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“Tagliare la testa al toro”, l’origine del modo di dire legato al Giovedì Grasso

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“Tagliare la testa al toro”, l’origine del modo di dire legato al Giovedì Grasso

Cosa lega il Giovedì Grasso e Venezia al celebre modo di dire “tagliare la testa al toro”? Scoprilo in questo articolo.

“Tagliare la testa al toro”, l'origine del modo di dire legato al Giovedì Grasso

“Tagliare la testa al toro” è un celebre modo di dire entrato a far parte nel linguaggio quotidiano; esso è strettamente correlato ad una vicenda medievale legata al Giovedì grasso e alla Serenissima. Scopriamo di seguito il significato e l’origine di questo utilizzatissimo modo di dire.

Il significato di “Tagliare la testa al toro”

Tutti sappiamo che tagliare la testa al toro significa risolvere definitivamente una questione che si protrae da tempo anche a scapito o a danno dì qualcosa o di qualcuno. Ma forse, non tutti sanno da dove derivi questo detto, tutto veneziano.

L’origine del modo di dire e il legame col Giovedì Grasso

Ma come nasce l’espressione “tagliare la testa al toro”? Essa deriva da un’antica tradizione veneziana del XII secolo, celebrata proprio durante il Giovedì Grasso, che simboleggiava la risoluzione definitiva di una disputa, legata alla decapitazione cerimoniale di un toro in Piazza San Marco per porre fine a una contesa politica tra Venezia e Aquileia.

Tutto iniziò nel 1162, quando il patriarca di Aquileia, Ulrico di Treven mosse alla conquista di Grado, allora sotto l’egida di Venezia. Il Doge di Venezia reagì duramente sbaragliando l’esercito di Aquileia e facendo vari prigionieri tra i quali 12 prelati, 12 alleati e lo stesso Ulrico.

Venezia accettò, poi, di liberare Ulrico solo dopo il pagamento di un ingente riscatto: 12 pani per i prelati, 12 maiali per gli alleati e un toro per il Patriarca.

I pani vennero distribuiti alla popolazione, la carne dei maiali venne distribuita tra i Senatori e il toro, che simboleggiava il Patriarca, fu ucciso nella pubblica Piazza, tagliandogli la testa. Così, la decapitazione del toro pose fine alla diatriba tra i contendenti e assunse il significato odierno di risolvere definitivamente una controversia che si protrae da tempo.

Per ridicolizzare gli aquilani, si stabilì inoltre che ogni anno un toro, 12 maiali e 12 pani dovessero essere mandati a Palazzo Ducale dove si celebrava una festa in cui gli animali, simbolo dei vinti, venivano giustiziati. Il popolo in massa seguiva con applausi e grida di eccitazione il macabro rituale.

Il rito del Giovedì Grasso non era solo un’esecuzione, ma una festa popolare con acrobati e i “Forze d’Ercole” (piramidi umane) che culminava con il taglio della testa per “chiudere” le ostilità.

La tradizione perdurò per secoli fino a quando nel 1523 il doge Andrea Gritti, che considerava la pratica troppo barbara, abolì l’uccisione dei maiali, mantenendo solo la tradizione del “Taglio della testa del toro” e portando a tre il numero dei tori da sacrificare.

Oggi il giorno del Giovedì grasso si perpetua il rituale sacrificale con la decapitazione di un toro di cartapesta e stoffa a ricordo della storica vicenda medievale.

Anche se la versione veneziana è la più accreditata, alcuni studiosi citano la tauromachia o i riti sacrificali dell’antica Roma come ipotesi alternative legate alla nascita di questa espressione.

Perché Venezia è chiamata Serenissima

Un tempo Venezia era una delle quattro Repubbliche marinare: le istituzioni del suo governo erano suddivise su più livelli, il più alto rappresentato dal Doge. Egli era il massimo ordinamento politico e incarnava la gloria e l’autorevolezza della Repubblica. I suoi poteri erano però limitati al guidare in guerra l’esercito e la flotta; la piena sovranità infatti risiedeva nel Maggior Consiglio, organo fondamentale dello stato.

Anche se il Doge giocava un ruolo minore rispetto alle altre organizzazioni della Repubblica, gli era stato attribuito l’appellativo di “serenissimo”. Pare che dal titolo dato al doge prendesse poi spunto quello della città stessa.

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