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“Forse un mattino andando in un’aria di vetro”, la rivelazione del vuoto nella poesia di Montale

Oggi condividiamo “Forse un mattino andando in un’aria di vetro”, una breve poesia di Eugenio Montale che rivela la natura della realtà.

Eugenio Montale è uno dei più grandi poeti italiani di tutti i tempi. Con i suoi versi ha saputo esprimere emozioni e sensazioni utilizzando modalità suggestive e nuove. Con “Ossi di seppia”, la prima raccolta pubblicata, Montale è andato incontro ad una poetica “della piccole cose”, in cui vengono cantati i “rottami”, ciò che resta integro in una realtà che sembra andare in frantumi.

Oggi condividiamo “Forse un mattino andando in un’aria di vetro”, una delle 23 liriche contenute in “Ossi di seppia”, che colpisce ed emoziona perché in essa è contenuta una rivelazione, la rivelazione del vuoto che caratterizza il reale. Leggiamo insieme la poesia.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Il “miracolo”

“Forse un mattino andando in un’aria di vetro” è una lirica che sembra non appartenere ad “Ossi di seppia”: se infatti la raccolta è caratterizzata da un’atmosfera estiva e le immagini e i suoni ricordano le estati liguri, calde e afose – basti pensare a poesie come le celebri “Spesso il male di vivere ho incontrato” e “Cigola la carrucola nel pozzo” –, nella poesia che abbiamo appena letto ci immaginiamo un’atmosfera fredda, invernale.

Questo gelo ingiustificato e inaspettato ci accompagna lungo tutto il componimento, il cui punto chiave è rappresentato dal “miracolo”. Con questo termine non immaginiamo altro che una scoperta positiva, felice, che può cambiarci la vita in meglio e può risolvere la nostra esistenza. Ma il miracolo montaliano è tutt’altro. L’io lirico si aliena, si estrania dall’istante che sta vivendo insieme a tutti gli esseri umani che lo circondano, si volta indietro e scopre che ogni fenomeno che caratterizza la realtà è illusorio, finto. Il “miracolo” terrorizza il poeta, che si sente come ubriacato da una scoperta di tale portata: in un attimo gli è stato rivelato il nulla.

Come è apparso, il nulla scompare, improvvisamente sostituito da uno schermo che raffigura “alberi case colli” e nasconde “l’inganno” ormai conosciuto dal poeta, che non riuscirà più ad essere ciò che era prima che gli venisse rivelata la natura del reale. Adesso lui detiene un “segreto” che “gli uomini che non si voltano”, gli uomini superficiali che non riescono o non vogliono guardare oltre, sconoscono. E la poesia si conclude, lasciandoci immersi nello smarrimento, estasiati dalla bellezza dei versi e dal loro significato.

Eugenio Montale

Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896 da una famiglia benestante. Il padre di Eugenio è infatti proprietario di una ditta che produce prodotti chimici. L’infanzia e l’adolescenza di Eugenio Montale sono segnate dalla salute precaria, che non permette al giovane di condurre la vita gioiosa e spensierata che si addice ai ragazzi della sua età. A causa delle continue polmoniti, Montale viene indirizzato verso gli studi tecnici, più rapidi e meno impegnativi di quelli classici. Diplomatosi in ragioneria con ottimi voti nel 1915, Eugenio coltiva tuttavia la passione per la cultura umanistica studiando da autodidatta e frequentando le lezioni di filosofia della sorella Marianna, iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia.

Intanto, la Prima Guerra Mondiale esige nuove reclute. È così che, nel 1917, Montale viene arruolato nella fanteria dopo aver svolto il servizio militare e combatte fino al 1920, quando viene congedato con il grado di tenente.

Negli anni ’20, il fascismo comincia a diffondersi in Italia. Eugenio Montale è uno dei tanti intellettuali che nel 1925 sottoscrive il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” concepito da Benedetto Croce. Questo è un anno fondamentale nella vita del poeta: al 1925 risale, infatti, la prima pubblicazione di “Ossi di seppia”, che segna un punto di svolta nella carriera letteraria di Montale.

Nel 1927, Eugenio Montale si trasferisce a Firenze, dove collabora con importanti riviste e dirige il Gabinetto Vieusseux, incarico da cui viene allontanato nel 1938 a causa della sua riluttanza nei confronti del fascismo. Nonostante ciò, il soggiorno fiorentino è uno dei periodi più pieni e vivaci della vita di Montale, che qui compone le “Occasioni” e incontra per la prima volta Irma Brandeis e in seguito anche Drusilla Tanzi, che diventerà moglie del poeta.

Eugenio Montale si trasferisce a Milano nel 1948. Qui, comincia a collaborare con il Corriere della Sera, giornale per cui scrive critiche letterarie, reportage e articoli più generici. Montale continua a pubblicare opere in versi e in prosa, nel 1962 sposa finalmente Drusilla Tanzi, dopo 23 anni di fidanzamento. Il matrimonio non è destinato a durare: Drusilla muore nell’ottobre del 1963, dopo un periodo di dolore e malattia. A lei è dedicata la raccolta “Xenia”.

La poesia montaliana si fa più cupa, disillusa: i versi cantano il distacco dalla vita, i cambiamenti della modernità, le trasformazioni culturali.
Nel 1975, il poeta viene insignito del Premio Nobel per la Letteratura “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”. Muore il 12 settembre 1981 nella clinica San Pio X. Viene sepolto a Firenze, accanto alla moglie Drusilla.

 

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