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“Ballata scritta in una clinica” di Montale, la guerra nel cuore e nel mondo

I venti di guerra non sembrano arrestarsi. In una condizione di tale precarietà, leggere "Ballata in una clinica" di Eugenio Montale ci fa ricordare quanto sia terribile vivere in un mondo in cui dominano armi e violenza.

Chi avrebbe mai immaginato che la parola “guerra” potesse diventare così usata, così concreta e presente nelle nostre vite? La minaccia della guerra e delle armi nucleari incide sempre di più nelle nostre giornate. Non si parla d’altro sui giornali, in tv, sui social. La poesia che condividiamo con voi oggi, tratta da “La bufera e altro” di Eugenio Montale, racconta la bruttura dell’esperienza bellica e ci fa ritornare ad un passato che appare familiare, come fosse il nostro presente. Perché le armi e la guerra sono sempre scelte sbagliate, che non possono che generare negatività, paura, dolore, morte.

“Ballata scritta in una clinica”, in particolare, racconta due tipi di guerra: quella del mondo, che sta andando rapidamente in frantumi insieme al barlume di umanità che rimane attaccato al cuore degli uomini, e quella del cuore del poeta, sofferente a causa della malattia e della conseguente morte della moglie, a cui infatti è dedicata la profonda lirica, in cui la desolazione del poeta si mescola indistintamente alla desolazione del mondo. 

Ballata scritta in una clinica di Eugenio Montale

Nel solco dell’emergenza:

quando si sciolse oltremonte
la folle cometa agostana
nell’aria ancora serena

– ma buio, per noi, e terrore
e crolli di altane e di ponti
su noi come Giona sepolti
nel ventre della balena –

ed io mi volsi e lo specchio
di me più non era lo stesso
perché la gola ed il petto
t’avevano chiuso di colpo
in un manichino di gesso.

Nel cavo delle tue orbite
brillavano lenti di lacrime
più spesse di questi tuoi grossi
occhiali di tartaruga
che a notte ti tolgo e avvicino
alle fiale della morfina.

L’iddio taurino non era
il nostro, ma il Dio che colora
di fuoco i gigli del fosso:
Ariete invocai e la fuga
del mostro cornuto travolse
con l’ultimo orgoglio anche il cuore
schiantato dalla tua tosse.

Attendo un cenno, se è prossima
l’ora del ratto finale:
son pronto e la penitenza
s’inizia fin d’ora nel cupo
singulto di valli e dirupi
dell’altra Emergenza.

Hai messo sul comodino
il bulldog di legno, la sveglia
col fosforo sulle lancette
che spande un tenue lucore
sul tuo dormiveglia,

il nulla che basta a chi vuole
forzare la porta stretta;
e fuori, rossa, s’inasta,
si spiega sul bianco una croce.

Con te anch’io m’affaccio alla voce
che irrompe nell’alba, all’enorme
presenza dei morti; e poi l’ululo

del cane di legno è il mio, muto.

Eugenio Montale

Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896 da una famiglia benestante. Il padre di Eugenio è infatti proprietario di una ditta che produce prodotti chimici. L’infanzia e l’adolescenza sono segnate dalla salute precaria, che non permette al giovane di condurre la vita gioiosa e spensierata che si addice ai ragazzi della sua età.

A causa delle continue polmoniti, Eugenio Montale viene indirizzato verso gli studi tecnici, più rapidi e meno impegnativi di quelli classici. Diplomatosi in ragioneria con ottimi voti nel 1915, coltiva tuttavia la passione per la cultura umanistica studiando da autodidatta e frequentando le lezioni di filosofia della sorella Marianna, iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia. Intanto, la Prima Guerra Mondiale esige nuove reclute. È così che, nel 1917, Montale viene arruolato nella fanteria dopo aver svolto il servizio militare e combatte fino al 1920, quando viene congedato con il grado di tenente.

Negli anni ’20, il fascismo comincia a diffondersi in Italia. Eugenio Montale è uno dei tanti intellettuali che nel 1925 sottoscrive il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” concepito da Benedetto Croce. Questo è un anno fondamentale nella vita del poeta: al 1925 risale, infatti, la prima pubblicazione di “Ossi di seppia”, che segna un punto di svolta nella carriera letteraria di Montale.

Nel 1927, Eugenio Montale si trasferisce a Firenze, dove collabora con importanti riviste e dirige il Gabinetto Vieusseux, incarico da cui viene allontanato nel 1938 a causa della sua riluttanza nei confronti del fascismo. Nonostante ciò, il soggiorno fiorentino è uno dei periodi più pieni e vivaci della vita di Montale, che qui compone le “Occasioni” e incontra per la prima volta Irma Brandeis e in seguito anche Drusilla Tanzi, che diventerà moglie del poeta.

Eugenio Montale si trasferisce a Milano nel 1948. Qui, comincia a collaborare con il Corriere della Sera, giornale per cui scrive critiche letterarie, reportage e articoli più generici. Montale continua a pubblicare opere in versi e in prosa, nel 1962 sposa finalmente Drusilla Tanzi, dopo 23 anni di fidanzamento.

Il matrimonio non è destinato a durare: Drusilla muore nell’ottobre del 1963, dopo un periodo di dolore e malattia. A lei è dedicata la raccolta “Xenia”. La poesia montaliana si fa più cupa, disillusa: i versi cantano il distacco dalla vita, i cambiamenti della modernità, le trasformazioni culturali. Nel 1975, il poeta viene insignito del Premio Nobel per la Letteratura “per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni”.

Muore il 12 settembre 1981 nella clinica San Pio X. Viene sepolto a Firenze, accanto alla moglie Drusilla.

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