Lingua italiana: sai chi è il “crumiro”? Scopriamolo insieme

19 Gennaio 2026

Vediamo insieme qual è l'origine e qual è il significato della parola della lingua italiana "crumiro", e in quali contesti viene adoperato.

Lingua italiana: sai chi è un "crumiro"? Scopriamolo insieme

Poche parole della lingua italiana hanno un’origine tanto singolare e una storia tanto ricca di stratificazioni culturali, politiche e persino gastronomiche quanto “crumiro”. Questo termine, che oggi sopravvive principalmente come epiteto nel linguaggio sindacale e come nome di un biscotto piemontese, racchiude in sé un percorso affascinante che dalla Tunisia coloniale dell’Ottocento attraversa le lotte operaie italiane per approdare infine alla pasticceria tradizionale. Analizzare l’origine, il significato e le trasformazioni di “crumiro” significa ripercorrere un capitolo importante della storia sociale italiana e comprendere come le parole possano viaggiare attraverso continenti, contesti e significati, mantenendo sempre tracce del loro passato.

L’origine: dai Khrumīr della Tunisia alla lingua italiana

L’etimologia di “crumiro” ci porta lontano, alle coste nordafricane della Tunisia occidentale. Il termine deriva dal francese “kroumir”, a sua volta derivato dall’arabo dialettale “Khrumīr” (in arabo classico “Khumair”), che era il nome di una popolazione berbera che abitava la Crumìria, regione montuosa al confine tra Tunisia e Algeria.

Nella seconda metà dell’Ottocento, i Khrumīr erano noti – nella propaganda coloniale francese – per le loro incursioni e atti di banditismo oltre confine, in territorio algerino già controllato dalla Francia. Queste “scorrerie” divennero il pretesto che la Francia utilizzò nel 1881 per invadere la Tunisia e imporre il protettorato al bey di Tunisi, trasformando di fatto il paese in una colonia francese.

La popolazione dei Khrumīr venne quindi dipinta dalla stampa francese e europea come selvaggia, inaffidabile, dedita al brigantaggio. È questo stereotipo negativo – amplificato dalla propaganda colonialista – che attraverserà il Mediterraneo per arrivare in Italia con un significato completamente nuovo.

Come avvenne questa straordinaria trasformazione semantica? Come passò “crumiro” dal designare una popolazione nordafricana al diventare epiteto per i lavoratori che non scioperano?

Il passaggio avvenne negli anni Ottanta dell’Ottocento, nel pieno delle lotte operaie che caratterizzarono l’industrializzazione italiana. Il contesto è quello dell’Italia post-unitaria, dove nascevano le prime organizzazioni sindacali e i primi scioperi di massa nell’industria manifatturiera e nei settori dei trasporti.

La mediazione fu il francese: in Francia, già negli anni precedenti, “kroumir” aveva iniziato ad essere usato come termine spregiativo per indicare i lavoratori che tradivano lo sciopero. Il meccanismo metaforico era quello dell’associazione con l’inaffidabilità, il tradimento, l’agire contro gli interessi del gruppo. Come i Khrumīr “tradivano” con le loro incursioni gli accordi di confine, così i lavoratori che non scioperavano “tradivano” la solidarietà di classe.

Dall’uso francese, il termine passò rapidamente in Italia, dove si radicò profondamente nel linguaggio delle lotte operaie. Come nota Riccardo Bacchelli nel passo citato dai dizionari, fu “l’estro bizzarro popolare” a creare questo neologismo, dimostrando la capacità della lingua spontanea di creare metafore potenti attingendo all’attualità politica internazionale.

Il significato nel linguaggio sindacale

Nel contesto delle lotte operaie italiane, “crumiro” divenne rapidamente uno degli epiteti più duri e sprezzanti. Indicava il lavoratore che, durante uno sciopero, o rifiutava di aderirvi rimanendo al lavoro, oppure accettava di sostituire gli scioperanti, permettendo così al padrone di continuare la produzione e minando l’efficacia dell’azione sindacale.

Il crumiro era considerato un traditore della causa operaia, qualcuno che per interesse personale (mantenere il salario, ingraziarsi il padrone, ottenere favori) sacrificava la solidarietà di classe e indeboliva la capacità contrattuale dei lavoratori. In un’epoca in cui lo sciopero era spesso l’unica arma a disposizione dei lavoratori per migliorare le proprie condizioni, il crumiraggio era visto come un crimine contro la comunità operaia.

L’epiteto aveva (e mantiene) una forte carica emotiva negativa. Chiamare qualcuno “crumiro” significava accusarlo di viltà morale, di egoismo, di tradimento. Non era una semplice descrizione neutrale di un comportamento, ma un giudizio morale pesante.

L’evoluzione del termine nel Novecento

Nel corso del Novecento, “crumiro” ha mantenuto il suo significato principale nel linguaggio sindacale, ma ha anche sviluppato usi estensivi e figurati. Come nota il dizionario, il termine viene usato “in senso estens. e fig., per lo più scherz.” per indicare chiunque non faccia fronte comune con un gruppo, chiunque si tiri indietro da un’azione collettiva.

