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Proverbi da Censurare: “Chi dice donna dice danno”

Scopri l'origine e il significato di "Chi dice donna dice danno" così puoi contribuire a sconfiggere le cattive convinzioni e le discriminazioni che possono generare alcuni proverbi

Vogliamo iniziare il 2024 con una nuova rubrica: “proverbi da censurare”. L’obiettivo della rubrica è contribuire a combattere ed eliminare quei luoghi comuni del nostro linguaggio, che poi entrano a far parte del nostro modo di pensare, che generano discriminazione. 

Il proverbio, secondo quanto recita la Treccani, è un “breve motto, di larga diffusione e antica tradizione, che esprime, in forma stringata e incisiva, un pensiero o, più spesso, una norma desunti dall’esperienza.”

I proverbi è chiaro hanno un’origine antica e sono parte integrante della nostra cultura. Molti di questi meritano di essere tutelati e protetti.

Ma, è il caso di affermare che molti altri proverbi oggi meriterebbero di essere censurati, perché offensivi e diseducativi, e magari “rigenerati” con proverbi più attuali e più inclusivi.

È inutile girarci attorno le prime vittime dei proverbi sono le donne. I motivi sono chiari e vanno immediatamente espressi. 

Nella società tradizionale a guida maschile le donne che non si adeguavano alle norme e alle consuetudini imposte dagli uomini erano da condannare. 

Non solo, i proverbi diventavano il modello educativo per evangelizzare il dominio dell’uomo. Le regole che entravano nel linguaggio comune attraverso i proverbi, riuscivano ad avere più forza rispetto alle legge imposte dai governanti.

Fin da bambini si assimilavano i proverbi. In tal modo, le “convinzioni” si radicavano e attecchivano come verità, rimanendo tali tutta la vita e anche dopo.

Riteniamo, quindi, che per cambiare i modi di pensare e le false convinzioni la conoscenza e un buon educazione siano fondamentali. Dal canto nostro possiamo aiutare a divulgare conoscenza, all’educazione ci pensino genitori e scuola.

Chi dice donna dice danno, origine e significato

Chi dice donna dice danno è un proverbio antico che fa palese riferimento alle virtù negative della donna. Spesso viene pronunciato in modo scherzoso per far presente come le donne possano combinare pasticci.

Molte volte, però, è utilizzato anche con una accezione più negativa per evidenziare come la donna possa con il suo carattere portare davvero scompiglio e generare danni anche gravi.

Ecco come nascono alcuni proverbi

Chi dice donna dice danno fa riferimento solo ad una parte di un testo integrale antico fatto arrivare pubblicamente a Papa Innocenzo X,  per denunciare la mancata stima dei romani non nei riguardi di tutte le donne, ma di Olimpia Maidalchina cognata del Papa.

Giovanni Battista Pamphili era il nome di Innocenzo X prima di essere letto Papa, il 15 settembre 1644. Il fratello Pamphilio (1564-1639) aveva sposato Olimpia Maidalchini, nota come Donna Olimpia, nel 1612.

Olimpia era già stata sposata in giovane età con Paolo Nini, un facoltoso borghese che la lasciò vedova dopo solo tre anni di matrimonio.

La giovane donna, di natura ambiziosa e avida, ed estremamente volitiva, scelse come secondo marito un romano di famiglia nobile ma impoverita, più vecchio di lei di 27 anni, appunto Pamphilio Pamphili.

Questi la introdusse nella società romana e, soprattutto, la imparentò con suo fratello Giovanni Battista, che prima di diventare Papa era stato un brillante avvocato di curia.

Il rapporto tra Olimpia e Giovanni Battista era al centro delle “dicerie” romane.  Tutta la città parlava e sparlava su  come donna Olimpia apparisse molto più legata al cognato che al marito, di come chiunque volesse arrivare all’ecclesiastico Pamphilj, dovesse passare attraverso la cognata, e di come costassero cari i suoi favori.

Ai romani donna Olimpia non piacque mai

Ai romani Donna Olimpia non piacque mai, tanto da essere soprannominata “la Pimpaccia di Piazza Navona”.

Bersaglio frequente delle frecciate anonime affisse sulla statua del popolare Pasquino (una delle più gustose, di certo, quella che la definiva “Olim Pia, Nunc Impia” ossia “Una volta Pia, ora Empia”).

Le “statue parlanti”, la più importante all’epoca era proprio quella di Pasquino, erano usate dai romani (almeno quelli che sapessero leggere e scrivere) per evidenziare il malumore popolare, mediante critiche e componimenti satirici contro i governanti e la loro l’arroganza, il tutto senza essere incriminati.

Immaginiamoci quindi una statua a cui veniva appesa al collo dei fogli o cartelli contenenti satire in versi (rigorosamente anonime), che colpivano i personaggi pubblici più importanti della città di Roma, primi fra tutti i Pontefici. 

Donna Olimpia essendo molto vicina ad Innocenzo X diventò bersaglio della satira romana. Donna energica, arrogante e, a quanto pare, avidissima, conquistò grandi ricchezze e potere, tanto da essere definita una “papessa”.

Cadde in disgrazia naturalmente dopo la morte di Innocenzo X, avvenuta il 7 gennaio 1655. Olimpia venne esiliata da Roma dal nuovo Papa Alessandro VII e così fu costretta a ritirarsi prima a Orvieto e, infine, nei suoi possedimenti a San Martino al Cimino, nel viterbese.

A San Martino morì (di certo dannata, almeno per i romani che l’accusavano di avere sottratto due forzieri colmi di denaro nascosti sotto il letto del Papa morente).

Donna Olimpia al centro delle dicerie anche dopo morta

Anche dopo la morte, la “Pimpaccia” non smise di perseguitare i romani. C’era infatti la credenza popolare che Olimpia ogni notte a mezzanotte a bordo di un cocchio nero, trainato da cavalli infernali dagli occhi di fiamma, percorreva le strade al galoppo, sprizzando scintille.

Secondo molti testimoni incappati sfortunatamente sul percorso della carrozza, si sarebbero gettati terrorizzati nel Tevere da ponte Sisto, per evitare la spettrale visione.

Per dirla con Pasquino

Chi dice donna, dice danno – chi dice femmina, dice malanno – chi dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina.

Facciamo notare che Donna e danno sono due parole dove l’una è l’anagramma dell’altra. Alcune fonti riportano che nella metà del ‘600 l’anagramma donna-danno venne inciso proprio su Pasquino.

La conoscenza per combattere i pregiudizi

Ecco quindi che se andiamo in profondità il proverbio ha poco a che fare con una condanna a tutto il genere femminile. Era riferito ad una singola donna rea della sua avidità e dell’aver terrorizzato i romani anche da morta. 

Purtroppo, come sempre accade la diffusione tramite il telefono o senza fili, ovvero la trasmissione orale che avveniva nelle culture poco alfabetizzate, trasformò un caso particolare riferito ad una ed una sola persona, all’intero genere femminile. 

Ecco perché la conoscenza può aiutare a combattere i pregiudizi.

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