole onde facevano dolcemente capolino a riva accarezzando conchiglie e sassolini, poi venivano richiamate con la stessa soavità tra le acque.

Quello spettacolo le piaceva molto e oggi era scesa in spiaggia molto presto per poterne godere a lungo, erano infatti le sei, si sentiva il rumore del mare, qualche gabbiano in lontananza e una leggera brezza le sfiorava le gote rosee. I suoi lunghi capelli rossi le danzavano intorno riuniti in ciocche, mentre il ciuffo le solleticava il viso e i suoi occhi verdi si perdevano in quell’infinito, che riflettendo il cielo assumeva sfumature ora blu, ora verdi, ora turchesi per divenire infine trasparente e spumeggiante ai suoi piedi. La luce dell’alba filtrava con il suo chiarore, mentre un’ombra di luna si dissolveva nel cielo terso, le cui pennellate violacee o infuocate lasciavano spazio ad un azzurro che sarebbe diventato sempre più intenso e il sole non ancora incandescente raggiungeva l’anima con il suo tepore. Ed ecco, il profumo del mare! Inconfondibile e indimenticabile, l’odore del mare era intenso e avvolgente, sapeva di sale e sabbia, acqua e sole, scogli e conchiglie: Agata lo respirava incantata e le sembrava che si insinuasse negli angoli più remoti della sua mente, dove, passando, risvegliava ricordi e sensazioni lontane, fino a farle udire distintamente voci di chi non c’era più, insieme a volti spensierati e spruzzi di un’allegria che aveva abitato la sua infanzia. Il mare l’aveva accompagnata in ogni fase della sua crescita, l’aveva cullata, attesa, accolta, ascoltata, a volte impressionata o travolta, ma mai tradita e per questo non lo temeva, si fidava del mare, come dell’amico sempre presente. E anche adesso era lì, che la invitava alla riflessione e avrebbe custodito i suoi pensieri.

Ne aveva sempre troppi, che le rimbalzavano in testa e sembravano formare un percorso intricato di cui non si intuiva l’inizio, né la fine, per questo amava le passeggiate solitarie, camminare l’aiutava a distendere questo groviglio e farlo in riva al mare era l’ideale. Un passo dopo l’altro, procedeva lentamente a piedi nudi nella sabbia umida, con i jeans risvoltati sopra le caviglie e il suo inseparabile cappello di paglia, a volte si fermava, lasciava che l’acqua le raggiungesse i polpacci, alzava lo sguardo e restava immobile per un istante che sembrava senza tempo.
Non volgeva mai lo sguardo indietro. Mai.

Scioglieva i suoi pensieri iniziando sempre dal suo nome, Agata: le piaceva molto il suo nome, le ricordava una pietra preziosa dalle tante sfumature colorate apparentemente casuali, ma che in realtà seguivano un percorso a loro modo ordinato, comprensibile solo in una visione d’insieme…forse un po’ come la sua vita, le piaceva credere che, almeno alla fine, un ordine si sarebbe intravisto!

Legava il suo nome anche ad una nota scrittrice, di cui apprezzava lo stile, la fantasia e l’acume ed infine le piaceva il significato: buona…e lei lo era, anche quando cercava di nasconderlo, vivendo questo tratto della sua personalità come una virtù desueta, che la appesantiva, un ingombrante fardello che la rallentava e l’affaticava nel cammino. Tuttavia, era forse questo che induceva chiunque ad intrattenersi con lei, riconoscendole un volto sereno e un animo gentile, dispensatore di parole liete, considerazioni accorte, speranza piena, disponibilità pronta e sostegno appassionato di oneste cause. Si trovava bene con le persone, la incuriosivano, entrava in relazione con estrema facilità, nonostante fosse di carattere estremamente riservato, a fatica raccontava di sé agli altri e comunque aveva sempre difeso la sua solitudine.

C’è gente, pensava, perennemente affaccendata, il cui spazio è in ogni momento occupato da qualcuno o qualcosa, gente che sembra conoscere molto bene il motivo del suo affanno, ma in realtà non sa cosa vuole e si ritrova, sovente, sfinita e insoddisfatta. Agata non avrebbe accettato una simile condizione ed era sicura che un segreto fosse quello di imparare a stare da soli, per fare ordine, stemperare gli umori, lasciar sedimentare parole e sensazioni, sedersi e contemplare, per poi raddrizzare le vele e levare le ancore. La solitudine, temuta da molti, per lei era una compagna di viaggio, le si affiancava silenziosa, scandiva il ritmo del cammino, era portatrice di un’imperscrutabile fascino e si dissolveva poi senza far rumore, così come si era presentata. Recava con sé un anelito alla libertà, che tanto la attraeva, la faceva sentire leggera, in piena armonia con l’universo perché finalmente al suo posto e vicina alla Pace, che non è tregua o assenza, ma forza che viene da una serenità imperturbabile perché fondata sulla Verità e la Giustizia.
Rivolse istintivamente lo sguardo al mare, anch’esso era, in qualche modo, solo, ma non triste ed era questa sua solitudine che gli permetteva di ritrovarsi in qualunque condizione: le sue acque potevano essere popolate, ma non invase, navigate, ma non domate, depredate, ma non svuotate e sempre conservavano intatta la loro austera bellezza, era sempre il mare, era sempre lì.

