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Le tengo le mani (1913) di Rabindranath Tagore: poesia che svela la vera bellezza dell’amore

Le tengo le mani (1913) di Rabindranath Tagore: poesia che svela la vera bellezza dell’amore

Scopri il significato dei versi de “Il Giardiniere 49 – Le tengo le mani” di Tagore, la poesia che rivela perché il vero amore va oltre il corpo e tocca l’anima.

Le tengo le mani (1913) di Rabindranath Tagore: poesia che svela la vera bellezza dell’amore

Il Giardiniere 49 – Le tengo le mani è la splendida poesia di Rabindranath Tagore che mira ad esaltare la vera bellezza dell’amore. Il poeta filosofo bengalese è convinto che il vero amore è quello che guarda allo spirito, ai sentimenti, all’intimo profondo. L’amore fisico, quello corporale non può essere definito AMORE.

In questi versi Tagore compie un gesto poetico radicale: non nega il corpo, ma ne rivela il limite. L’esperienza sensibile viene attraversata fino in fondo per mostrare che ciò che davvero cerchiamo nell’altro non è mai completamente afferrabile. L’amore, suggerisce il poeta, comincia proprio nel punto in cui il possesso si arresta e lascia spazio alla contemplazione.

Le tengo le mani è il canto 49 della splendida raccolta Il Giardiniere (The Gardener), il libro che Rabindranath Tagore, che fu pubblicato per la prima volta in inglese nel 1913. Un viaggio lirico che conduce alla spiritualità e che dona ai lettori il pensiero del grande genio nato a Calcutta, che fu Premio Nobel per la letteratura nel 1913,.

Ma leggiamo questo meraviglioso poema di Tagore per apprezzare tutta la bellezza del vero amore.

Il Giardiniere 49 – Le tengo le mani di Rabindranath Tagore

Le tengo le mani e la stringo al mio petto.
Cerco di riempirmi le braccia con la sua bellezza,
di saccheggiare il suo dolce sorriso con i baci,
di bere i suoi sguardi scuri con gli occhi.
Ma dov’è? Chi può strappare l’azzurro dal cielo?
Cerco di afferrare la bellezza, ma mi sfugge,
lasciando solo il corpo nelle mie mani.
Confuso e stanco, torno indietro.
Come può il corpo toccare il fiore che solo lo spirito può sfiorare?

Le tengo le mani: Quando l’amore va oltre la materia e tocca l’anima

Nel Canto 49 de Il Giardiniere, Rabindranath Tagore costruisce una riflessione sull’amore di straordinaria modernità. Al centro della poesia non c’è il rifiuto del corpo, ma la consapevolezza del suo limite: ciò che davvero ci lega all’altro non è mai completamente afferrabile con i sensi.

Il primo grande tema è l’impossibilità del possesso. Il poeta stringe, bacia, guarda, ma la bellezza dell’amata continua a sfuggirgli. Tagore smaschera così un’illusione molto umana: credere che amare significhi trattenere.

Il secondo tema è la superiorità della dimensione spirituale. L’amore autentico, suggerisce il poeta bengalese, nasce quando lo sguardo sa andare oltre la superficie fisica e riconoscere l’essenza invisibile dell’altro. È qui che il sentimento si fa più profondo, più vero, più duraturo.

Infine emerge il messaggio universale della poesia. L’amore non si consuma nel contatto, ma si compie nel riconoscimento reciproco delle anime. Solo chi accetta che l’altro rimanga, in parte, irriducibilmente libero può davvero dire di amare.

Tagore ci consegna così una lezione ancora attualissima. La bellezza dell’amore non sta in ciò che riusciamo a stringere tra le mani, ma in ciò che sappiamo custodire senza possedere.

Il limite del corpo nell’esperienza amorosa

Per comprendere il senso de Il Giardiniere 49 – Le tengo le mani bisogna saper leggere il Canto nel contesto generale dell’opera di Rabindranath Tagore e partire dal verso finale del componimento

Come può il corpo toccare il fiore che solo lo spirito può sfiorare?

Il poeta avverte che nel momento in cui stringe a sé l’amata, egli cerca di assorbire ogni essenza della sua bellezza. Ma, si rende conto che ciò è impossibile. Non si può “toccare” ciò che fisicamente rimane fuori da noi, ciò che non può essere preso con le mani e sfiorato con il corpo.

Ma dov’è? Chi può strappare l’azzurro dal cielo?
Cerco di afferrare la bellezza, ma mi sfugge,
lasciando solo il corpo nelle mie mani.

Tagore in modo esplicito evidenzia l’impossibilità di avere il possesso di qualcosa che non si può afferrare, perché la vera bellezza non è fisica, ma è fatta di mille sensazioni che non si possono in nessun modo avere, fare proprie, dominare.

Il corpo è niente rispetto al vero amore. La bellezza non coincide con la fisicità. Una visione che, purtroppo, non fa parte della nostra cultura, abituata alla materialità della relazione d’amore.

