Alla Befana di Gianni Rodari è una poesia che incarna perfettamente lo stile e la visione di Gianni Rodari. Apparentemente semplice, costruita come una filastrocca destinata ai bambini, il testo nasconde in realtà una riflessione profonda sul tema delle disuguaglianze e sull’infanzia dimenticata.
Rodari riesce in un’impresa rara, trasformare una figura popolare e festosa come la Befana in un simbolo capace di interrogare la coscienza collettiva. Anche l’Epifania diventa un momento per riflettere e far riflettere per il Maestro d’Omegna, ma la sua grande genialità è che lo fa dando voce direttamente ai bambini, fermo restando che le sue parole sono rivolte agli adulti.
Leggiamo questa originale filastrocca di Gianni Rodari per viverne la magia e apprezzarne la sensibilità.
Alla Befana di Gianni Rodari
Mi hanno detto, cara Befana,
che tu riempi la calza di lana,
che tutti i bimbi, se stanno buoni,
da te ricevono ricchi doni.
Io buono sono sempre stato
ma un dono mai me l’hai portato.
Anche quest’anno nel calendario
tu passi proprio in perfetto orario,
ma ho paura, poveretto,
che tu viaggi in treno diretto:
un treno che salta tante stazioni
dove ci sono bimbi buoni.
Io questa lettera ti ho mandato
per farti prendere l’accelerato!
O cara Befana, prendi un trenino
che fermi a casa d’ogni bambino,
che fermi alle case dei poveretti
con tanti doni e tanti confetti.
Quando la festa smette di essere per tutti
Alla Befana è una poesia di Gianni Rodari che mette al centro i meno fortunati, proprio nel giorno dell’Epifania, quando la tradizione celebra doni, dolci e attese felici. Il bambino che scrive alla Befana non chiede semplicemente un regalo: chiede attenzione.
Il tono non è mai accusatorio, ma attraversato da una malinconia gentile, che rende il messaggio ancora più incisivo. Rodari suggerisce che non tutti i bambini partono dallo stesso punto, e che persino le feste rischiano di diventare strumenti di esclusione.
Sembra la scena di un film neorealista, un bambino di una famiglia povera che anche la Befana ha dimenticato di visitare. E il bambino reclama la sua attenzione, sollecitando in tal senso l’intero mondo degli adulti a reagire e fare concretamente qualcosa per dare pari dignità a tutti i bambini del mondo. I bambini sono il futuro e come tale meritano la massima cura.
La metafora del treno che salta le stazioni
Il cuore simbolico della poesia è il treno, che diventa espressione delle diseguaglianze sociali. La Befana, secondo la voce narrante, viaggia su un convoglio “diretto”, che salta molte stazioni:
Io buono sono sempre stato
ma un dono mai me l’hai portato.
Questa immagine è potente e attualissima. Il treno diventa espressione della distribuzione delle opportunità, la fortuna che non si ferma ovunque. Alcuni restano a guardare passare i doni, altri li ricevono senza chiedere.
La richiesta finale non è ingenua
prendi un trenino
che fermi a casa d’ogni bambino
Dietro questo ingenuo reclamo c’è il potentissimo messaggio che le disparità esistono e bisogna avere il coraggio di eliminarle. Anche la Befana sceglie di viaggiare con un treno diretto, anziché scegliere la “terza classe” e portare finalmente la gioia e la felicità a tutti i bambini, nessuno escluso.
Le filastrocche rivoluzionarie di Gianni Rodari
Dire che Alla Befana non sia una poesia “magica” significa non coglierne la forza più autentica. Nella sua apparente semplicità, Gianni Rodari riesce a toccare un tema di enorme rilevanza sociale, trasformando una filastrocca in un atto di consapevolezza collettiva. È una poesia di denuncia, nel senso più alto e civile del termine: una di quelle voci che oggi, purtroppo, sembrano in via d’estinzione.
La nostra società è sempre più concentrata sull’apparenza, sul gesto visibile, sull’esibizione di sé. Si guarda molto, ma si vede poco. E proprio in questo contesto la poesia sociale di Rodari appare attualissima, quasi necessaria. Dovrebbe essere un modello per una nuova generazione di scrittori e poeti, spesso distratti dal rumore dei social, dove l’io prende il posto del noi e l’urgenza dell’immagine soffoca il bisogno reale delle persone.
Rodari, invece, guarda dove è più scomodo guardare: ai bambini che vivono in condizioni di povertà, a quelli esclusi, dimenticati, invisibili. Bambini che non hanno colpe.
Non hanno scelto dove nascere, non hanno deciso se avere genitori ricchi o poveri, se crescere in un quartiere protetto o in un luogo segnato dal disagio. Proprio per questo meritano attenzione, cura, possibilità. Meritano ciò che nella poesia diventa simbolo: i doni della Befana, intesi non come oggetti, ma come occasioni di uguaglianza.
Rodari ci invita a un gesto radicale e semplice insieme: trasformarci tutti nella Befana. Fermarci a ogni “stazione”, non saltarne nessuna. Aiutare i bambini in difficoltà a ritrovare il sorriso, che non è mai un lusso, ma un diritto.
Questa poesia mette in luce, attraverso una figura della tradizione popolare, problemi enormi e attualissimi: la povertà, la sofferenza, la differenziazione sociale. E lo fa senza retorica, senza urlare, affidandosi alla forza limpida delle immagini.
Non possiamo dimenticare i bambini dei campi profughi, quelli sotto le bombe, quelli costretti a seguire i genitori in fuga dalla guerra, dalla tirannia, dalla violenza fondamentalista. Ma non possiamo dimenticare nemmeno i bambini che, anche nel nostro Paese, vivono oggi una povertà reale, silenziosa, spesso nascosta.
È qui che la poesia di Gianni Rodari smette di essere solo letteratura per l’infanzia e diventa lezione morale, civile, umana. Una poesia che non consola soltanto, ma chiama in causa. Una poesia che, ancora oggi, ci chiede da che parte vogliamo stare.
