Rammarico (1888) di Giovanni Pascoli, poesia sulla felicità che sfugge al tempo

25 Gennaio 2026

Scopri il significato di "Rammarico" di Giovanni Pascoli: una poesia intensa sulla felicità perduta, il tempo che scorre e il dolore del distacco.

Rammarico (1888) di Giovanni Pascoli, poesia sulla felicità che sfugge al tempo

Rammarico di Giovanni Pascoli è una poesia notturna e cosmica che riflette su una felicità ormai alle spalle. Il contrasto tra l’alba e il tramonto diventa il simbolo di una gioia possibile, ma già trascorsa, colta solo nel momento in cui se ne avverte la perdita. Il “nuovo pianto” che apre il testo non nasce da un evento preciso, ma da una consapevolezza improvvisa: il tempo della promessa è già passato.

Pascoli si colloca simbolicamente verso Occidente, lontano dall’Aurora, che rappresenta non la fine della vita, ma il distacco da una stagione interiore felice. Da un lato il cielo notturno, attraversato dalle costellazioni eterne; dall’altro la memoria di un’alba viva, fatta di luce, suoni e semplicità, che continua a esistere nel mondo ma non coincide più con il presente del poeta.

Il rammarico nasce qui: non come nostalgia, ma come lucidità malinconica di chi riconosce la felicità solo quando non può più trattenerla. In questo scarto tra il tempo umano che ‘corre’ e quello degli astri che ‘appaiono’, Pascoli trasforma un’osservazione notturna in un dramma universale, arrivando a chiamare in causa persino il mito shakespeariano di Giulietta.

Rammarico fu scritta molto probabilmente nel 1888 e apparve per la prima volta sulla Vita nuova il 16 febbraio 1890. Fa parte della sezione Tristezze della raccolta di poesie Myricae di Giovanni Pascoli, pubblicata per la prima volta nel 1891, quindi è una dei 22 componimenti della prima edizione del grande capolavoro del poeta di San Mauro di Romagna.

Leggiamo questa intensa poesia di Giovanni Pascoli per comprenderne il significato.

Rammarico di Giovanni Pascoli

Chi questo nuovo pianto in cuor mi pone?

Verso occidente, o dolce madre Aurora,
da te lontano la mia vita è corsa.
Il cielo s’alza e tutto trascolora;
passano stelle e stelle in lenta corsa;
emerge dall’azzurro la grand’Orsa,
e sta nell’arme fulgido Orïone.

Come più lieta la tua vista, quando
un poco accenni delle rosee dita;
e la greggia s’avvia scampanellando,
esce il bifolco e rauco i bovi incìta,
canta lassù la lodola – apparita
ecco Giulietta, e piange, al suo balcone! –

La felicità che passa e lascia rammarico

Rammarico è una poesia di Giovanni Pascoli che evidenzia come la felicità riconosciuta solo nel momento della sua perdita. Pascoli non racconta un dolore concreto, ma una presa di coscienza: la gioia non è scomparsa dal mondo, continua a esistere nell’alba, nei suoni della vita quotidiana, nella luce che ritorna ogni mattina, ma non coincide più con il tempo interiore del poeta. Il rammarico nasce da questo scarto silenzioso tra ciò che accade e ciò che si riesce a vivere.

Un altro tema fondamentale è il contrasto tra il tempo umano e il tempo cosmico. Mentre l’uomo percepisce il giorno come breve e fragile, il cielo notturno procede immutabile, attraversato da costellazioni eterne. Gli astri non partecipano alla malinconia umana: appaiono, scorrono, ritornano. Proprio questa indifferenza rende più acuta la consapevolezza della finitezza della felicità umana.

Infine, Pascoli introduce il tema del distacco amoroso, richiamando il mito di Giulietta. L’alba, che per il mondo è inizio, per gli amanti coincide con la separazione. La felicità non si spegne nel buio, ma alla luce del giorno, quando la realtà impone il suo ritorno. Il messaggio della poesia è chiaro e universale: la felicità è fragile, breve, spesso compresa solo quando non può più essere trattenuta, e proprio per questo diventa una delle esperienze più dolorose e più umane.

Quando la felicità è ormai dalla parte opposta dell’essere

L’inizio della poesia di Giovanni Pascoli è una domanda semplice e diretta, ma carica di emozione:

Chi questo nuovo pianto in cuor mi pone?

