Paolo D’Achille: “I corsi universitari in lingua inglese rischiano di far scomparire l’italiano”

4 Aprile 2026

L’italiano rischia l’estinzione? Ne abbiamo parlato con il Presidente della Crusca Paolo D’Achille, il quale lancia l’allarme su università in inglese, abusi dell’IA e pigrizia linguistica.

Paolo D'Achille I corsi universitari in lingua inglese rischiano di far scomparire l'italiano

L’italiano è una lingua viva o un cimelio da conservare solo nei versi dei classici? Mentre il mondo continua a studiarlo per il fascino del melodramma e della bellezza, tra le mura delle nostre università e nei corridoi della politica assistiamo a un paradosso: una progressiva rinuncia a favore di un inglese spesso “di plastica” o di pseudo-anglicismi che mascherano una pigrizia intellettuale.

Attraverso un’attenta e lucida analisi, nei giorni scorsi il Presidente dell’Accademia della Crusca Paolo D’Achille ha lanciato un monito: senza una difesa consapevole, la lingua italiana rischia di diventare un idioma di serie B. Per questo, abbiamo incontrato il Presidente D’Achille per riflettere sul futuro del nostro idioma.

Italiano a rischio estinzione: intervista a Paolo D’Achille, Presidente dell’Accademia della Crusca

Dal rischio di una “destandardizzazione” della lingua causata dalla predominanza dell’inglese nei corsi universitari, all’impatto dell’intelligenza artificiale sulla nostra scrittura, fino al ruolo cruciale che editori e librai ricoprono nel presidio della biodiversità linguistica. In questa intervista esclusiva per Libreriamo, D’Achille ci guida in un’analisi lucida e priva di nostalgie sterili, ricordandoci che l’italiano non è solo uno strumento di comunicazione, ma un patrimonio immateriale che ci siamo conquistati e che oggi, più che mai, abbiamo il dovere di abitare con consapevolezza.

Presidente, lei ha parlato di un futuro in cui l’italiano potrebbe diventare una lingua “morta” o puramente dialettale. Qual è il “punto di non ritorno” oltre il quale la mutazione diventa estinzione?

Il punto di non ritorno è quando i corsi universitari, almeno di determinati ambiti, diventeranno tutti in inglese, o almeno la maggioranza. Oggi assistiamo a una crescita continua di corsi completamente in inglese, nonostante la sentenza della Corte Costituzionale. Ciò avviene non solo nelle lauree magistrali, ma anche nelle lauree triennali dove la legge prevede, mi pare sulla carta, il pieno predominio dell’italiano.

Se i corsi sono interamente in inglese, come la verifichi la padronanza dell’italiano? Se viene a mancare la padronanza dell’italiano rischiamo di entrare in una fase di destandardizzazione, di assenza di un quadro di riferimento per quello che riguarda la cosiddetta scrittura accademica, ovvero la scrittura professionale nel mondo.

Sempre più corsi universitari sono erogati esclusivamente in inglese. Non stiamo forse dicendo implicitamente ai nostri giovani che l’italiano non serve per l’alta formazione?

Certo, stiamo invogliando le nuove generazioni ad andare all’estero. Stiamo dicendo ai nostri giovani: “Andate ad avere un’aria internazionale e cercate spazio altrove, perché qua con la ricerca tanto non la possiamo fare e comunque non la possiamo fare in italiano”. E soprattutto stiamo riducendo le loro possibilità di utilizzare l’italiano, perché sono sicuro che anche la tesi magistrale andrà scritta e verrà discussa in inglese.

Se si trattasse di corsi esclusivamente internazionali, una parte dell’inglese sarebbe indispensabile. E’ ovvio che se in un corso di laurea magistrale c’è un docente, un visiting professor, che tiene lezioni in inglese, gli studenti devono essere in grado di seguirle e di fare domande in lingua straniera, quindi questo è assolutamente indubbio. Però se l’italiano non c’è proprio più o non c’è quasi più, come la mettiamo? Questo è il nodo principale.

