Lingua italiana: perché chi va in pensione viene detto “emerito”?

13 Gennaio 2026

Scopriamo perché la parola della lingua italiana "emerito" viene utilizzata con chi va in pensione e magari conserva alcune mansioni lavorative.

Lingua italiana: perché chi va in pensione viene detto "emerito"?

La parola “emerito” è uno di quei termini della lingua italiana che ha compiuto un viaggio semantico affascinante attraverso i secoli, partendo da un significato tecnico e militare nell’antica Roma per arrivare a usi che spaziano dall’onorifico all’ironico nel linguaggio contemporaneo. Analizzare l’evoluzione di questa parola significa ripercorrere non solo una storia linguistica, ma anche culturale e sociale, che ci dice molto sui valori delle diverse epoche.

Dall’origine latina alla lingua italiana: i milites emeriti

Il termine “emerito” deriva dal latino “emeritus”, participio passato del verbo “emereri” (o “emerere”), composto da “e-” (rafforzativo o indicante completamento) e “mereri” (meritare, guadagnare, servire). Il significato originario era quindi “chi ha completamente meritato”, “chi ha pienamente servito”, con riferimento specifico al servizio militare.

Nell’antica Roma, i “milites emeriti” erano i soldati veterani che, dopo aver completato il periodo di ferma obbligatoria (generalmente venti o venticinque anni di servizio nelle legioni), venivano congedati con onore. Questi veterani ricevevano una serie di privilegi e ricompense: terre da coltivare (spesso nelle colonie fondate appositamente per loro), esenzioni fiscali, cittadinanza romana per sé e per i discendenti, e soprattutto il riconoscimento sociale del loro servizio.

Il termine sottolineava quindi due aspetti fondamentali: da un lato il completamento onorevole del dovere militare, dall’altro il merito acquisito attraverso anni di fedele servizio all’impero. Non erano semplici ex-soldati, ma veterani rispettati che avevano “guadagnato” il loro riposo attraverso il servizio reso.

La taverna “emeritoria”: cultura popolare romana

Un dettaglio particolarmente affascinante nella storia della parola ci viene dalle “Cronache di imperatori e pontefici”, testo medievale che riferisce di una celebre taverna nel quartiere romano di Trastevere chiamata “emeritoria”. Il nome derivava dal fatto che i soldati emeriti vi spendevano i soldi guadagnati durante il servizio militare.

Questo aneddoto, al di là della sua veridicità storica, testimonia come il termine “emerito” fosse entrato profondamente nella cultura popolare romana, diventando parte integrante del tessuto sociale e linguistico della città. La taverna emeritoria non era solo un luogo di consumo, ma uno spazio sociale dove i veterani potevano ritrovarsi, condividere esperienze, mantenere i legami forgiati durante il servizio.

L’evoluzione nel Rinascimento: dall’uso militare a quello generico

Durante il Rinascimento italiano, il termine mantiene ancora fortemente il suo riferimento militare, come testimoniano i testi di Machiavelli, Gelli e altri autori dell’epoca. Machiavelli, nel suo “Dell’arte della guerra” e in altri scritti politici, parla dei soldati emeriti nel contesto della sua riflessione sulla milizia cittadina.

Particolarmente interessante è il passo machiavelliano citato, in cui suggerisce di far servire i giovani dai diciassette ai trent’anni e poi renderli emeriti, “perché, passato quel tempo, li uomini mancono di essere docili, e non vogliono ubbidire”. Qui “emeriti” significa semplicemente “congedati”, mantenendo il riferimento militare ma estendendolo a un uso più generale.

Vincenzo Borghini, erudito e storico del Cinquecento, fornisce una definizione chiara: i soldati emeriti erano quelli che, finita una determinata guerra o campagna, venivano liberati e sciolti dall’obbligo militare per il futuro. Anche qui permane il senso di onore e merito: non si tratta di disertori o di soldati cacciati, ma di chi ha completato onoratamente il proprio dovere.

Il passaggio all’ambito accademico: il professore emerito

È probabilmente tra il Settecento e l’Ottocento che “emerito” compie la sua transizione più significativa, passando dall’ambito militare a quello accademico e ecclesiastico. Il “professore emerito” diventa il corrispettivo civile del soldato emerito: un docente universitario che, raggiunta l’età della pensione, viene congedato dal servizio attivo ma mantiene il titolo, il prestigio e gli onori della carica.

Come testimoniano i passi di Foscolo e Di Breme citati, già nel primo Ottocento questa accezione era consolidata. Il professore emerito non riceve stipendio e non ha obblighi didattici, ma conserva il diritto di usare il titolo e spesso di partecipare alla vita accademica in forme consultive o onorarie.