È una domanda che nasce dal cuore, quasi ingenua nella forma. Pascoli non sa spiegarsi da dove venga questo dolore improvviso. Quel “nuovo” non indica qualcosa che è appena successo, ma un sentimento che ritorna all’improvviso, come una malinconia che riaffiora senza avvertire.
Non c’è un colpevole, non c’è una causa precisa: il rammarico è uno stato dell’animo, una sensazione profonda che invita a fermarsi e a riflettere.

Verso occidente, o dolce madre Aurora,
da te lontano la mia vita è corsa.

Qui Pascoli introduce l’immagine centrale della poesia. L’Aurora è chiamata “madre”: rappresenta l’inizio, la promessa, il tempo in cui la felicità era possibile. Ma il poeta si trova ormai verso Occidente, cioè dalla parte del tramonto.
Questo non significa che la sua vita sia finita, ma che la felicità non abita più il suo presente. La vita “è corsa” lontano dall’alba, come se ciò che contava davvero fosse passato troppo in fretta.

Occidente diventa così il luogo della perdita, della sottrazione. La gioia del “fanciullino”, tipica della poetica pascoliana, non ha avuto una lunga durata. L’Aurora non è solo il mattino, ma il simbolo di una stagione interiore felice che ora appare lontana.

Il cielo s’alza e tutto trascolora;
passano stelle e stelle in lenta corsa.

Il cielo non è fermo: si muove, cambia colore, come un grande sipario che si apre su una nuova scena. Il verbo “trascolora” suggerisce un mutamento lento e continuo, inevitabile.
Ed è qui che nasce un contrasto doloroso: la vita dell’uomo è “corsa”, è passata rapidamente, mentre le stelle si muovono in “lenta corsa”.

Il tempo umano è veloce, fragile. Il tempo del cielo è calmo, regolare. Due ritmi che non coincidono.

emerge dall’azzurro la grand’Orsa,
e sta nell’arme fulgido Orïone.

Le costellazioni appaiono come figure solenni, quasi mitiche. Orsa e Orione sembrano emergere da un rito antico. Il cielo appare potente, stabile, luminoso.
Proprio questa grandezza rende più evidente la fragilità del poeta: di fronte a un universo così saldo, il dolore umano sembra ancora più esposto. Il cielo continua il suo corso, ma non consola.

Dalle stelle alla vita quotidiana

Come più lieta la tua vista, quando
un poco accenni delle rosee dita

Qui il tono cambia. Pascoli passa dal cielo infinito a un’alba più vicina, domestica. Basta un piccolo gesto dell’Aurora, un semplice “accenno”, perché tutto sembri più lieto. Le “rosee dita” richiamano il linguaggio dei miti antichi, ma servono a raccontare un’emozione molto concreta e personale.

e la greggia s’avvia scampanellando

La felicità qui non è un’idea astratta: è un suono. Il rumore dei campanacci accompagna il risveglio del mondo. La vita riparte, semplice e autentica.

esce il bifolco e rauco i bovi incìta

La felicità che continua a esistere nel mondo ha il volto del lavoro quotidiano. C’è fatica, c’è voce roca, c’è realtà. Eppure è proprio qui che il poeta avverte la distanza: questa normalità va avanti, funziona, ma non gli appartiene più nello stesso modo.

canta lassù la lodola – apparita

Il canto dell’allodola sale verso l’alto. La parola “lassù” dà l’idea di un suono che accompagna la luce. Poi Pascoli scrive “apparita”, come se l’uccello fosse una visione improvvisa. La natura diventa quasi una rivelazione.

ecco Giulietta, e piange, al suo balcone!

Il finale sorprende. Pascoli introduce Giulietta, simbolo universale dell’amore. Ma non la mostra felice, la mostra in lacrime. L’alba, che sembrava portare vita e gioia, diventa il momento della separazione. È l’ora in cui Giulietta deve lasciare Romeo.

Così la poesia di Giovanni Pascoli si chiude in modo potente. Il tramonto rappresenta il rammarico del poeta per una felicità passata. L’alba rappresenta il rammarico degli amanti, costretti a separarsi.

Il messaggio è chiaro e profondamente umano: la felicità spesso non finisce nel buio, ma alla luce del giorno, proprio quando tutto sembra ricominciare.

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