A mia figlia (1910) di Umberto Saba, poesia che svela il vero amore di un padre
Scopri il significato di “A mia figlia” di Umberto Saba, la poesia che racconta con disarmante sincerità cosa prova davvero un padre.

A mia figlia di Umberto Saba è una poesia che evidenzia nella sua bellezza tutte le emozioni di un uomo che diventa padre e ha il bisogno di voler esprimere in modo autentico il suo modo di vivere la paternità.
Non siamo davanti a una poesia sentimentale nel senso tradizionale. Saba compie un gesto letterario più coraggioso: racconta la paternità senza mitizzarla. Nei suoi versi l’amore non cancella l’inquietudine, ma convive con essa, rendendo il ritratto del padre sorprendentemente moderno.
Umberto Saba nella poesia rompe con la visione paterna tradizionale e rivela alla figlia la vera natura del suo legame e dei suoi sentimenti, senza idealizzazioni o retorica. L’amore per la figlia è incondizionato e privo di qualsiasi egoismo. Ma, allo stesso tempo è la dichiarazione di un amore diverso da parte di un padre che con l’arrivo della figlia finisce per veder mutata la sua vita.
A mia figlia fa parte della sezione Casa e Campagna (1909 – 1910) de Il canzoniere di Umberto Saba, pubblicato per la prima volta nel 1921 in seicento esemplari col marchio Libreria Antica e Moderna, la libreria antiquaria aperta da Saba a Trieste nel 1919.
Leggiamo questa bellissima poesia di Umberto Saba per apprezzarne il significato.
A mia figlia di Umberto Saba
Mio tenero germoglio,
che non amo perché sulla mia pianta
sei rifiorita, ma perché sei tanto
debole e amore ti ha concesso a me;
o mia figliola, tu non sei dei sogni
miei la speranza; e non più che per ogni
altro germoglio è il mio amore per te.La mia vita mia cara
bambina,
è l’erta solitaria, l’erta chiusa
dal muricciolo,
dove al tramonto solo
siedo, a celati miei pensieri in vista.
Se tu non vivi a quei pensieri in cima,
pur nel tuo mondo li fai divagare;
e mi piace da presso riguardare
la tua conquista.Ti conquisti la casa a poco a poco,
e il cuore della tua selvaggia mamma.
Come la vedi, di gioia s’infiamma
la tua guancia, ed a lei corri dal gioco.
Ti accoglie in grembo una sì bella e pia
mamma, e ti gode. E il suo vecchio amore oblia.
A mia figlia la confessione onesta di un padre
A mia figlia è una poesia di Umberto Saba che mette in scena la confessione di un padre, che dichiara alla figlia tutto il suo amore, ma in modo autentico e in modo inaspettato.
Umberto Saba usa nei suoi versi una sincerità disarmante. L’amore per la figlia non nasce da un irrefrenabile attaccamento, ma dalla sua fragilità di bambina. Una poesia che rivela una cruda realtà, il cambiamento che può portare nella vita di un uomo, nella relazione con la moglie, nel suo vivere la quotidianità da parte di un padre.
C’è sincerità nelle sue parole. Linuccia Saba, la figlia a cui è dedicata la poesia, nacque il 24 gennaio del 1910, e nella vita del poeta portò una tempesta che finì per riflettersi nel rapporto con la moglie. Linuccia fu subito coinvolta nei conflitti che si scatenarono nella relazione dei suoi genitori. Nel 1911 la madre Lina andò a rifugiarsi temporaneamente a casa dei genitori.
I versi della poesia finiscono per apparire più chiari se contestualizzati con la vita del poeta triestino.
Umberto Saba evidenzia la sua voglia di vivere immerso nella solitudine, fa parte del suo essere, la presenza della figlia, inevitabilmente, pur non essendo al centro di quei pensieri, ne modifica il modo di vivere. La bambina, finisce per riportare il poeta alla realtà, quella che lui vorrebbe magari non vivere.
Quando l’amore di un padre rinuncia al possesso
Fin dai primi versi, il poeta precisa subito che il suo amore per lei non è dettato da un bisogno egoistico di continuità (“rifiorita” suggerisce l’idea della discendenza), bensì dalla sua stessa fragilità.
Il verbo “concesso” sottolinea l’idea che la figlia sia un dono dell’amore, un evento quasi fortuito, un priv19legio ricevuto senza meriti particolari. Questa scelta lessicale è tipica della poetica di Saba, fondata su una lingua volutamente semplice e anti-retorica. Il poeta triestino rifiuta ogni enfasi e costruisce la sua verità emotiva attraverso parole quotidiane, capaci proprio per questo di risultare più autentiche.
