Sei qui: Home » Poesie » Giorno per giorno, la dedica di Ungaretti alla morte del figlio
Poesie d'autore

Giorno per giorno, la dedica di Ungaretti alla morte del figlio

La morte dei figli è un'esperienza straziante. Giuseppe Ungaretti in Giorno per giorno ci dona il racconto di un'esperienza di amore infinito

Giorno per giorno (1946-1947) è una poesia scritta da Giuseppe Ungaretti ed è composta da 17 strofe. Ungaretti scrive Giorno per giorno in memoria del figlio Antonietto, morto in Brasile nel 1939, a nove anni. Nel 1936 Giuseppe Ungaretti durante un viaggio in Argentina su invito del Pen Club, gli venne offerta la cattedra di letteratura italiana presso l’Università di San Paolo del Brasile, che Ungaretti accettò. Trasferitosi con tutta la famiglia in Brasile, vi rimarrà fino al 1942.

Ed è A San Paolo che morirà il figlio Antonietto per un’appendicite curata male. La morte del figlio fa cadere Ungaretti in uno stato di continuo dolore che risulta evidente anche in altre sue sue poesie raccolte ne Il Dolore, del 1947 e più tardi in Un Grido e Paesaggi, del 1952. Nella mente del poeta continua ad echeggiare la voce del bambino malato e fiducioso, che chiede invano aiuto. Il dolore è straziante: “Come posso resistere a tanta angoscia (tanta notte)? Come posso continuare a parlare, a lavorare, a fumare, a vivere la vita di ogni giorno? nel commento alla raccolta che contiene Giorno per giorno.

Giorno per giorno, il diario della sofferenza di Ungaretti

“Giorno per giorno” è un a sorta di diario. Il racconto di una giorno e allo stesso di tutta la vita. Già dal primo frammento Giuseppe Ungaretti racconta di Antonietto che soffre per la malattia. Il bambino rivolgendosi alla moglie del poeta dice:

“Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…”.

In questo primo verso sembra di rivivere la scena di un padre , le cui parole del figlio resteranno impresse per sempre nel cervello e nel cuore. In quelle poche parole Ungaretti esprime un istante. Il volto del figlio è spento ma i suoi occhi sono ancora vivi, entrambi si trovano al davanzale della finestra a dare le briciole ai passeri festosi. La speranza è poter distrarre il figlio dal dolore e dalla paura della morte. 

Il figlio muore e Ungaretti si rende conto che tutte le cose più tenere che faceva con il figlio, come baciargli le mani e stargli vicino, da ora in poi potrà farlo solo in sogno. Ma la vita va avanti, anche dopo un lutto, e il poeta si chiede come è possibile essere in grado di sopportare un dolore così grande. In Ungaretti subentra il pessimismo e per il futuro sospetta che ci saranno altre sofferenze (altri tragici lutti familiari). Ecco emergere di nuovo la mancanza del figlio, con il quale avrebbe potuto affrontare tutto trovando in lui la necessaria consolazione. E’ un viaggio nella tristezza questa poesia. In alcuni momenti immagina di rivedere il figlio come un’ombra, come un angelo custode. 

E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…

Ungaretti ripensa a quando Antonietto stava bene e correva per la casa e la sua voce risuonava dolcemente in ogni stanza. E mentre adesso la terra si nutre del suo corpo (lo deteriora), c’è una parte di lui che nessuno potrà mai toccare ed è custodita nel ricordo del poeta. Riesce ancora ad immaginare la sua voce: tutto il resto non ha più interesse. Ogni volta che guarda il cielo cerca di rivedere il suo volto. lo vuole bene, un bene infinito, ma è una disperazione continua. neppure il ritorno a Roma riesce a fargli tornare il buon umore, ad allontanare il dolore, la sofferenza per il figlio scomparso. 

Giorno per giorno, la sofferenza di Ungaretti un dono all’umanità

La morte di un figlio è una delle prove più dure, se non la più dura, che un genitore possa affrontare nella vita. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e quando questo capita ci si sente in colpa per il solo fatto di essere vivi, al punto da non riuscire più a continuare a vivere come si faceva prima: l’angoscia è tale da non riuscire più a parlare, a lavorare, a fumare, a svolgere le più classiche delle azioni quotidiane. Nonostante lo “schianto”, cioè l’impatto che questo avvenimento ha avuto nella sua vita, il poeta non si lascia sopraffare dal dolore (non del tutto).

Il dolore è una sofferenza insopportabile, Ungaretti lo trasforma in qualcosa di meno atroce, trovando consolazione col fatto che sente la presenza del figlio sempre accanto e crede fortemente che un giorno, quando anche la sua vita finirà, potrà ricongiungersi al proprio caro. In sintesi, vuole far credere (più a se stesso) che la perdita del figlio è superabile grazie al ricordo e alla speranza di poterlo un giorno riabbracciare (quando anche egli si spegnerà), ma questo non basta di certo per colmare un dolore così atroce, e la tristezza dei versi finali ne sono la dimostrazione più evidente.

