analisi della lingua italiana

Perché in Italia abbiamo il “vizio di parlare esotico”

Ce lo spiega Massimo Roscia, autore del libro “Il dannato caso del Signor Emme”, una biografia (romanzata) di Paolo Monelli, strenuo difensore della grammatica italiana
Perché in Italia abbiamo il "vizio di parlare esotico"

Ci vorrebbe una mezza dozzina di colonne di giornale per elencare i forestierismi, monosillabici quasi tutti, schioccanti, esplosivi, che se la fanno da prepotenti fra le nostre parole di molte sillabe e di placide vocali. Cominciano ad essere frequenti nei quotidiani i titoli in cui d’italiano non ci sono che gli articoli e le congiunzioni. Eccone alcuni: «Il boom senza il crack», «Le fans del Premier», «Week-end check-up», «Un cineclub offlimits».

È l’incipit di “Il vizio di parlare esotico”, un profetico articolo giornalistico pubblicato sul Corriere della Sera il 28 aprile del 1968. Pezzo firmato da Paolo Monelli. Pochi sanno che Monelli è stato un grande intellettuale del Novecento italiano. Scrittore, giornalista, reporter di viaggio, critico enogastronomico e, non ultimo, strenuo difensore, a tratti duro e intransigente, della lingua italiana.

L’italiano esotico e il difensore della lingua

Purtroppo questo encomiabile personaggio, come tanti altri, è caduto nel dimenticatoio, sepolto dalla polvere, abbandonato all’oblio. A recuperare la memoria Massimo Roscia che, proprio come Monelli, oltre a essere uno scrittore, un giornalista e un gourmet, da anni conduce una battaglia a difesa della lingua italiana e della grammatica. Alla figura di Monelli Roscia dedica il suo nuovo romanzo “Il dannato caso del Signor Emme”, un libro colto, erudito, divertente, originale, surreale, un libro che al suo interno contiene una biografia (romanzata) proprio di Paolo Monelli.

Il dannato caso del Signor Emme

Non solo italiano esotico. Nel libro non mancano, naturalmente, pagine dedicate allo stato di salute dell’italiano. Alcune scritte da Paolo Monelli, altre da Massimo Roscia ed altre ancora scritte da Monelli ma manipolate da Roscia.
Ecco un estratto.

Parole, parole nuove. Arti e mestieri si vergognano dei vecchi nomi: il fornaio vuole essere chiamato «panificatore», i becchini «sepoltuari» e lo spazzino «netturbino», vocabolo che fa pensare a certi angiporti sudici. E il facchino si trasmuta in «portabagagli», ignorando che il portabagagli è anche un oggetto; tanto varrebbe, a questo punto, che si facesse chiamare «carrello».

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