Una poesia di Montale per riflettere ad un anno dalla guerra in Ucraina

Esattamente un anno fa, le truppe russe invadevano l’Ucraina. Un triste anniversario, che ci dà l’occasione di riflettere su quanto terribile la guerra, in tutte le sue sfumature, sia terribile, proprio come ci mostra Eugenio Montale nella sua poesia “Ballata scritta in una clinica”.

ballata scritta in una clinica" di Montale, la guerra nel cuore e nel mondo

Chi avrebbe mai immaginato che la parola “guerra” potesse diventare così usata, così concreta e presente nelle nostre vite? Non si parla d’altro sui giornali, in tv, sui social. E ad un anno esatto dallo scoppio della guerra in Ucraina siamo costretti ad interrogarci su cosa ci prospetti il futuro. Quante altre morti ingiuste, città e famiglie distrutte, vedremo nei prossimi mesi?

La poesia che condividiamo con voi oggi, tratta da “La bufera e altro” di Eugenio Montale, racconta la bruttura dell’esperienza bellica e ci fa ritornare ad un passato che appare familiare, come fosse il nostro presente. Perché le armi e la guerra sono sempre scelte sbagliate, che non possono che generare negatività, paura, dolore, morte.

“Ballata scritta in una clinica”, in particolare, racconta due tipi di guerra: quella del mondo, che sta andando rapidamente in frantumi insieme al barlume di umanità che rimane attaccato al cuore degli uomini, e quella del cuore del poeta, sofferente a causa della malattia e della conseguente morte della moglie, a cui infatti è dedicata la profonda lirica, in cui la desolazione del poeta si mescola indistintamente alla desolazione del mondo.

 Ballata scritta in una clinica di Eugenio Montale

Ballata scritta in una clinica (da La bufera e altro) è un componimento di straordinaria intensità drammatica in cui Eugenio Montale proietta la dolorosa degenza della moglie Drusilla Tanzi (Mosca) sullo sfondo apocalittico della Seconda Guerra Mondiale (la “folle cometa agostana” del 1939).

Attraverso una fitta rete di correlativi oggettivi dal forte sapore espressionista — come l’immagine claustrofobica della “balena” biblica, il corpo della donna imprigionato in un “manichino di gesso” e gli occhiali accostati alla morfina — il poeta traspone la sofferenza privata in un dramma cosmico e collettivo. Nella contrapposizione tra l’implacabile “iddio taurino” (la brutalità della guerra) e il Dio cristiano della pietà, la poesia evolve da una cronaca di malattia a un’attesa quasi mistica e penitenziale del “ratto finale” (la morte).

L’intera lirica si gioca su questo contrasto tra il macrocosmo della devastazione storica e il microcosmo della stanza d’ospedale, dove piccoli oggetti quotidiani come la sveglia al fosforo o il “bulldog di legno” caricano il silenzio di un’angoscia metafisica, culminando nel grido d’empatia finale in cui il dolore della moglie diventa, per osmosi, il muto ululato del poeta stesso.

Eugenio Montale

Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896 da una famiglia benestante. Il padre di Eugenio è infatti proprietario di una ditta che produce prodotti chimici. L’infanzia e l’adolescenza sono segnate dalla salute precaria, che non permette al giovane di condurre la vita gioiosa e spensierata che si addice ai ragazzi della sua età.

A causa delle continue polmoniti, Eugenio Montale viene indirizzato verso gli studi tecnici, più rapidi e meno impegnativi di quelli classici. Diplomatosi in ragioneria con ottimi voti nel 1915, coltiva tuttavia la passione per la cultura umanistica studiando da autodidatta e frequentando le lezioni di filosofia della sorella Marianna, iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia. Intanto, la Prima Guerra Mondiale esige nuove reclute. È così che, nel 1917, Montale viene arruolato nella fanteria dopo aver svolto il servizio militare e combatte fino al 1920, quando viene congedato con il grado di tenente.

Negli anni ’20, il fascismo comincia a diffondersi in Italia. Eugenio Montale è uno dei tanti intellettuali che nel 1925 sottoscrive il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” concepito da Benedetto Croce. Questo è un anno fondamentale nella vita del poeta: al 1925 risale, infatti, la prima pubblicazione di “Ossi di seppia”, che segna un punto di svolta nella carriera letteraria di Montale.

Nel 1927, Eugenio Montale si trasferisce a Firenze, dove collabora con importanti riviste e dirige il Gabinetto Vieusseux, incarico da cui viene allontanato nel 1938 a causa della sua riluttanza nei confronti del fascismo. Nonostante ciò, il soggiorno fiorentino è uno dei periodi più pieni e vivaci della vita di Montale, che qui compone le “Occasioni” e incontra per la prima volta Irma Brandeis e in seguito anche Drusilla Tanzi, che diventerà moglie del poeta.

Eugenio Montale si trasferisce a Milano nel 1948. Qui, comincia a collaborare con il Corriere della Sera, giornale per cui scrive critiche letterarie, reportage e articoli più generici. Montale continua a pubblicare opere in versi e in prosa, nel 1962 sposa finalmente Drusilla Tanzi, dopo 23 anni di fidanzamento.

Il matrimonio non è destinato a durare: Drusilla muore nell’ottobre del 1963, dopo un periodo di dolore e malattia. A lei è dedicata la raccolta “Xenia”. La poesia montaliana si fa più cupa, disillusa: i versi cantano il distacco dalla vita, i cambiamenti della modernità, le trasformazioni culturali. Nel 1975, il poeta viene insignito del Premio Nobel per la Letteratura “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”.

Muore il 12 settembre 1981 nella clinica San Pio X. Viene sepolto a Firenze, accanto alla moglie Drusilla.