Per noi occidentali e italiani il toccare fisicamente chi si ama è già una manifestazione d’amore. Ma, Tagore non vuole in nessun modo affermare che si vive solo di amore platonico. Fa un ragionamento più profondo e per certi versi grandioso.

Se non si guarda alla parte immateriale di chi ama, non si può “vivere” la vera bellezza dei sentimenti nei riguardi dell’altro/a.

E, infatti, dopo, avere vissuto il rapporto fisico, il poeta asiatico dice:

Confuso e stanco, torno indietro.

Non resta che tornare indietro e accettare che solo attraverso lo sguardo del profondo, dell’intimo, dell’anima si può “vivere” la vera bellezza di chi si ama.

L’amore come esperienza dell’invisibile

Ciò prevede un approccio diverso all’amore, più spirituale, più empatico. Bisogna saper “tenere tra le mani” l’invisibile e per poterlo fare bisogna elevarsi e non considerare la fisicità la base su cui si erge l’amore.

Se ci pensiamo è un concetto altissimo d’amore. Se vogliamo renderlo più concreto l’amore è rispetto, tolleranza, partecipazione, comprensione. La bellezza di ciò che definiamo amore è qualcosa che bisogna assorbire e rendere parte di noi stessi come qualcosa di immateriale, di spirituale.

Se si vuole cogliere la grande bellezza dell’amore bisogna purificare la propria esistenza dalle influenze materiali. Il Bacio, la carezza, l’abbraccio sono fondamentali per l’amore. Ma, solo se si riesce a toccare l’anima della persona che amiamo.

L’amore per il poeta bengalese è spirituale, ogni azione che l’individuo deve compiere nel suo percorso di vita deve tendere a qualcosa che vada oltre le pulsioni, gli istinti negativi degli esseri umani.

Tagore non credette mai in nessuna istituzione religiosa o pratica religiosa. Era attratto dalla filosofia religiosa dell’amore e dalla visione imparziale della religione e credeva nella presenza della divinità nell’uomo.

Una poesia in linea con l’intera opera di Tagore

Questo atteggiamento di Rabindranath Tagore ha dato vita a gran parte della sua opera intellettuale. Tagore cercava l’unione con l’Onnipotente partendo dall’uomo. Fu molto influenzato dalla tradizione Vaishnav, dove il Dio è considerato il Signore Krishna e tutti gli esseri umani sono i suoi amati.

Il loro unico scopo è l’unione con questo Signore supremo, che rimane umano. È difficile per noi occidentali riuscire a nutrire tali sentimenti e così Yeats scrisse nell’introduzione ingles al Gitanjali

 Non sapevamo di amare Dio, ma forse non credevamo in Lui.

Se andiamo a leggere il Canto 49 de Il giardiniere in questa visione il linguaggio della poesia suggerisce semplicemente l’unione di due amanti terreni, tema che ritroviamo in diverse poesie occidentali.

In realtà esprime l’unione del poeta con qualcosa di oltre l’uomo, assimilabile alla Creazione. Il Canto 49 come tutto il libro è una lode a Dio. Tagore crede che noi siamo gli abitanti originari del Paradiso e viviamo felici al riparo di Dio, ma siamo separati da Lui dopo la nostra nascita. Rimaniamo quindi distaccati da Lui fino alla morte e, secondo Tagore, la reintegrazione con il “Supremo” dopo la morte dovrebbe essere il nostro obiettivo finale.

Nel suo libro La vera essenza della vita – Sadhana, Rabindranath Tagore dice:

La felicità dell’uomo non sta nell’ottenere qualcosa, ma nell’abbandonarsi a ciò che è più grande di lui, a idee più grandi della sua vita individuale, l’idea del suo Paese, dell’umanità, di Dio. Esse gli rendono più facile separarsi da tutto ciò che ha, non aspettandosi la sua vita.

La sua esistenza è misera e sordida finché non trova una grande idea che possa veramente reclamare il suo tutto, che possa liberarlo da ogni attaccamento alle sue cose. Buddha e Gesù, e tutti i nostri grandi profeti, rappresentano queste grandi idee. Essi ci offrono l’opportunità di consegnare il nostro tutto.

Quando essi portano la loro divina elemosina, sentiamo di non poter fare a meno di dare, e scopriamo che il dare è la nostra gioia e liberazione più vera, perché è unirci in quella misura all’infinito. (Capitolo VIII, “La realizzazione dell’infinito”, 152-153).

Il vero senso dell’amore, se sposiamo il pensiero di questo grande filosofo, è offrirsi, abbandonarsi all’altro. Bisogna saper dare prima di ricevere e proteggere come la cosa più importante ciò che definiamo amore, dai pericoli che arrivano dagli altri, ma, soprattutto, da noi stessi.

L’amore si trasforma in bellezza solo se si riesce a far sentire chi si ama il bene più prezioso dell’Universo.