La statua di Montanelli, cosa significa la memoria storica

L'episodio della vernice rosa sulla statua di Indro Montanelli ha generato un dibattito sulla memoria storica. Abbiamo chiesto ai nostri lettori cosa ne pensano

MILANO – L’imbrattamento della statua di Indro Montanelli a opera del collettivo femminista “Non una di meno” in occasione del corteo dell’8 marzo ha generato un dibattito vivace sulla memoria storica e sui criteri in base ai quali scegliamo quali personaggi tramandare ai posteri.

Per chi si fosse perso cosa è accaduto, ecco i fatti in breve. Durante la manifestazione per la Giornata Internazionale della Donna, il collettivo femminista “Non una di meno” ha imbrattato di vernice rosa (lavabile, rimossa poche ore dopo) la statua di Indro Montanelli – una delle penne più illustri del giornalismo italiano – situata nel parco a lui dedicato a Porta Venezia, Milano.

Lo scopo dichiarato dell’azione è stato quello di accendere un dibattito su una vicenda avvenuta durante il periodo coloniale italiano in Eritrea, quando Montanelli comprò e ebbe rapporti sessuali con una ragazzina eritrea di 12 anni di nome Destà. Un “contratto di leasing” –  scriveva Montanelli sul Corriere nel 2000 – che gli conferiva l’uso esclusivo del corpo della ragazzina, fino a quando la cedette a un altro uomo una volta finita la guerra.

Montanelli non si scusò mai né si mostrò pentito delle sue azioni, nemmeno in tempi recenti. Ne parlò per la prima volta nel 1972 durante un’intervista con Enzo Biagi a L’ora della verità, dove fu incalzato dalla giornalista eritrea Elvira Bianotti.

In un’intervista rilasciata a Enzo Biagi per la Rai nel 1982 affermò:  “Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì [le africane] erano già donne. L’avevo comprata dal padre a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul (semplice edificio a pianta circolare con tetto conico solitamente di argilla e paglia) con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi assieme alle mogli degli altri ascari…arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”.

Nel 2000, raccontò nuovamente la storia sul Corriere della Sera:

Corriere della Sera del 12 febbraio 2000 / Archivio Corriere

Dal gesto del collettivo “Non una di meno” è nato un dibattito acceso. Qual è il criterio con cui decidiamo quali personaggi tramandare alla memoria collettiva, attraverso monumenti, statue, parchi e vie intitolate? È possibile e giusto scindere il personaggio storico da quello umano e dalle sue scelte personali?

Abbiamo posto queste domande ai nostri lettori, e sono nati degli interessanti spunti di riflessione. In molti hanno sottolineato la correttezza del gesto del collettivo, che ha volutamente utilizzato una pittura lavabile per non vandalizzare la statua: “Gesto di impatto, di provocazione e di dissenso ma che non aveva il fine di danneggiare nessuna opera pubblica. La lungimiranza delle donne!” dice Francesca.

Molti i commenti di condanna al gesto, e alla scelta di dedicare una statua e un parco (per bambini, ironia della sorte) a un uomo che si è macchiato di stupro e pedofilia. Molti, infatti, auspicano la rimozione della statua. “La grandezza della sua scrittura e il suo talento non possono in nessun modo giustificare il fatto che fosse un fascista pedofilo. Una città come Milano che si definisce progressista ed aperta al mondo non può celebrare certi personaggi…Beppe Sala faccia rimuovere la statua per dare un segnale forte alla città e al mondo” (Barbara)

Tanti sottolineano, al contrario, la necessità di scindere tra persona e personaggio, e soprattutto, la necessità di conservare memoria storica di quanto è accaduto.

Da inizio 900 al 44 gli italiani si sono macchiati di cose vergognose, su tutte la deportazione degli ebrei . Una di queste fu la colonizzazione. Io non credo alle scuse postume, a chi commette un crimine e poi a distanza di anni chiede scusa. Montanelli è stato un grande giornalista, uno che per le sue idee si è fatto anche il carcere. Un episodio molto negativo, in un epoca in cui avvenivano crimini contro l’unanimità ogni giorno, non può cambiare il giudizio storico su di lui. La storia insegna come ai tempi dei romani era abitudine abusare di bambini, per questo imbrattiamo le statue degli imperatori? (Luca)

La damnatio memoriae era, in effetti, una pratica romana che consisteva nell’eliminazione postuma di qualunque ricordo (statue, scritti, opere, monumenti) di quegli imperatori che in vita non erano stati apprezzati dal popolo. Nel corso dei secoli la pratica è stata abbandonata, in virtù di una conservazione più imparziale degli accadimenti storici. Ed è indubbiamente una posizione sensata, perché ricordare il passato è fondamentale per affrontare il futuro, anche quando il passato è vergognoso e nefando. Come dice il nostro lettore, non possiamo certo cancellare i crimini di cui ci siamo macchiati, né durante il periodo coloniale né durante il ventennio fascista, e anzi è fondamentale ricordarli ed esserne consapevoli. Tuttavia, la modalità con cui decidiamo di ricordare è significativa, e non sempre ricordare implica celebrare.

Montanelli non era un filosofo greco. Ha vissuto dopo la guerra in una Italia che che considera la vendita di una persona come schiavitù e la relazione con una dodicenne pedofilia. Lui è stato un nostro contemporaneo, non un antico egizio, che mai mostrò un segno di rammarico o pentimento. nell’82 chiamava la ragazza “animaletto”. Questo è imperdonabile. Non che in epoca fascista abbia fatto qualcosa di fascista, ma che in fondo nell’82 lo era ancora. (Ilaria)

Si può dire, in conclusione, che il gesto del collettivo “Non una di meno” ha centrato in pieno il suo obiettivo: suscitare un dibattito non violento sul nostro passato coloniale e sulle modalità con cui scegliamo di tramandare la memoria storica. Vedremo cosa accadrà.

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