L’espressione “gioco d’azzardo” occupa un posto particolare nella lingua italiana e nella sua cultura, perché unisce in sé un’apparente leggerezza ludica e una realtà carica di rischi, implicazioni economiche, psicologiche e sociali. Analizzarla significa non solo chiarirne il significato linguistico e storico, ma anche interrogarsi sul rapporto tra caso, denaro, illusione e responsabilità individuale e collettiva.
Come arriva questa espressione nella lingua italiana
Dal punto di vista etimologico, la parola azzardo deriva dal francese hasard, che a sua volta risale all’arabo al-zahr, termine che indicava originariamente il dado. L’origine orientale del vocabolo è già di per sé significativa: rimanda a un’epoca in cui il lancio dei dadi non era soltanto un passatempo, ma aveva spesso un valore divinatorio o rituale. Il caso non era ancora concepito come puro meccanismo matematico, bensì come manifestazione di una volontà superiore, di un destino che si rivelava attraverso segni casuali. Il “gioco d’azzardo” nasce dunque come pratica liminale, sospesa tra sacro e profano, tra rito e intrattenimento.
Nell’italiano moderno, con giochi d’azzardo si indicano quei passatempi che consistono nel puntare denaro sull’esito di un evento non determinabile a priori, affidato in larga misura al caso. Ed è proprio qui che emerge la prima, fondamentale ambiguità dell’espressione: si parla di “giochi”, ma in realtà non si tratta di giochi nel senso pieno del termine. Un gioco, infatti, presuppone il divertimento come fine principale; il gioco d’azzardo, invece, ha come obiettivo primario il guadagno, l’arricchimento, o quanto meno il recupero del denaro puntato. Il piacere del gioco viene spesso subordinato — o del tutto sacrificato — alla speranza della vincita.
Questa distinzione non è solo teorica, ma ha conseguenze profonde. Quando il fine non è più il divertimento, bensì il profitto, il rapporto con l’attività cambia radicalmente. Il rischio non è più un elemento secondario, accettato per gioco, ma diventa il cuore stesso dell’esperienza. Non a caso si parla di azzardo: un termine che evoca l’idea di una scommessa contro l’incertezza, di una sfida lanciata al destino senza garanzie.
La storia dei giochi d’azzardo è antichissima. Già agli albori dell’umanità compaiono strumenti e pratiche basate sul caso: gli astragali, piccoli ossicini di animali, erano utilizzati come dadi primitivi; i dadi cubici, simili a quelli odierni, compaiono in Egitto nel secondo millennio a.C. e sono citati nella letteratura greca dell’VIII secolo a.C. Nell’antica Grecia, accanto ai giochi, nasce anche l’usanza delle scommesse sportive, soprattutto durante le Olimpiadi. A Roma, l’azzardo è diffusissimo, tanto da essere regolamentato e spesso proibito, salvo in occasioni particolari. Le lotterie di Stato, come ricorda la tradizione, furono introdotte in età imperiale, anche come strumento per reperire denaro pubblico senza aumentare le tasse.
Ne vale la pena? No.
Un passaggio decisivo nella storia del gioco d’azzardo è rappresentato dalla nascita del calcolo delle probabilità nel XVII secolo. Paradossalmente, il tentativo di capire come vincere ai giochi di dadi portò matematici e scienziati — tra cui Galileo Galilei — a formulare i principi fondamentali di una disciplina che dimostra, con rigore, l’irrazionalità economica del gioco d’azzardo. La probabilità di un evento, definita come rapporto tra casi favorevoli e casi possibili, resta costante nel tempo: l’idea dei numeri “ritardatari” o delle serie fortunate è una pura illusione. Ogni lancio di dado, ogni estrazione, è indipendente dalle precedenti.
Da qui deriva un concetto centrale: il rendimento di un gioco. Nei giochi d’azzardo gestiti da un banco — casinò, slot machine, lotterie — il rendimento medio delle puntate è inferiore a 1. Ciò significa che, nel lungo periodo, il giocatore perde inevitabilmente denaro. Il banco, che fissa regole e premi a proprio vantaggio, è matematicamente destinato a vincere. Emblematico è il caso delle lotterie: premi enormi sono bilanciati da probabilità infinitesimali, come quella di una vincita al Superenalotto, pari a una su centinaia di milioni.
Eppure, nonostante questa evidenza matematica, il gioco d’azzardo continua a esercitare una fortissima attrazione. Qui entrano in gioco le implicazioni psicologiche e sociali. L’azzardo fa leva su meccanismi profondi: la speranza di un cambiamento improvviso di vita, l’illusione di controllo sul caso, l’adrenalina del rischio. Quando l’abitudine diventa ossessiva, può trasformarsi in una vera e propria dipendenza, tanto che oggi si parla di disturbo da gioco d’azzardo. In questi casi, l’attività non è più frutto di una scelta libera, ma di una costrizione psicologica.
Sul piano linguistico e culturale, l’espressione “gioco d’azzardo” riflette dunque una contraddizione: unisce la leggerezza del gioco alla gravità del rischio economico e umano. Chiamarlo “gioco” attenua la percezione del pericolo, rendendolo socialmente accettabile; aggiungere “d’azzardo” introduce però un giudizio implicito, un avvertimento. Non è un caso che, nel dibattito pubblico, si insista sempre più sulla necessità di smascherare questa ambiguità, sottolineando che l’azzardo non è un passatempo innocuo, ma una pratica che coinvolge denaro, destino e responsabilità.
Il gioco d’azzardo non è solo un fenomeno ludico o economico, ma uno specchio della relazione dell’uomo con il caso, con il rischio e con l’illusione. La lingua italiana, con questa espressione densa e stratificata, riesce a condensare secoli di storia, di pratiche sociali e di interrogativi morali, ricordandoci che non tutto ciò che si chiama “gioco” lo è davvero.