È qui che si riconosce pienamente la poetica della “poesia onesta” di Saba. Il poeta rinuncia a ogni parola solenne e sceglie termini quotidiani — bambina, casa, gioco, mamma — per raccontare un nodo emotivo complessissimo. Proprio questa apparente semplicità rende la verità dei versi ancora più incisiva e moderna.
In questo passaggio emerge quello che potremmo definire un vero e proprio “egoismo rovesciato”. Saba rifiuta l’idea, molto diffusa nella tradizione, del figlio come prolungamento di sé. Non ama Linuccia perché “rifiorita” sulla sua pianta, cioè come continuità del proprio io, ma perché creatura autonoma, fragile, quasi affidata al caso. L’amore paterno, così, si libera da ogni forma di possesso e diventa riconoscimento dell’alterità.
Umberto Saba tende a sottolineare che la figlia non è la “speranza dei suoi sogni”, cioè non è una proiezione dei suoi desideri o delle sue aspirazioni, rompendo con l’idea tradizionale del figlio come erede del padre. L’amore per lei non è diverso da quello che si potrebbe avere per ogni altro essere fragile e bisognoso di cura. Qui emerge la visione umana e concreta di Saba, che si oppone all’idealizzazione della paternità.
Nella seconda strofa il poeta evidenzia il suo modo di essere un uomo che ama vivere la solitudine. E la bambina finisce per conquistare sempre più territorio domestico e Saba sente sempre più diminuire il suo spazio vitale. Ciò diventa ancora più evidente nel rapporto che il poeta vive tra la piccola e la moglie.
La bambina non è al centro delle sue meditazioni (“non vivi a quei pensieri in cima”), ma in qualche modo li influenza, facendoli “divagare”, cioè allontanandoli dalla loro direzione originaria. Questo suggerisce che la presenza della bambina, pur non modificando profondamente il carattere solitario del poeta, portandogli un’inevitabile distrazione.
L’immagine dell’“erta solitaria” è una delle più rivelatrici dell’intera poesia. Non è solo un luogo fisico, ma la metafora della condizione esistenziale di Saba: un uomo che osserva la vita da una posizione appartata, quasi protetto dal suo “muricciolo”. La figlia non lo strappa a questa solitudine, ma lo costringe ad abbassare lo sguardo verso il mondo concreto della casa e degli affetti, introducendo una lieve ma decisiva perturbazione nei suoi pensieri malinconici.
Nella terza strofa l’attenzione si sposta sulla relazione madre-figlia. La bambina si appropria lentamente dello spazio domestico e dell’affetto materno. Saba definisce la moglie “selvaggia” riferito al carattere passionale, istintivo, forse distante dalle convenzioni sociali e allo stesso tempo dall’istinto che scatta nelle donne nel momento in cui devono proteggere la loro creatura.
La bambina corre verso la madre con entusiasmo. Il poeta osserva con tenerezza la relazione madre-figlia e ne coglie la bellezza, ma ciò sancisce il fatto che lui perde la centralità verso la moglie.
L’ultimo verso segna la poesia e il messaggio che il poeta vuol condividere. “E il suo vecchio amore oblia”, riferendosi proprio alla moglie. Questo suggerisce che l’amore per la figlia ha in qualche modo sostituito l’amore per il poeta stesso.
In questo finale non c’è una gelosia rabbiosa o possessiva. In Saba prevale piuttosto una lucidissima malinconia. La nascita della figlia segna la fine del dualismo amoroso tra lui e Lina: la donna amata diventa prima di tutto madre. Il poeta avverte, con dolorosa consapevolezza, di essere passato da centro esclusivo dell’amore a spettatore laterale di un nuovo legame totalizzante.
In definitiva, A mia figlia non è solo una dedica paterna, ma un atto di profonda onestà intellettuale. Saba accetta di non essere il centro del mondo della figlia e, nello stesso tempo, di non essere più il centro del mondo della moglie. La paternità non appare come un traguardo di pienezza, ma come un cammino di sottrazione: il poeta impara a “riguardare da presso” la vita che accade, pur restando sulla sua erta solitaria.
In questa confessione disarmante Umberto Saba consegna ai lettori una verità profonda. L’amore per i figli non è fatto di perfezione o idealizzazione, ma di una tenerezza concreta che cambia per sempre la geografia emotiva di chi diventa padre.