La guerra che verrà (1939) di Bertolt Brecht: una poesia per dire basta a tutte le guerre

3 Marzo 2026

Scopri i versi della poesia "La guerra che verrà" di Bertolt Brecht, che mette in guardia sui veri rischi di tutte le guerre che colpisce i più fragili.

La guerra che verrà (1939) di Bertolt Brecht: una poesia per dire basta a tutte le guerre

La guerra che verrà di Bertolt Brecht è una poesia che mette in scena l’amarezza della guerra e i disastri che devono sopportare soprattutto i più fragili.

Spesso la narrazione dei conflitti si perde nei corridoi della geopolitica: si parla di spostamenti di frontiere, di alleanze strategiche e di equilibri internazionali. Eppure, dietro il rumore della retorica, si nasconde una realtà muta che raramente conquista i titoli dei giornali: la guerra non colpisce tutti nello stesso modo. È, prima di tutto, un brutale dispositivo di selezione sociale.

Mentre chi possiede risorse può tentare la via della fuga, acquistando la propria salvezza e quella dei propri cari, i meno abbienti restano intrappolati in una morsa d’acciaio. Per loro, la guerra non è una questione di schieramenti, ma una lotta quotidiana contro l’inedia. Non avendo i mezzi economici per scappare, sono costretti a subire la barbarie nel silenzio delle macerie, in attesa di aiuti umanitari che spesso diventano l’unico, flebile filo che li lega alla vita.

In questo clima di instabilità globale, dove il conflitto sembra essere tornato una costante del nostro orizzonte, le parole di Bertolt Brecht risuonano con una chiarezza quasi violenta. Non c’è eroismo nei suoi versi, solo la nuda constatazione di un’ingiustizia che si ripete, identica, secolo dopo secolo.

Ma leggiamo la poesia di Bertolt Brecht, scritta nel 1939, per condividerne il significato.

La guerra che verrà di Bertolt Brecht

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

 

Der Krieg, der kommen wird, Bertolt Brecht

Der Krieg, der kommen wird
Ist nicht der erste. Vor ihm
Waren andere Kriege.
Als der letzte vorüber war
Gab es Sieger und Besiegte.
Bei den Besiegten das niedere Volk
Hungerte. Bei den Siegern
Hungerte das niedere Volk auch.

L’uguaglianza nella fame: oltre il mito della vittoria

La forza d’urto di questi versi risiede in un ribaltamento logico micidiale. Brecht distrugge la categoria di “Vittoria”: per chi sta in basso, vincere o perdere è una distinzione puramente geografica che non cambia la realtà del piatto vuoto. Il poeta utilizza il termine tedesco “niedere Volk” (il “popolo basso”) per ricordarci che esiste una fratellanza involontaria tra gli oppressi di ogni fronte: quella della fame.

In ogni guerra, in qualsiasi conflitto, sono proprio le persone meno abbienti a dover affrontare le conseguenze più feroci. La guerra è una follia e, seguendo Brecht, è profondamente classista. Il poeta tedesco riesce in modo rivoluzionario a introdurre il conflitto di classe in un territorio quasi mai affrontato dai libri di storia: il campo di battaglia visto dalle cucine vuote.

Questa “trappola” si manifesta in modo brutale: chi ha mezzi può comprare il tempo e lo spazio per mettersi in salvo; chi non ha nulla è costretto a restare, a vivere di stenti nell’attesa che gli aiuti umanitari arrivino. La fame, in questi contesti, rischia di uccidere quanto le armi.

Le contraddizioni della guerra: il contesto di Svendborg

Bertolt Brecht aveva presagito l’imminente scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Dopo aver visto bruciare i suoi libri dai nazisti sulla storica Bebelplatz a Berlino, era stato costretto a fuggire.

La guerra che verrà fu scritta nel nasce proprio durante il suo esilio in Danimarca, tra il 1933 e il 1939, raccolta nelle celebri Poesie di Svendborg (Svendborger Gedichte).

Rifugiato in una casa contadina, Brecht manifesta qui i suoi ideali: la preoccupazione per gli strati più poveri della società che soffriranno in egual misura, sia fra i vincitori che fra i vinti. Non importa se una nazione vince o perde sulla mappa. La realtà è che la guerra rende tutti più poveri, tranne chi la decide.

Un clima che si ripete: la guerra come processo economico

Oggi stiamo assaggiando nuovamente, con una lucidità amara, il significato profondo di questa poesia. Viviamo in un clima di instabilità globale in cui la guerra non è più soltanto un evento circoscritto ai campi di battaglia, ma un processo economico soffocante che si propaga a distanza.

Quando le nazioni ricorrono alle armi, si innesca una reazione a catena che agisce come un setaccio spietato: trattiene la ricchezza verso l’alto e lascia cadere tutto il peso della crisi sulle spalle di chi è già vulnerabile.

Questa realtà si manifesta prima di tutto attraverso l’inflazione del quotidiano. In un mondo globalizzato, il “clima di guerra” fa sì che il costo del pane, del grano e dell’energia subisca impennate speculative immediate. Per chi vive agiatamente, l’aumento dei prezzi è un fastidio contabile; per chi vive sulla soglia della sussistenza, è la linea di demarcazione tra mangiare e digiunare.

È esattamente qui che la profezia di Brecht, “faceva la fame la povera gente egualmente”, si realizza su scala planetaria, annullando le distanze tra chi vince e chi perde.

Ancora oggi, a piangere le conseguenze sono sempre coloro che hanno meno possibilità economiche. La guerra moderna, infatti, agisce come una barriera invisibile: la libertà di movimento ha un prezzo altissimo.

Scappare da un conflitto richiede mezzi per i trasporti, per i visti, per sopravvivere in un paese straniero. Chi non ha risparmi non ha una via d’uscita; resta intrappolato in quella “follia” bellica diventando, suo malgrado, ostaggio della propria povertà.

Questa situazione si ripete nel corso della storia con una regolarità sconcertante. Mentre i governi dirottano fondi immensi verso la spesa militare, i servizi essenziali come la sanità e l’istruzione vengono sacrificati, imponendo una “tassa occulta” proprio alle fasce più deboli della popolazione.

Non importa quale sia l’esito finale sulla mappa: i poveri sconteranno sempre le pene del conflitto, sia durante che dopo la fine delle ostilità. La ricostruzione è spesso un affare per pochi, mentre il ritorno alla dignità per la “povera gente” resta un miraggio lontano.

La guerra, in definitiva, rimane l’unico investimento dove il rischio è interamente a carico di chi non ha nulla da guadagnarci, confermando che la vera frattura del mondo non è tra nazioni, ma tra chi decide la distruzione e chi ne subisce le macerie.

È proprio questo il monito che ci lascia Brecht. La guerra non è mai un evento “nuovo”, ma la reiterazione di un’ingiustizia antica che cambia solo volto e tecnologia. Finché guarderemo ai conflitti come a semplici scacchiere geopolitiche, ignoreremo la verità che grida tra questi versi: la guerra è, intrinsecamente, una scelta classista.

Leggere oggi La guerra che verrà significa dunque rifiutare la cecità della propaganda e riconoscere che la pace non è solo un’aspirazione ideale, ma l’unica condizione che permette agli ultimi di non essere schiacciati.

Se la storia continua a ripetersi, è perché continuiamo a dimenticare che sotto ogni bandiera vittoriosa si nasconde lo stesso volto scavato dalla fame. Bertolt Brecht ci invita a restare vigili, perché la guerra che verrà si nutre, oggi come ieri, del silenzio e della povertà di chi non ha voce per fermarla.

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