Un’orrenda tempesta annientò l’aria di Emily Dickinson è una poesia che mette l’essere umano di fronte alla propria fragilità più profonda.
Di fronte a una natura che non dialoga, non ascolta, non si lascia addomesticare. Una forza che arriva, oscura, travolge e ricorda all’uomo quanto sia piccolo, vulnerabile, provvisorio.
Nei versi della poetessa americana l’aria stessa sembra venir meno sotto il peso della tempesta. Il cielo si chiude come un sipario, la luce scompare, la terra resta sospesa in un silenzio carico di paura. È l’istante in cui l’uomo smette di sentirsi padrone del mondo e si scopre ospite fragile di una realtà che può ribellarsi in ogni momento.
Emily Dickinson osserva la tempesta con lo sguardo di chi sente sulla pelle il brivido dell’impotenza. Non c’è eroismo, non c’è sfida. C’è solo l’attesa, il rispetto, la consapevolezza che, davanti al potere della natura, l’essere umano può soltanto restare fermo e ascoltare.
Un’orrenda tempesta schiacciò l’aria fu scritta nel 1861, ma trovò diffusione solo grazie alla raccolta The Poems of Emily Dickinson di Thomas H. Johnson, il quale fece un lavoro di cura di 1775 poesie che la poetessa statunitense aveva scritto durante la sua vita e mai pubblicate prima. Il risultato fu un’opera di tre volumi con tutte le poesie catalogate in ordine cronologico e nella loro forma originale. La poesia corrisponde al frammento 198 della poderosa opera.
Leggiamo questa originale poesia di Emily Dickinson per viverne l’atmosfera e apprezzarne il significato.
2020 di Emily Dickinson
Un’orrenda tempesta schiacciò l’aria –
Erano poche e livide le nubi –
Un’Ombra – come il manto d’uno spettro
Nascose terra e cielo –Delle creature ghignavano sui tetti –
E sibilavano nell’aria –
E scuotevano i pugni –
E digrignavano i denti –
E agitavano chiome convulse –Schiarì il mattino, sorsero gli uccelli –
Gli occhi opachi del mostro
Lentamente si volsero alla costa d’origine –
E fu la pace un Paradiso!
An awful Tempest mashed the air, Emily Dickinson
An awful Tempest mashed the air –
The clouds were gaunt, and few –
A Black – as of a spectre’s cloak
Hid Heaven and Earth from view –The creatures chuckled on the Roofs –
And whistled in the air –
And shook their fists –
And gnashed their teeth –
And swung their frenzied hair –The morning lit – the Birds arose –
The Monster’s faded eyes
Turned slowly to his native coast –
And peace – was Paradise!
La Natura è incontrollabile, ecco perché va rispettata
Un’orrenda tempesta schiacciò l’aria è una poesia di Emily Dickinson che, attraverso immagini potentissime e una straordinaria personificazione dell’evento naturale, restituisce al lettore la percezione autentica della forza primordiale della natura.
La tempesta non è un semplice fenomeno atmosferico. È una creatura viva. Un’entità che invade lo spazio umano, lo domina, lo oscura. È una presenza che annienta ogni illusione di controllo.
Emily Dickinson osserva il mondo con l’occhio di chi sa cogliere l’invisibile. I suoi versi non descrivono soltanto ciò che accade nel cielo, ma ciò che accade dentro l’animo umano quando si scopre fragile, esposto, vulnerabile. La tempesta “schiaccia l’aria”, la comprime, la rende densa e irrespirabile, come se il mondo intero fosse improvvisamente diventato ostile.
Il verbo mashed è di una concretezza sorprendente. Non è un semplice “soffiare” del vento. È un impatto fisico, brutale, come quello di una mano che schiaccia, che frantuma, che annienta. L’aria stessa viene violata, deformata, resa irriconoscibile.
Le nubi sono poche, livide, spettrali. Un’ombra si stende sul mondo come un sudario. Terra e cielo scompaiono dalla vista. La realtà viene inghiottita.
Poi arrivano le “creature”. Non sono uomini, non sono animali: sono forze oscure che ghignano sui tetti, sibilano nell’aria, scuotono i pugni, digrignano i denti. La tempesta diventa un mostro mitologico, una presenza arcaica che torna a reclamare il suo dominio.
In questa visione, l’essere umano non è protagonista. È spettatore. È ospite. È fragile presenza che può solo attendere.
La tempesta non viene sconfitta. Non viene fermata. Non viene domata. Semplicemente se ne va. Torna alla sua “costa d’origine”. Decide di ritirarsi.
E quando se ne va, il mondo rinasce.
Il mattino si accende. Gli uccelli tornano. Gli occhi del mostro si spengono. La pace ritorna come un dono immenso, come una rivelazione. E diventa Paradiso.
Emily Dickinson ci consegna così una delle verità più profonde del rapporto tra uomo e natura: l’idea che il mondo non ci appartiene. Siamo noi ad appartenere al mondo. La natura non è uno scenario, ma una forza viva, autonoma, sovrana.
Solo quando l’uomo accetta la propria piccolezza può davvero comprendere la meraviglia che segue ogni tempesta. Solo allora il silenzio che arriva dopo il caos può essere riconosciuto per ciò che è: una forma di grazia.
E proprio perché la tempesta può sempre tornare, la pace non è mai scontata. È un dono fragile. Un equilibrio da rispettare. Una bellezza da custodire.
La lezione silenziosa della tempesta
La tempesta di Emily Dickinson riesce a trasferire quelle sensazioni vive che la forza della natura trasmette negli umani. Quel senso d’impotenza che scatena una presenza viva, incontrollabile, quando entra nello spazio umano e lo sovrasta. Non c’è dialogo possibile con questa forza primordiale. Non c’è trattativa. Non c’è compromesso. L’uomo può solo restare in silenzio e riconoscere la propria fragilità.
È questa consapevolezza che la poetessa affida al lettore. La certezza che il mondo non ci appartiene e che ogni equilibrio è provvisorio. Che la pace che segue la tempesta non è una conquista dell’uomo, ma un dono che arriva quando la natura decide di concederlo.
Solo chi manifesta il proprio rispetto alla forza che la natura possiede, può davvero comprendere la grandezza di ciò che lo circonda. Solo chi riconosce di non essere padrone può imparare il rispetto. Solo chi ha attraversato la paura può riconoscere il valore del silenzio che viene dopo.
Emily Dickinson non celebra la tempesta. Celebra la coscienza che nasce quando essa se ne va. Quella lucidità nuova che insegna a guardare il mondo con gratitudine, sapendo che ogni giorno di pace è un privilegio fragile.
Ed è forse questa la sua lezione più profonda: non siamo fatti per dominare la natura, ma per imparare a convivere con la sua potenza.