Il lavoro era un altro ambito in cui Agata prediligeva la solitudine, aveva notato, infatti, che di tutte le occupazioni svolte dava il meglio in quelle in cui era sola a decidere modi e tempi dell’intervento, sola a gestire proposte e responsabilità. Ne aveva provati tanti di lavori, non certo per scelta…il guru dei tempi era la flessibilità, che non lasciava spazio alle inclinazioni personali e guai a fare lo stesso lavoro per più di un anno! Insomma, per chi aveva le competenze non c’erano le condizioni, chi aveva le idee chiare era comunque obbligato ad un percorso a ostacoli prima di raggiungere la meta e così via, tutti a sperimentare tutto, in una società che richiedeva specializzazioni sempre più nette, per poi ignorarle invitando ad orientarsi con “flessibilità” verso occupazioni comuni, a volte inutili o bizzarre e, soprattutto, suggerite o inventate da altri che, come abili prestigiatori, facevano apparire le speranze e scomparire le possibilità. In ogni caso, bisognava reinventarsi ogni volta motivazioni e abilità, cambiando città, persone, mansioni più in fretta di quanto fosse fisiologicamente necessario alla mente per adattarsi. Agata aveva così accumulato un discreto quantitativo di esperienze, tecniche, conoscenze e incontrato una moltitudine di tipi umani da far invidia a uno psicologo, ma tutto questo, insieme, non faceva un lavoro, non le consentiva ancora di disfare i bagagli e definire almeno i contorni del suo disegno.

Neppure il mare sembrava avere contorni e questo era, quindi, un aspetto che condivideva con lei. L’infinito del mare, però, sapeva di varietà e libertà, di forme e colori ce n’erano diversi, nessuno casuale, tutti in relazione tra loro, ognuno con il suo scopo, ma in comune la difesa dell’elemento che per ciascuno significava la vita, appunto il mare.

Agata era spontaneamente attratta dal mare, come se fosse il suo elemento naturale e più volte, sin da piccola, si chiedeva che sensazione meravigliosa potesse essere disporre di pinne e branchie, che l’avrebbero resa capace di unirsi al mare ed esplorarlo nelle sue profondità più remote.
Eppure, come ogni cosa che si vive in questo mondo, tutto va guardato da angolazioni diverse e proprio quando si crede di conoscere qualcosa se ne scopre la faccia nascosta. Così, anche la solitudine, aveva il suo lato oscuro, che assumeva le forme dell’abbandono, della fuga, del lutto, del rifiuto e Agata stava scivolando inconsapevolmente da questa parte.

La solitudine era divenuta, ultimamente, un rifugio, un luogo dove ritirarsi per sentirsi invulnerabili, uno scudo impenetrabile atto ad impedire che l’indignazione, la fatica, la delusione si trasformassero in un nuovo dolore, soffocava la sensibilità nei confronti della vita, quella strana qualità che ne faceva una persona buona, per darle, solo in apparenza, l’illusione della tranquillità. Agata era stanca dei continui cambiamenti, stanca di doversi rimettere in viaggio quando aveva motivi per restare, o di restare perché non aveva la possibilità di cambiare rotta e, inconsapevolmente, si comportava come chi non cerca, non attende o, forse, non merita più nulla.

Diresse ancora lo sguardo al mare e improvvisamente intuì ciò che era sempre stato evidente: la libertà del mare, che ne faceva la sua assoluta bellezza, era tale proprio perché il mare “apparteneva” ad uno spazio, non poteva esistere ovunque, non sarebbe stato lo stesso, non sarebbe stato così bello come lei lo vedeva se non fosse appartenuto, se non si fosse raccolto e consegnato ad uno spazio, a quello spazio che solo poteva contenerlo senza limitarlo, indirizzarlo senza costringerlo, definirlo senza opprimerlo, offrendogli la giusta dimensione per manifestare il suo splendore, la libertà del mare era vera perché affidata alla terra, che sapeva custodirla.

Intanto il giorno avanzava, l’atmosfera si popolava dei suoni che accompagnano il risveglio, Agata assaporava gli ultimi istanti di tranquillità, quando qualcuno, passando in riva al mare, le rivolse uno sguardo e si fermò.

 

Monica Fusco

 

 

 

 

 

 

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