Spesso usiamo termini inglesi per concetti che hanno perfetti corrispondenti italiani (smart working, green, competence). È pigrizia intellettuale o l’italiano sta davvero perdendo la sua capacità di generare nuovi termini tecnici?”

Tutte e due le cose: prima di tutto alcuni di questi termini, tipo “smart working2, non esistono neppure in inglese, quindi sono pseudo-anglicismi che inventiamo noi. Perché li inventiamo? Perché comunque l’inglese rimane il nostro punto di riferimento. Attingiamo a molti di questi termini nei contesti amministrativi o politici: anche “Jobs Act” ce lo siamo inventato noi, no? Perché abbiamo usare questo termine inglese? Perché quello è il punto di riferimento, il modello a cui ci ispiriamo, e ci sembra opportuno pensare in inglese.

Ciò dimostra una scarsa capacità di inventare le cose in italiano. Se ci si fa caso, le uniche invenzioni italiane della politica sono i vari sistemi elettorali in latino: Mattarellum, Porcellum e così via. Adesso abbiamo una parola della politica nuova: “amichettismo”, forse di origine italiana. In pratica ricorriamo alla lingua italiana per cose negative, non per definire possibili modelli da seguire. Nel mondo dell’istruzione la situazione è ancora peggiore, nel campo aziendale idem.

Se la lingua si impoverisce, si impoverisce anche la nostra capacità di immaginare. Quale ruolo possono avere i librai e gli editori nel ‘presidio’ della biodiversità linguistica?

Fondamentale. La cultura scritta è sempre stata un po’ il “tallone d’Achille” del mondo italiano, perché la lettura non è molto praticata se non in ambienti ristretti, selezionati, di lettori affezionati. Ci sono case in cui non c’è neanche un libro, o pochissimi libri, e questo non ce lo dobbiamo dimenticare.

Se gli operatori di cultura adoperassero un pochino meno le parole inglesi, potrebbero lanciare effettivamente dei modelli grazie ai quali l’italiano potrebbe riprendere vigore. Per questo le case editrici hanno una loro rilevanza nell’aiutare gli autori, chi scrive, chi lavora nella pubblicità a ricorrere più spesso all’italiano.

Però non possiamo pensare a un dirigismo linguistico: quando io parlo dei rischi legati alla lingua italiana, penso soprattutto agli organi istituzionali: lì è possibile intervenire per quello che riguarda l’insegnamento universitario e l’insegnamento delle scuole superiori. Naturalmente la situazione può migliorare anche se si investisse un po’ di più nel promuovere l’italiano all’estero, incentivando lo studio della lingua italiana all’estero.

Leggere i classici aiuta a mantenere vivo il lessico, ma molti giovani li percepiscono come distanti. Come possiamo rendere più accattivante la ricchezza della nostra lingua per le generazioni Z e Alpha?

La lingua dei classici è certamente distante: è evidente che l’italiano parlato sia diverso da quello presente nei libri di letteratura classica. Ma questi libri vanno conosciuti, soprattutto da parte di chi vuole fare lo scrittore, il critico letterario, l’insegnante di italiano. Non è pensabile che noi di Leopardi conosciamo il pessimismo leopardiano e poi non abbiamo mai letto il verso “un mazzolin di rose e di viole, Onde, siccome suole” e non sappiamo cosa significhino quel “onde” e quel “suole”.

E’ chiaro che i grandi classici non possono essere più i modelli a cui ispirarsi, ma è possibile prendere come riferimento quegli autori contemporanei che hanno uno stile moderno ma nello stesso tempo non sciatto. Quindi,  possiamo trovare fonti di ispirazione da questi buoni scrittori che ci sono stati e continuano ad esserci.

Le IA come Gemini o ChatGPT scrivono in un italiano grammaticalmente corretto ma spesso standardizzato e ‘piatto’. Rischiamo di trovarci di fronte a un italiano “algoritmico” privo di sfumature regionali e stilistiche?