Giorno per giorno, una delle poesie della raccolta Il Dolore

Giorno per giorno fa parte della raccolta Il Dolore (1947). “Il Dolore è il libro che più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi.” (Ungaretti, cit. in: Giorgio Luti, Ungaretti, Mursia, 1992, pag. 75). Questa raccolta scritta nel periodo della seconda guerra mondiale, porta con sé, inevitabilmente, una serie di fatti sconvolgenti per il poeta.

Il dolore del poeta è causato soprattutto dalle disgrazie familiari che hanno colto impreparata l’intera famiglia. Si aggiunge la lacerante esperienza dalla visione di Roma occupata e dell’Italia straziata dalla guerra. Non solo, la morte del figlio che è un evento sconvolgente, ma, anche le altre perdite. Col fratello muore infatti l’ultimo testimone dell’infanzia del poeta. Lo straziante grido del dolore emerge così in tutte le sue liriche.

La prosa si fa gridata e piena di un affanno che rivela tutta la stanchezza di una vita piena di dolore. Non si può tuttavia parlare di autocommiserazione, in quanto il suo non è atteggiamento passivo, ma espressione di forza.  Anche nel dolore personale Ungaretti non si isola, ma s’immedesima nel ruolo di cantore dell’umano dolore, non solo del proprio. E in tal senso, anche nelle composizioni con un tema più intimo e personale, si avverte il senso di solidarietà che unisce i sofferenti singoli. Il Dolore fu scritto piangendo.

Giorno per giorno, di Giuseppe Ungaretti

1

“Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto…”
E il volto già scomparso
ma gli occhi ancora vivi
dal guanciale volgeva alla finestra,
e riempivano passeri la stanza
verso le briciole dal babbo sparse
per distrarre il suo bimbo…

2

Ora potrò baciare solo in sogno
le fiduciose mani…
E discorro, lavoro,
sono appena mutato, temo, fumo…
Come si può ch’io regga a tanta notte?…

3

Mi porteranno gli anni
chissà quali altri orrori,
ma ti sentivo accanto,
m’avresti consolato…

4

Mai, non saprete mai come m’illumina
l’ombra che mi si pone a lato, timida,
quando non spero più…

5

Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce
che in corsa risuonando per le stanze,
sollevava dai crucci un uomo stanco?…
La terra l’ha disfatta, la protegge
un passato di favola…

6

Ogni altra voce è un’eco che si spegne
ora che una mi chiama
dalle vette immortali…

7

In cielo cerco il tuo felice volto,
ed i miei occhi in me null’altro vedano
quando anch’essi vorrà chiudere Iddio…

8

E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!…

9

Inferocita terra, immane mare
mi separa dal luogo della tomba
dove ora si disperde
il martoriato corpo…
Non conta… Ascolto sempre più distinta
quella voce d’anima
che non seppi difendere quaggiù…
M’isola, sempre più festosa e amica
di minuto in minuto,
nel suo segreto semplice…

10

Sono tornato ai colli, ai pini amati
e del ritmo dell’aria il patrio accento
che non riudrò con te,
mi spezza ad ogni soffio…

11

Passa la rondine e con essa estate,
e anch’io, mi dico, passerò…
Ma resti dell’amore che mi strazia
non solo segno un breve appannamento
se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

12

Sotto la scure il disilluso ramo
cadendo si lamenta appena, meno
che non la foglia al tocco della brezza…
E fu la furia che abbatté la tenera
forma e la premurosa
carità d’una voce mi consuma…

13

Non più furori reca a me l’estate,
né primavera i suoi presentimenti;
puoi declinare, autunno,
con le tue stolte glorie:
per uno spoglio desiderio, inverno
distende la stagione più clemente!…

14

Già m’è nelle ossa scesa
l’autunnale secchezza,
ma, protratto dalle ombre,
sopravviene infinito
un demente fulgore:
la tortura segreta del crepuscolo
inabissato…

15

Rievocherò senza rimorso sempre
un’incantevole agonia di sensi?
Ascolta, cieco: “Un’anima è partita
dal comune castigo ancora illesa…”

Mi abbatterà meno di non più udire
i gridi vivi della sua purezza
che di sentire quasi estinto in me
il fremito pauroso della colpa?

16

Agli abbagli che squillano dai vetri
squadra un riflesso alla tovaglia l’ombra,
tornano al lustro labile d’un orcio
gonfie ortensie dall’aiuola, un rondone ebbro,
il grattacielo in vampe delle nuvole,
sull’albero, saltelli d’un bimbetto…

Inesauribile fragore di onde
si dà che giunga allora nella stanza
e alla freschezza inquieta d’una linea
azzurra, ogni parete si dilegua…

17

Fa dolce e forse qui vicino passi
dicendo: “Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
Lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l’aurora e intatto giorno”.

Saro Trovato

© Riproduzione Riservata