Primo Gelo di Gianni Rodari, poesia sugli invisibili senza valore di mercato

9 Gennaio 2026

Scopri il vero significato di "Primo gelo" la poesia di Gianni Rodari che ci invita a non dimenticare coloro che con la neve e il freddo rischiano la vita

Primo Gelo di Gianni Rodari, poesia sugli invisibili senza valore di mercato

In Italia scatta l’allarme neve e gelo. Ed è automatico l’attenzione su Primo gelo di Gianni Rodari, una poesia che pone l’attenzione su tutti quegli invisibili che attraversano l’inverno senza la possibilità di difendersi dal freddo.

Il Maestro di Omegna, con la sua ironia gentile e lucidissima, costruisce una filastrocca che è anche una denuncia sociale. Rodari racconta una società che riconosce valore agli esseri umani solo quando sono funzionali al consumo, allo scambio, al guadagno.

Colpisce che in pochi versi, apparentemente rivolti ai bambini, si nasconda un messaggio potentissimo contro un mondo che troppo spesso mette il profitto davanti alla vita.

Primo gelo fa parte della sezione Il vestito di Arlecchino del libro per ragazzi Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari, pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1960 con le illustrazioni originali di Bruno Munari.

Leggere oggi questa breve ma intensa filastrocca di Gianni Rodari significa guardare all’allerta meteo con occhi diversi. E soprattutto imparare a ad avere attenzione di tutti coloro che nell’emergenza per la miseria e la povertà rischiano anche la vita.

Primo Gelo di Gianni Rodari

Filastrocca del primo gelo:
gela la neve caduta dal cielo,
gela l’acqua nel rubinetto,
gela il fiore nel vasetto,
gela la coda del cavallo,
gela la statua sul piedistallo.

Nella vetrina il manichino
trema di freddo, poverino;
mettetegli addosso un bel cappotto,
di quelli che costano un terno al lotto:
finché qualcuno lo comprerà
per un bel pezzo si scalderà.

Una filastrocca sull’inverno e sulla dignità umana

Primo gelo è una poesia di Gianni Rodari che utilizza l’arrivo dell’inverno per parlare della condizione umana. Rodari utilizza un vento naturale come il grande freddo che immobilizza il mondo. La neve cade, l’acqua si blocca, i fiori si irrigidiscono, le città rallentano. Tutto e tutti diventano vittime del gelo, ma non tutti poi hanno le stesse possibilità per proteggersi e ripararsi dal meteo.

L’inverno, il freddo, la neve, il gelo diventano espressione di un’emergenza. Una stagione che mette in luce le fragilità, che rende più evidenti le disuguaglianze, che separa chi ha protezione da chi ne è privo.

Dentro questa cornice Rodari inserisce una figura centrale: “il manichino in vetrina”. Una presenza muta, ferma, esposta allo sguardo. Un corpo che imita l’essere umano ma che non viene riconosciuto come persona.

La filastrocca diventa allora una riflessione sulla dignità. Racconta un mondo in cui il calore passa dalle vetrine, in cui la protezione dipende dal possesso, in cui la cura viene mediata dal consumo.

Rodari in tal senso sollecita l’attenzione. nei riguardi di chi è costretto a restare fermo al freddo. Invita a riconoscere gli invisibili. Invita a restituire umanità a chi è vive i margini delle società.

Dal gelo della natura al gelo della società

La poesia si apre con una sequenza di immagini naturali. Il gelo scende dal cielo e attraversa il paesaggio. La neve si indurisce, l’acqua si ferma nei rubinetti, il fiore nel vasetto si irrigidisce, la statua resta immobile sul piedistallo.

Rodari costruisce un inverno totale. Un freddo che non risparmia nulla. Un mondo che rallenta sotto il peso della stagione. Tutto si gela di fronte all’arrivo della neve e del freddo. Nessuno si può opporre alla rigidità del meteo.

Poi avviene lo spostamento decisivo. In un cambio di prospettiva lo sguardo dell’osservatore si sposta verso una vetrina, dove è presente un manichino. Il personaggio inanimato, privo di vita, artificiale è in piedi, osserva, partecipa al paesaggio urbano senza poterne davvero far parte. Il suo ruolo è espositivo. Serve a mostrare. Serve a vendere.

L’interesse nei suoi riguardi si accende solo nella misura in cui può esibire qualcosa di costoso da poter comprare.  Il manichino trema di freddo. E il suo destino dipende dal cappotto che indossa. Potrà scaldarsi solo in funzione che ci sarà qualcuno che acquisterà

mettetegli addosso un bel cappotto,
di quelli che costano un terno al lotto:

Gianni Rodari costruisce così una metafora potentissima. La possibilità di ripararsi dal freddo dipende dall’interesse commerciale. La protezione diventa una merce. Il calore passa dal mercato. La cura viene affidata al consumo.

Ecco che il gelo diventa critica e denuncia sociale. Diventa un modo per destare l’attenzione su tuti coloro che quando il freddo gela ogni cosa, loro rischiano la vita e vivono la sofferenza.

La cura degli altri non può dipendere dai soldi

Primo gelo è una poesia che parla dell’inverno, ma soprattutto della nostra idea di umanità.

Gianni Rodari racconta una società che misura il valore delle persone attraverso la loro utilità economica. Una società in cui anche il calore diventa una merce. Una società in cui chi resta fuori dal circuito del consumo rischia di diventare invisibile.

Eppure la filastrocca contiene una verità semplice e potente. Il freddo non è uguale per tutti. C’è chi affronta l’inverno avendo una casa, una stanza, un riscaldamento. E c’è chi è costretto a passare la notte sui cartoni, sotto un portico, con una coperta di fortuna.

Rodari invita a guardare queste persone. A riconoscerle. A restituire loro un nome, una storia, una dignità.

Un cappotto inutilizzato può diventare protezione. Un gesto può diventare salvezza. Un atto di attenzione può cambiare una vita. Perché il vero calore non può avere nessun valore economico, ma solo un principio di responsabilità. Il calore vero è la base della solidarietà. Nasce dallo sguardo di chi riconosce l’altro come persona.

Purtroppo, è vero che se non si è riconosciuti dal punto di vista economico, si finisce inevitabilmente a non essere riconosciuti, si di diventa invisibili, inanimati, si è come manichini della vetrina di un negozio costretto alla chiusura. Spogliati e privi di qualsiasi dignità.

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