Lingua italiana: si scrive “sta sera” o “stasera”?
Scopriamo qual è la forma corretta, se quella separa “sta sera” o quella univerbata “stasera”, secondo le norme della lingua italiana.

Uno dei dubbi ortografici più frequenti nella lingua italiana riguarda la forma corretta tra “sta sera”, “stasera” e la variante erronea “stassera”. La risposta normativa è chiara: si scrive stasera, in un’unica parola e con una sola s. Tuttavia, il fatto che l’errore sia così diffuso rivela un intreccio interessante di fenomeni fonetici, morfologici e storici che meritano di essere approfonditi.
Lingua italiana e univerbazione
Cominciamo dal dato fondamentale rifacendoci all’articolo dell’Accademia della Crusca: stasera è un composto formato da sta + sera. Ma questo sta non è il verbo stare (terza persona singolare dell’indicativo o seconda persona dell’imperativo), bensì un residuo aferetico dell’aggettivo dimostrativo (que)sta. In altre parole, stasera significa letteralmente “questa sera”, ma nella lingua d’uso l’elemento dimostrativo si è ridotto alla sola sillaba iniziale sta- e si è saldato graficamente alla parola seguente.
Lo stesso meccanismo si ritrova in parole come stamattina (“questa mattina”) e stavolta (“questa volta”). In tutti questi casi, l’elemento iniziale è atono o debolmente tonico e non ha la forza accentuale del verbo sta. È proprio qui che nasce il fraintendimento.
Il monosillabo tonico sta (verbo) provoca in italiano standard un fenomeno noto come raddoppiamento fonosintattico. Si tratta dell’intensificazione della consonante iniziale della parola che segue. Per esempio: “sta bene” si pronuncia con una b rafforzata; “sta fermo” con una f più intensa. In alcuni casi, questo raddoppiamento si riflette anche nella grafia quando si verifica un’univerbazione: si pensi a “stammi a sentire” o alla forma dantesca “stavvi Minos orribilmente e ringhia”.
Per analogia, molti parlanti tendono a interpretare stasera come se fosse formato dal verbo sta + sera. Da qui la tentazione di rafforzare la s iniziale di sera, producendo la grafia errata stassera. Ma in realtà il sta- di stasera non è tonico e non attiva il raddoppiamento fonosintattico. La s resta quindi scempia, cioè semplice.
Il dubbio è dunque il risultato di un’analogia ingannevole. L’italiano, infatti, è una lingua in cui la forma grafica non sempre rende evidente l’origine morfologica delle parole. Nel caso di stasera, l’univerbazione ha cancellato la percezione immediata della struttura “questa sera”, favorendo una reinterpretazione basata sull’omografia con il verbo sta.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda la fonetica regionale. Nell’italiano settentrionale, la s intervocalica tende generalmente a sonorizzarsi (come in casa, pronunciato con z sonora). Tuttavia, in stasera, la s di sera rimane sorda, perché è ancora percepita come iniziale di parola, sia pure all’interno di un composto. Questa percezione fonologica contribuisce a mantenere la pronuncia corretta, ma può anche generare incertezze grafiche.
Nel GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana) è attestata la grafia stassera in Carlo Goldoni, autore veneziano del Settecento. Questo fatto può sorprendere, poiché i parlanti settentrionali sono generalmente meno inclini al raddoppiamento fonosintattico rispetto ai centromeridionali. La spiegazione sta nel sistema grafico e fonetico del tempo. In alcune tradizioni settentrionali, la s sorda intervocalica — eccezionale rispetto alla norma locale — veniva rappresentata con la doppia ss, anche per suggerire una pronuncia più intensa. In veneto, per esempio, si scriveva cossa per cosa.
Dunque, la grafia stassera in Goldoni non va interpretata come una forma normativa alternativa, ma come una resa grafica legata a un sistema fonetico regionale. Oggi, però, la norma dell’italiano standard è univoca: la forma corretta è stasera.
L’errore contemporaneo non deriva tanto da una tradizione dialettale, quanto dalla pressione analogica esercitata dal verbo sta. Poiché sta è una parola molto frequente e fortemente tonica, il parlante tende inconsciamente a trasferirne le proprietà fonetiche alla forma composta. È un esempio di come l’analogia giochi un ruolo decisivo nell’evoluzione linguistica, ma anche nella produzione di errori.
Un parallelo interessante si può fare con altre parole univerbate. Pensiamo a soprattutto, che molti bambini del nord Italia scrivono con una sola t centrale (sopratutto), proprio perché nella loro pronuncia manca il raddoppiamento fonosintattico. In quel caso, l’errore nasce dall’assenza di un fenomeno fonetico; in stassera, invece, dall’eccesso di analogia con un monosillabo tonico.
La storia della lingua italiana mostra come l’univerbazione sia un processo frequente: espressioni originariamente composte da due parole si fondono in una sola unità grafica e semantica. Nel tempo, però, questa fusione può oscurare l’origine delle parole, generando dubbi interpretativi. Stasera è un caso emblematico: la sua forma compatta nasconde la parentela con “questa sera”.
Come evitare l’errore
Dal punto di vista normativo, la regola è semplice: si scrive stasera, con una sola s e senza separazione. La grafia sta sera è scorretta nell’italiano standard contemporaneo, salvo casi particolari in cui sta sia effettivamente il verbo (per esempio: “sta sera qui”). La forma stassera è anch’essa errata nella norma attuale, anche se storicamente attestata in contesti letterari.
In conclusione, il dubbio tra sta sera, stasera e stassera è un esempio illuminante di come ortografia, fonetica e morfologia interagiscano nella lingua italiana. Dietro una semplice parola di uso quotidiano si nasconde una rete complessa di fenomeni storici e fonetici. Conoscere l’origine e la struttura di stasera non significa solo evitare un errore, ma anche comprendere meglio i meccanismi che regolano la nostra lingua. E forse, proprio grazie a questa consapevolezza, la prossima volta che scriveremo stasera lo faremo con maggiore sicurezza — e con un pizzico di curiosità in più per la storia che ogni parola porta con sé.