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La lingua sessista

I proverbi e i modi di dire sessisti nella lingua italiana

Gli stereotipi sessisti sono evidenti non solo nei gesti quotidiani, ma emergono anche nel linguaggio comune: ecco alcuni esempi di modi di dire sessisti

L’italiano, lo sappiamo molto bene, è una lingua ricca e folta si sfumature di significato: tanti e curiosi sono i suoi modi di dire e le sue espressione idiomatiche, che traggono origine dalla cultura e dalla storia. Tra queste espressioni, ci sono diversi modi di dire sessisti.La cronaca quotidiana, purtroppo, ci dimostra come come il maschilismo e il sessismo siano insiti nel linguaggio di tutti i giorni, nelle parole e nei comportamenti. I proverbi e i modi di dire affondano le loro origine nel lontano passato.

I modi di dire sessisti nascono in epoca antica

 Molti modi di dire e proverbi sono nati nell’ambito di una cultura antica, patriarcale, che relegava la donna a ruoli confinati spesso alla casa, alla gestione domestica, alla procreazione. Il predominio maschile faceva leva anche su una presunta forza biologica dell’uomo rispetto alla donna. Tutte logiche che oggi ci spingono a pensare che molti modi di dire proverbi meriterebbero di avere un’evoluzione o meglio una trasformazione.

Andrebbero conservati nel museo della lingua solo per esplicitare e raccontare una cultura che oggi non c’è più e che si portar dietro solo false convinzioni di uomini purtroppo sempre più deboli non in grado di confrontarsi con una forza del femminile che merita rispetto assoluto.

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Modi di dire e i proverbi sessisti

Noi, alla ricerca dei significati dei proverbi e dei modi di dire, vogliamo fornirvi esempi di sessismo in proverbi a cui non avevamo mai dato attenzione. 

“Nottata persa e figlia femmina!”

“Chi dice donna dice danno”

“Donna al volante pericolo costante”

“Dove son donne e gatti, son più parole che fatti”

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“La donna è come il melone, in mezzo a cento ne esce buona una sola”

“La bontà di una donna, il vento e la buona sorte, durano poco”

“Donna ridarella, o santa o puttanella”

“La donna deve avere tre m: matrona in strada, modesta in chiesa, massaia in casa”

“Donne, asini e noci vogliono mani atroci”

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“Mogli e buoi dei paesi tuoi”

“Pane e botte fan la moglie e i figli belli”

“Le parole son femmine e i fatti maschi”

“Essere donna con le palle”

“La Bionda Colpisce, La Mora Rapisce, La Rossa Gioisce”

“Chi porta i pantaloni”

“Donne e motori, gioie e dolori”

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Mutiamo il dominio maschile partendo dal linguaggio

“Il dominio maschile sulle donne è la più antica e persistente forma di oppressione esistente”. Le parole del sociologo e filosofo francese Pierre Bourdieu mirano dritto al centro. ha addirittura dedicato un libro dal titolo che non lascia dubbi Il Dominio Maschile. Bourdieu avverte che l’ordine delle cose non è un ordine naturale contro il quale non si possa far nulla.

È piuttosto una costruzione mentale, una visione del mondo con la quale l’uomo appaga la sua sete di dominio. Una visione talmente esclusiva che le stesse donne, che ne sono le vittime, l’hanno integrata nel proprio modo di pensare e nell’accettazione inconscia di inferiorità. 

Per riprendere il pensiero del grande studioso ciò a cui assistiamo è una condizione che merita di avere una reazione concreta ed immediata sia da parte maschile che femminile. Bisogna avere il coraggio di cambiare. Il linguaggio che adottiamo e ilm significato che diamo allo stesso possono dare un valido contributo per mutare ciò che la cultura ha molte volte fatto diventare normale ciò che invece non lo è.

Come le parole possono cambiare il punto di vista

A proposito di modi di dire sessisti, abbiamo trovato navigando in rete un monologo che può aiutare a capire il senso di ciò che merita un cambiamento. L’attrice Paola Cortellesi durante il David di Donatello del 2018 aveva recitato un bellissimo discorso scritto dal linguista Stefano Bartezzaghi circa questa tematica.

Alcune parole di genere maschile se volte al femminile cambiano significato, assumendo una valenza negativa di “prostituta”. 

Questo monologo è apparentemente divertente, ma nasconde un riso amaro, mostrando quanto i pregiudizi sessisti si collochino in profondità nella nostra cultura.

Il monologo di Paola Cortellesi scritto da Bartezzaghi 

È impressionante vedere come nella nostra lingua alcuni termini che al maschile hanno il loro legittimo significato, se declinati al femminile assumono improvvisamente un altro senso, cambiano radicalmente, diventano un luogo comune, un luogo comune un po’ equivoco che poi a guardar bene è sempre lo stesso, ovvero un lieve ammiccamento verso la prostituzione.

Vi faccio degli esempi.
Un cortigiano: un uomo che vive a corte; Una cortigiana: una mignotta.
Un massaggiatore: un cinesiterapista; Una massaggiatrice: una mignotta.
Un uomo di strada: un uomo del popolo; Una donna di strada: una mignotta.
Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso; Una donna disponibile: una mignotta.
Un uomo allegro: un buontempone; Una donna allegra: una mignotta.
Un gatto morto: un felino deceduto; una gatta morta, una mignotta.
Non voglio fare la donna che si lamenta e che recrimina, però anche nel lessico noi donne un po’ discriminate lo siamo.

Quel filino di discriminazione la avverto, magari sono io, ma lo avverto. Per fortuna sono soltanto parole. Se davvero le parole fossero la traduzione dei pensieri, un giorno potremmo sentire affermazioni che hanno dell’incredibile, frasi offensive e senza senso come queste. “Brava, sei una donna con le palle”, “Chissà che ha fatto quella per lavorare”, “Anche lei però, se va in giro vestita così”, “Dovresti essere contenta che ti guardano”, “Lascia stare sono cose da maschi”, “Te la sei cercata”.

Per fortuna sono soltanto parole ed è un sollievo sapere che tutto questo finora da noi non è mai accaduto.

 

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