La riflessione di Peppe Vessicchio sul Festival di Sanremo coglie un nervo scoperto della musica contemporanea. In queste parole si avverte non solo una critica, ma anche una nostalgia per un’epoca in cui la canzone era concepita come opera destinata a durare, non come contenuto destinato a consumarsi rapidamente.
«Da festival della canzone è diventato il festival del prodotto. Una conseguenza, questa, dell’obsolescenza rapidissima dei testi: un tempo, un artista sognava di trovare il brano che sarebbe rimasto nel suo repertorio per sempre. Oggi ciò che conta è fare una cosa che funziona subito»
Peppe Vessicchio, ossia la storia del Festival di Sanremo
Il Festival di Sanremo nasce nel 1951 come competizione canora. Per decenni è stato il luogo simbolico della canzone italiana: una vetrina, certo, ma anche un laboratorio di scrittura, di interpretazione, di orchestrazione. Molti brani presentati sul palco dell’Ariston sono entrati stabilmente nel repertorio nazionale, diventando patrimonio collettivo. La canzone non era soltanto un episodio stagionale: era una promessa di permanenza.
Quando Vessicchio parla di “festival del prodotto”, introduce una distinzione decisiva tra “canzone” e “prodotto”. La canzone, nella tradizione, è un oggetto artistico: nasce dall’incontro tra testo, musica e interpretazione; richiede tempo, cura, maturazione. Il prodotto, invece, è un bene pensato per il mercato, calibrato su dinamiche di consumo rapido, su strategie promozionali e su metriche di ascolto immediate.
La trasformazione di Sanremo riflette un mutamento più ampio dell’industria musicale. Nell’era dello streaming, delle playlist e dei social media, il ciclo di vita di un brano si è drasticamente ridotto. Se un tempo una canzone poteva restare in classifica per mesi e consolidarsi attraverso la radio e le esibizioni dal vivo, oggi il successo si misura in click, visualizzazioni, trend virali. La pressione a “funzionare subito” è altissima: un brano deve catturare l’attenzione nei primi secondi, generare condivisioni, entrare rapidamente nelle rotazioni digitali.
L’“obsolescenza rapidissima dei testi” di cui parla Vessicchio non è soltanto una questione di qualità letteraria, ma di contesto culturale. I testi, immersi in un flusso continuo di contenuti, rischiano di essere consumati e dimenticati con la stessa velocità con cui vengono diffusi. L’ascoltatore medio è esposto a una quantità enorme di stimoli musicali: la competizione per l’attenzione è feroce. In questo scenario, la profondità e la durata possono apparire meno strategiche dell’impatto immediato.
Un tempo, osserva il maestro, un artista sognava di trovare il brano che sarebbe rimasto nel suo repertorio per sempre. Questa aspirazione implica una visione della carriera come costruzione progressiva di un patrimonio di opere. La canzone diventava parte dell’identità dell’interprete, un punto di riferimento per il pubblico, un elemento stabile nel tempo. Pensiamo ai grandi classici che ancora oggi vengono cantati, reinterpretati, studiati.
L’obsolescenza della musica
Oggi, invece, l’obiettivo sembra essere diverso: creare un brano che “funzioni subito”. L’efficacia immediata diventa criterio dominante. Non si tratta necessariamente di superficialità: spesso i brani sono frutto di un lavoro professionale accurato. Tuttavia, la logica di fondo è orientata alla performance nel breve periodo. Il successo si misura nella prima settimana, nei numeri delle piattaforme, nell’impatto mediatico durante e subito dopo il Festival.
Il cambiamento investe anche la struttura stessa di Sanremo. Accanto alla gara canora, il Festival è diventato un grande evento mediatico, un contenitore di ospiti internazionali, monologhi, momenti virali. La canzone resta centrale, ma è inserita in un sistema più ampio di comunicazione e promozione. Il palco dell’Ariston è un acceleratore di visibilità: un trampolino per lanciare singoli, tour, collaborazioni, brand.
La parola “prodotto” suggerisce anche una standardizzazione. Nel mercato globale, esistono formule che funzionano: certe strutture armoniche, certi ritornelli, certe tematiche. Il rischio è che l’urgenza di aderire a modelli di successo riduca lo spazio per la sperimentazione. Eppure, proprio la storia della musica dimostra che le innovazioni nascono spesso da scelte controcorrente, da brani che inizialmente spiazzano.
Non si può tuttavia ignorare che ogni epoca ha avuto le sue logiche di mercato. Anche nel passato, Sanremo era legato alle case discografiche, alla radio, alla televisione. La differenza sta nella velocità e nell’intensità del ciclo mediatico. Oggi la permanenza è l’eccezione, non la regola. Pochi brani riescono a superare la prova del tempo; molti si esauriscono nella stagione in cui sono stati lanciati.
La riflessione di Vessicchio invita quindi a interrogarsi sul rapporto tra arte e industria. È possibile coniugare immediatezza e durata? Si può creare un brano che funzioni subito e che al tempo stesso resista negli anni? La storia recente dimostra che non è impossibile, ma richiede un equilibrio delicato tra autenticità e consapevolezza del contesto.
Forse la chiave sta nel recuperare l’idea della canzone come narrazione, come racconto che intercetta esperienze condivise. I brani che restano sono quelli che riescono a parlare a generazioni diverse, che superano il momento contingente. Non necessariamente devono essere complessi o “alti” in senso letterario; devono però possedere una verità emotiva che li renda riconoscibili nel tempo.
Il Festival di Sanremo, nella sua lunga storia, ha saputo adattarsi ai cambiamenti sociali e tecnologici. È sopravvissuto a crisi, trasformazioni, polemiche. La sfida attuale è forse quella di non perdere del tutto la dimensione della canzone come opera, come gesto artistico destinato a durare oltre la settimana dell’evento.
Le parole di Peppe Vessicchio non sono un semplice rimpianto del passato, ma un invito a riflettere sulla direzione della musica contemporanea. Se tutto deve funzionare subito, rischiamo di sacrificare la profondità sull’altare dell’immediatezza. Ma se riusciamo a coniugare efficacia e sostanza, allora il “prodotto” può tornare a essere, prima di tutto, una canzone capace di restare.