Questa evoluzione semantica è significativa: dal servizio fisico e rischioso del soldato si passa al servizio intellettuale del docente, ma il principio rimane lo stesso: riconoscere e onorare chi ha servito fedelmente un’istituzione per molti anni. L’emeritato diventa così un’istituzione che attraversa ambiti diversi, mantenendo sempre il senso di merito, completezza del servizio e onore.

Da egregio a canzonatorio

Ma è forse l’evoluzione verso l’uso ironico e sarcastico la trasformazione semantica più curiosa di “emerito”. Già nell’Ottocento, come testimonia Giuseppe Giusti nel passo citato (“Girella emerito / di molto merito”), il termine inizia ad essere usato con intenzione scherzosa o ironica.

Questa tendenza si accentua nel Novecento. Guerrazzi parla di “baro emerito”, Nievo di “briganti emeriti”, Pirandello di “ladro emerito”, Cecchi di “ghiottone emerito”, Gadda di “fornitore emerito”. In tutti questi casi, “emerito” non indica più onore e merito, ma viene usato ironicamente per sottolineare l’eccellenza negativa in qualche vizio o difetto: il perfetto imbroglione, il ladro consumato, il brigante esperto.

Questa trasformazione semantica è affascinante: la parola mantiene il senso di “eccellenza”, “compimento”, “maestria”, ma lo applica a qualità negative. È una forma di litote ironica: chiamare “emerito” un mascalzone è un modo di dire che è un mascalzone di prima categoria, un esperto nel suo campo (per quanto disonorevole).

Come funziona questo uso ironico? Si basa su un meccanismo retorico ben noto: applicare un linguaggio elevato, onorifico, rispettoso a realtà basse, disonorevoli o ridicole. L’effetto è comico proprio per il contrasto tra la nobiltà del termine e l’ignobilità di ciò che descrive.

Dire “emerito imbecille” è più efficace di dire semplicemente “grande imbecille” perché “emerito” porta con sé tutto il peso della sua storia nobile (i veterani romani, i professori rispettabili) e applicarlo a un imbecille crea un cortocircuito semantico divertente. È come se si stesse conferendo una laurea honoris causa all’idiozia.

Questo uso ironico è particolarmente frequente in italiano proprio perché la lingua possiede un ricco vocabolario formale e onorifico che si presta bene a questo tipo di giochi retorici. Termini come “egregio”, “esimio”, “illustre”, “emerito” possono tutti subire questa inversione ironica.

L’uso contemporaneo: tra rispetto e sarcasmo

Oggi “emerito” mantiene questa duplicità semantica. Nell’uso formale e accademico, “professore emerito” resta un titolo prestigioso e rispettato, simbolo di una lunga e onorata carriera nell’insegnamento e nella ricerca. Le università di tutto il mondo conferiscono lo status di emerito ai loro docenti più distinti al momento del pensionamento.

Ma nel linguaggio colloquiale e giornalistico, l’uso ironico è probabilmente più frequente. Frasi come “emerito cretino”, “emerito bugiardo”, “emerito imbroglione” sono comuni nel linguaggio informale, nelle recensioni critiche, nel dibattito politico quando si vuole sottolineare con enfasi negativa le qualità (o meglio, i difetti) di qualcuno.

Interessante notare come questa duplicità non crei ambiguità: il contesto chiarisce sempre immediatamente se “emerito” è usato nel senso letterale e rispettoso o in quello ironico e sarcastico. Nessuno confonderebbe un “professore emerito di fisica” con un “emerito cretino”.

La storia di “emerito” ci insegna qualcosa di importante sulla lingua: le parole non sono contenitori statici di significato, ma entità vive che evolvono, si trasformano, accumulano strati di senso. Una singola parola può contenere secoli di storia: i veterani delle legioni romane, i professori ottocenteschi, l’ironia novecentesca.

Questa stratificazione semantica arricchisce la lingua, offrendoci strumenti espressivi più sfumati e complessi. Usare “emerito” invece di “grande” o “eccellente” non è solo una scelta stilistica, ma porta con sé tutta una storia culturale, un’eco di usi passati che conferisce profondità al discorso.

Da termine tecnico-militare romano a titolo accademico onorifico, da aggettivo di rispetto a strumento di ironia tagliente: “emerito” ha attraversato duemila anni di storia mantenendo sempre, in fondo, un nucleo semantico riconoscibile (l’idea di completezza, di eccellenza in un campo), ma modulandolo in modi diversissimi a seconda del contesto storico e sociale.

Questa capacità della lingua di conservare e insieme trasformare, di mantenere la memoria etimologica pur innovando i significati, è una delle caratteristiche più affascinanti del linguaggio umano. E “emerito”, con la sua storia ricca e complessa, ne è un esempio perfetto: una parola antica che continua a vivere e lavorare nella lingua contemporanea, servendo – potremmo dire – come un veterano che non ha mai davvero smesso di servire.

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