Il cielo è di tutti di Gianni Rodari: poesia sul valore del rispetto e dell’amore per gli altri

23 Gennaio 2026

Scopri “Il cielo è di tutti” di Gianni Rodari: una poesia senza tempo su inclusione, uguaglianza e rispetto, capace di parlare a bambini e adulti.

Il cielo è di tutti di Gianni Rodari: poesia sul valore del rispetto e dell'amore per gli altri

Il cielo è di tutti di Gianni Rodari è una poesia che insegna valori essenziali come l’inclusione, l’accettazione della diversità, il rispetto di ogni essere vivente, l’amore per gli altri. È una poesia contro ogni forma di discriminazione, scritta con la semplicità disarmante che solo i grandi maestri sanno usare.

È una di quelle poesie che tutti i bambini dovrebbero imparare a memoria. E poi, magari, insegnarla agli adulti. Portarla a casa, condividerla con i genitori, affinché ogni società possa lentamente migliorare, partendo da ciò che sembra più semplice ma è in realtà profondissimo.

Questa poesia conserva una sorprendente attualità. Le sue frasi, incalzanti come una canzone d’autore, parlano ancora al presente con una chiarezza che non ha bisogno di essere aggiornata.

Rodari affida a pochi versi una verità universale: ciò che davvero conta non conosce confini, non si divide, non appartiene a qualcuno più che a un altro. Il cielo, simbolo di ciò che ci sovrasta e ci accomuna, diventa lo spazio naturale dell’uguaglianza, dove ogni differenza perde il suo peso.

Leggiamo questa filastrocca di Gianni Rodari per condividerne il prezioso messaggio e significato.

Il cielo è di tutti di Gianni Rodari

Il cielo è di tutti è una lezione sul rispetto e l’amore universale

Il cielo è di tutti è una poesia di Gianni Rodari che affida a un’immagine immediata una verità culturale enorme.  Ciò che è essenziale alla vita non conosce gerarchie, discriminazioni, prevaricazioni. Il cielo, che nessuno può recintare, diventa il simbolo di un’uguaglianza naturale, istintiva, evidente. Il maestro d’Omegna parla a bambini e adulti con la stessa precisione. L’accettazione del prossimo non è un concetto astratto, è un fatto. Basta guardare in alto per accorgersene.

I temi si intrecciano senza mai diventare predica. C’è l’idea che la dignità appartenga a chiunque, non perché “merita”, ma perché esiste. C’è la critica, sottile ma netta, a ogni divisione costruita dagli esseri umani: confini, muri, pregiudizi, disparità. E c’è un messaggio che resta addosso proprio perché semplice: nessuno ha meno diritto di un altro a sentirsi parte del mondo.

La fine di tutti i muri in filastrocca

Gianni Rodari apre con una domanda che suona come un gioco e, nello stesso tempo, come un’interrogazione seria rivolta alla coscienza:

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:

La voce del Maestro cerca una spiegazione, ma non perché non sappia. La cerca per costringere chi legge a pensarci davvero. Il “mistero” è volutamente elementare. Com’è possibile che una cosa tanto grande e luminosa sia di tutti, mentre la vita sulla terra è piena di separazioni?

Subito dopo arriva il centro della poesia, ripetuto con forza quasi musicale:

il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

Qui c’è la prima rivoluzione: il possesso non ha senso. Il cielo non è “di qualcuno”, è di ogni sguardo. E ogni sguardo lo riceve intero, non a metà, non in porzioni. Rodari suggerisce che l’uguaglianza non è concessione, è percezione: si manifesta nel modo più naturale possibile, attraverso gli occhi.

Poi la poesia passa in rassegna le figure umane, accostandole senza distinzione:

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

La lista non è casuale. Rodari mette insieme potere e fatica, prestigio e invisibilità sociale. Li fa convivere nello stesso verso, nello stesso respiro. È un modo poetico di dire che sotto lo stesso cielo le categorie crollano, perché sono costruzioni umane, non verità.

Arriva poi un altro passaggio decisivo, che ribalta l’idea stessa di povertà:

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.

La parola “padrone” è usata con intenzione: se proprio dobbiamo parlare di possesso, allora nessuno è escluso. Persino chi non possiede nulla, possiede ciò che conta. È un rovesciamento limpido, che restituisce dignità senza retorica.

Rodari allarga il discorso oltre l’umano e lo rende ancora più universale:

Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Qui la poesia diventa quasi una legge naturale, la fragilità non vale meno della forza. La paura non sottrae diritti. L’esistenza, in sé, basta.

Nella seconda parte, l’immaginario si espande: luna, comete, sole. È come se Rodari dicesse che il patrimonio più grande è sempre disponibile e non si esaurisce mai:

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Il “se vuole” è importante: non parla solo di diritto, parla anche di scelta. Guardare, accorgersi, riconoscere l’altro. L’inclusione richiede uno sguardo che si apre. E arriva una delle frasi più potenti della poesia, perché risolve la paura tipica della mentalità competitiva: l’idea che, se qualcosa è di tutti, allora “manca”.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:

Qui Rodari educa a un’abbondanza simbolica: ci sono beni che non diventano più piccoli quando vengono condivisi. Ci sono diritti che non si consumano se sono universali.

Lo ribadisce con un’immagine di giustizia perfetta:

chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Non esiste un “arrivo tardi” nella dignità. Non c’è un cielo sbiadito per chi viene dopo. Rodari sta parlando, con una delicatezza estrema, dell’idea di pari opportunità: non a parole, ma attraverso una verità visiva.

Infine, la domanda conclusiva, che è la vera stoccata:

perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

Il cielo è unità, la terra è frammentazione. Rodari non nomina guerre, confini, razzismi, discriminazioni. Non ne ha bisogno. Basta questa opposizione per far emergere l’assurdità: la divisione non è destino, è una scelta collettiva ripetuta nel tempo.

La poesia che i bambini capiscono subito e gli adulti devono ancora imparare

Il cielo è di tutti resta una delle lezioni più alte di Rodari perché non pretende di “insegnare” dall’alto. Mostra. E quando una poesia mostra così bene, diventa impossibile far finta di niente.

In questi versi c’è un invito semplice: guardare il mondo con uno sguardo più largo. Non per buonismo, ma per lucidità. La diversità non diminuisce la dignità, la moltiplica. L’uguaglianza non appiattisce le persone, restituisce a ciascuno il diritto di esistere senza dover dimostrare di valere.

Gianni Rodari fa una cosa rara: trasforma un cielo in una domanda politica e umana insieme. Se sopra di noi tutto è uno, allora anche qui sotto può esserlo. Ogni volta che la terra diventa “a pezzetti”, non è il cielo che sbaglia: siamo noi che abbiamo smesso di ricordare che cosa significa appartenere allo stesso mondo.

© Riproduzione Riservata