Certo. L’intelligenza artificiale non dovrebbe servire per scrivere testi completi: oggi assistiamo all’uso abusivo dell’intelligenza artificiale per realizzare testi come tesine, tesi e così via, ma un docente esperto se ne dovrebbe accorgere subito, perché anche l’intelligenza artificiale dove non arriva inventa.

Qualche collega dice “Vabbè, meno male che è arrivata, almeno non leggiamo più gli sbagli e gli svarioni di italiano che leggevamo prima”, però questa è una battuta. I testi generati con la IA possono servire come una intelaiatura di base, ma poi i testi vanno rivisti, personalizzati e quindi rielaborati. Non dobbiamo dimenticare che comunque la lingua di riferimento dell’intelligenza artificiale è l’inglese, quindi è chiaro che si tratta sempre di adattamenti dell’italiano di un metalinguaggio che è comunque anglicizzato.

La brevità dei social ha ucciso la subordinata? O è solo un’evoluzione naturale verso una lingua più pragmatica?

La subordinata, a cui io peraltro sono molto legato, consente di dare una prospettiva a ciò che si dice, definendo cosa è importante o meno importante in un discorso, le premesse, le conseguenze. Ciò vale per i discorsi, non per la messaggistica rapida o per i social, dove assistiamo a una prevalenza di frasi nominali. La semplificazione delle strutture dell’italiano non è un male.

Se la sintassi viene un po’ alleggerita può essere solo un vantaggio per la lingua italiana. Però se tutto è messo sullo stesso piano, sulla prospettiva di coordinazione, si perdono anche i nessi logici, si perde anche quel concetto di storicità che caratterizza un racconto ed è tipico dell’italiano, della letteratura italiana ed europea in generale.

Mentre noi temiamo per la sua salute, l’italiano resta una delle lingue più studiate al mondo per la sua bellezza. C’è un paradosso tra come ci vediamo noi e come ci vede il resto del pianeta?

Resterei un pochino più cauto nell’ottimismo di come ci vede il resto del mondo: negli anni molte cattedre di italiano sono state chiuse in vari paesi europei. E’ vero che la lingua italiana ha ancora il suo fascino all’estero, che viene studiata, ma rimane comunque una lingua di nicchia con un discreto interesse.

L’italiano rimane comunque la lingua del melodramma, della musica, dell’opera, che rappresenta certamente ancora un volano per il nostro idioma, tant’è vero che ormai le opere si eseguono comunque, ovunque, nella lingua originale. Per questo, in quasi tutti i conservatori si studia l’italiano in modo che il cantante non si limiti a pronunciare le parole nella nostra lingua, ma capisca quello che dice. E questo è certamente un vantaggio.

Il vero paradosso consiste nel fatto che gli unici conservatori in cui non viene studiata la lingua italiana sono proprio i nostri. Rischiamo che capisca meglio la lingua della Traviata un soprano lettone che ha studiato l’italiano rispetto ad un soprano italiano che di fronte all'”egre soglie” potrebbe anche non capire bene di che cosa si tratti.

Chiuderei l’intervista con un ultimo suo invito a tutelare la nostra lingua italiana. Cosa possiamo fare in tal senso nel nostro quotidiano?

Invito a intendere la lingua italiana come un patrimonio immateriale: quando utilizziamo una parola nel nostro idioma, dobbiamo renderci conto che, rispetto ad altri, abbiamo l’onore di avere una lingua che ci siamo conquistati, ottenuta non per imposizione, ma attraverso una libera scelta. Se tutti i vari Stati hanno rinunciato a promuovere i loro dialetti e hanno scelto l’italiano come lingua di riferimento, una lingua  che ha le basi fiorentine ma che si è arricchita un po’ da tutta Italia, significa che dobbiamo riconoscendone il valore e quindi proteggerla utilizzandola quotidianamente in modo corretto.

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