In questo uso allargato, il termine perde parte della sua carica politica specifica per diventare un modo bonario (anche se non privo di critica) di indicare chi non partecipa a un’iniziativa comune: “Usciamo tutti insieme stasera, non fare il crumiro!”

Questa estensione semantica testimonia come le parole nate in contesti molto specifici (in questo caso le lotte operaie) possano gradualmente diffondersi nell’uso generale, perdendo parte della loro specificità ma mantenendo il nucleo semantico di base (il non aderire a un’azione collettiva).

Il crumiro gastronomico: i biscotti piemontesi

Ma la storia di “crumiro” presenta una svolta sorprendente e apparentemente inspiegabile: il termine designa anche un tipo di biscotto tradizionale piemontese, tipico di Moncalvo e Casale Monferrato. Si tratta di piccoli biscotti a forma di mezzaluna, fatti con farina, rossi d’uovo (tuorli) e zucchero, dalla consistenza friabile e dal sapore delicato.

Come è possibile che lo stesso termine indichi sia un traditore della causa operaia sia un dolce della tradizione pasticcera? L’origine di questa denominazione gastronomica è dibattuta e non del tutto chiara.

Una teoria suggerisce che la forma a mezzaluna dei biscotti potrebbe richiamare quella del turbante o del copricapo tradizionale delle popolazioni nordafricane, creando così un’associazione visiva con i Khrumīr originari. È una spiegazione plausibile ma non documentata con certezza.

Un’altra ipotesi, forse più intrigante, lega il nome alla consistenza del biscotto: friabile, che si “sbriciola” facilmente. In alcuni dialetti piemontesi, “crumiro” potrebbe derivare da “croumè” (sbriciolare), creando un’etimologia popolare indipendente da quella sindacale. Tuttavia, anche questa spiegazione è controversa.

Una terza possibilità è che il nome dei biscotti sia un’ironica appropriazione del termine negativo: chiamare “crumiri” dei biscotti gentili e apprezzati sarebbe un modo di rovesciare scherzosamente il significato originario, secondo quel meccanismo linguistico per cui termini negativi vengono riappropriati con valore positivo o neutro.

Quale che sia l’origine esatta, i biscotti crumiri sono diventati una specialità riconosciuta della pasticceria piemontese, con una tradizione produttiva che risale almeno al primo Novecento.

L’uso contemporaneo

Oggi “crumiro” nel suo significato sindacale è un termine ancora vivo ma meno frequente rispetto al passato. Le trasformazioni del mondo del lavoro, il declino delle grandi fabbriche, il cambiamento delle forme di lotta sindacale hanno ridotto le occasioni d’uso del termine nel suo contesto originario.

Sopravvive principalmente in contesti storici (quando si parla delle lotte operaie del passato), in ambito sindacale specialistico, e occasionalmente nella stampa quando si verificano episodi di crumiraggio durante scioperi. Ha mantenuto la sua connotazione fortemente negativa: nessun lavoratore vorrebbe essere definito crumiro.

L’uso estensivo e scherzoso (“non fare il crumiro”) è probabilmente più frequente dell’uso letterale, segno che il termine sta gradualmente perdendo la sua specificità politico-sindacale per diventare un modo colloquiale di criticare chi non partecipa a iniziative collettive.

La storia di “crumiro” è esemplare di come le parole siano organismi vivi che viaggiano attraverso lingue, culture e contesti, trasformandosi e adattandosi. Da nome geografico-etnico (i Khrumīr della Tunisia) a epiteto politico-sindacale (il lavoratore che non sciopera) a denominazione gastronomica (il biscotto piemontese): poche parole possono vantare un percorso tanto vario.

Questo percorso ci dice anche qualcosa sulla storia italiana: il colonialismo europeo in Africa, l’industrializzazione e le lotte operaie, le tradizioni gastronomiche regionali. Una sola parola contiene frammenti di tutte queste storie, stratificazioni di significato che si sono depositate nel corso di oltre un secolo.

Crumiro” è molto più di un termine tecnico del linguaggio sindacale o del nome di un biscotto. È un documento storico linguistico che testimonia contatti culturali, trasformazioni sociali, creatività linguistica popolare. Dalla Tunisia coloniale alle fabbriche italiane, dalle barricate operaie alle pasticcerie piemontesi, questa parola ha viaggiato e si è trasformata, mantenendo però sempre tracce del suo percorso.

Conoscere l’origine e la storia di “crumiro” significa comprendere meglio non solo la lingua italiana, ma anche la storia sociale del nostro paese, i meccanismi del prestito linguistico, la capacità delle parole di attraversare confini e contesti portando con sé memorie e significati stratificati. È un piccolo esempio di come ogni parola, se interrogata a fondo, possa rivelarsi una finestra su mondi complessi e affascinanti.

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