Il Fajr Film Festival di Teheran

Giunto alla 37^ edizione, il festival è un’interessantissima rassegna della Settima Arte di cui l’Occidente può godere parzialmente
Il Fajr Film Festival di Teheran

MILANO – Creato a ridosso delle fasi conclusive del conflitto interno nella società iraniana che seguì la Rivoluzione Islamica dell’11 febbraio 1979, il Fajr Film Festival di Teheran, giunto alla 37^ edizione, è un’interessantissima rassegna della Settima Arte di cui l’Occidente può godere parzialmente. Non solo per la logica geopolitica dell’embargo americano che ci trascina nell’ostracismo verso l’Iran, i suoi prodotti, la sua gente, ma per le ferree logiche delle Major, che impongono la propria merce culturale, omettendo altre produzioni pur nella diffusa globalizzazione.

Fair in farsi (persiano) significa vittoria e nell’orizzonte degli organizzatori della manifestazione il riferimento all’orgoglio patrio non si perde. Ma tante perle della cinematografia iraniana mostrano, come faceva nel secondo dopoguerra il nostro neorealismo, contraddizioni e pecche della società, con un’apertura mentale che, se non subisce censure sempre possibili, introduce una riflessione critica del proprio ambiente. Confessionale o laico che sia.

In edizioni anche recenti della rassegna, dove sono presenti anche pellicole di altri Paesi, i problemi del mondo, spesso legati alla geopolitica appaiono senza veli, e comunque chi ne affronta le tematiche esprime il proprio punto di vista. Nell’anno del quarantesimo anniversario della Rivoluzione iraniana, che cade appunto fra due giorni, viene presentato un lungometraggio tratto da un libro di Ahmad Yusefzadeh incentrato su una vicenda avvenuta durante il sanguinoso conflitto con l’Iraq. “Ventitré individui” sono i prigionieri, tutti giovani e giovanissimi, catturati dalle truppe di Saddam Hussein. Probabilmente (prima o poi spereremo di vedere la pellicola) si tratta della cosiddetta “generazione del fronte”: i basij, volontari ragazzini, che andavano a combattere e morire, per difendere la nazione invasa e salvare la Rivoluzione da poco avvenuta. Una rivoluzione che aveva, comunque, diviso la popolazione nel contrasto fra pasdaran filo komeinisti e mujaheddin laici. Quei basij, diventati nei decenni seguenti, il braccio armato degli ayatollah opposto a certe rivolte giovanili.

Enrico Campofreda

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