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La poesia

“Notte”, la poesia di Antonia Pozzi per raccontare la magia notturna

“Notte” è una bellissima poesia di Antonia Pozzi che fotografa il momento notturno in cui la luna prende possesso del cielo

La notte è il tempo della pace. Dopo una lunga giornata arriva finalmente il momento di rilassare corpo e mente. Nella poesia “Notte”, contenuta nella raccolta “Parole“,  Antonia Pozzi ci racconta la magia notturna che, cullandoci nel sonno, solleva il peso della fatica.

“Notte”

Aggiorna sulla luna

e a noi suade il sonno

questa faccia distolta dal sole,

la campagna profondata negli oceani.

Per un varco di nubi ancor balena

in poche stelle la vita lasciata:

mentre sugli occhi piombano le ciglia

e suda fresco umore

sulla bocca dei cani muti.

La luna padrona del cielo

Antonia Pozzi, con le sue parole ricche e delicate, ci propone un ritratto della notte nel momento in cui la luna prende pieno potere del cielo e il sonno cala sui nostri occhi cullandoci verso il riposo. La luna appare con una mistica malinconia ad illuminare il mondo con la sua luce argentea. Il modo di osservare della poetessa, e di riportare ciò che vede con parole soavi e fortemente descrittive, rende questa poesia quasi uno scatto fotografico in grado di lasciarci cullare dall’attesa stessa della notte. La notte è quel momento magico e tanto atteso che, dopo una lunga giornata, permette ad anima e corpo di riposarsi sotto un mantello di stelle teso dalla luna.

 

Antonia Pozzi

Antonia Pozzi nasce a Milano il 13 febbraio del 1912. Scrive le prime poesie ancora adolescente. Studia nel Regio Liceo – Ginnasio Alessandro Manzoni di Milano, dove intreccia con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, una relazione che verrà interrotta nel 1933 a causa delle forti ingerenze da parte dei suoi genitori. Nel 1930 si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, precisamente al corso di laurea in Filologia moderna, frequentando coetanei quali Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo Paci, Luciano Anceschi e Remo Cantoni. A soli ventisei anni si tolse la vita mediante ingestione di barbiturici in una sera nevosa di dicembre del 1938.

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