Lingua italiana: l’uso corretto della congiunzione “ovvero”

23 Gennaio 2026

Scopriamo assieme qual è l'uso corretto di questa tanto comune quanto mal utilizzata congiunzione della lingua italiana.

Lingua italiana: l'uso corretto della congiunzione "ovvero"

La congiunzione “ovvero” occupa un posto particolare nella lingua italiana: è una parola di uso relativamente frequente, soprattutto nella lingua scritta, ma al tempo stesso è spesso fraintesa, usata in modo ambiguo o interpretata in maniera diversa da lettori e ascoltatori. La sua peculiarità sta nel fatto che può svolgere due funzioni grammaticali distinte, entrambe pienamente legittime: quella di congiunzione disgiuntiva e quella di congiunzione esplicativa. Comprendere questa duplicità è fondamentale per un uso consapevole e preciso dell’italiano.

Lingua italiana e congiunzioni

Dal punto di vista etimologico, “ovvero” nasce dall’unione di o vero, poi contratta nella forma overo, oggi desueta, fino ad arrivare alla grafia moderna. L’origine stessa del termine suggerisce l’idea di alternativa e di scelta, ma l’evoluzione dell’uso ha progressivamente ampliato il suo valore semantico, consentendole di assumere anche una funzione chiarificatrice ed esplicativa. È proprio questa stratificazione storica a spiegare la complessità dell’uso contemporaneo.

Nel suo primo valore, Come dice l’Accademia della Crusca, “ovvero” è una congiunzione disgiuntiva, perfettamente sinonima di o e oppure. In questo caso serve a collegare due (o più) elementi di una frase o due proposizioni coordinate, introducendo un’alternativa. Tale alternativa può assumere due sfumature diverse: esclusiva oppure inclusiva.

Quando “ovvero” ha valore disgiuntivo-esclusivo, indica una scelta tra due possibilità che si escludono a vicenda: se una è vera o viene scelta, l’altra automaticamente cade. È il caso più intuitivo e vicino al significato originario della parola. Un esempio celebre è quello offerto da Giacomo Leopardi: «La via più spedita e la più sicura è di trovare un poeta ovvero un filosofo che persuada la terra di muoversi». Qui il poeta o il filosofo rappresentano due alternative equivalenti ma mutuamente esclusive: ne basta uno, non entrambi.

Accanto a questo uso, però, esiste un valore disgiuntivo-inclusivo, meno immediato e spesso fonte di equivoci. In questa accezione, “ovvero” equivale a o anche e non implica l’esclusione di una delle opzioni. L’esempio riportato dal Dizionario Italiano Sabatini Coletti è illuminante: «Molti non sono potuti venire perché pioveva ovvero perché abitano lontano». In questo caso, le due cause non si escludono: qualcuno può essere mancato per la pioggia, qualcun altro per la distanza, e qualcuno per entrambe le ragioni. “Ovvero” lascia aperta la possibilità di una pluralità di motivazioni.

È evidente come, in questo primo ambito d’uso, il valore di “ovvero” dipenda fortemente dal contesto e dalla logica della frase. Senza un’adeguata attenzione, il rischio di ambiguità è concreto, soprattutto nei testi argomentativi o informativi, dove la chiarezza è essenziale.

La seconda funzione di “ovvero” è quella di congiunzione esplicativa. In questo caso, il termine non introduce un’alternativa, ma una spiegazione, una riformulazione o un chiarimento di ciò che è stato appena detto. “Ovvero” assume allora un valore molto vicino a ossia, vale a dire, per meglio dire. Non si tratta più di scegliere tra due possibilità, ma di illuminare un concetto, rendendolo più preciso o più comprensibile.

Un esempio autorevole è fornito da Giovanni Pascoli: «Le sillabe, rispetto a questa versificazione neoclassica, sono lunghe, semilunghe, brevi, comuni ovvero ancipiti». Qui “ancipiti” non è un’alternativa a “comuni”, ma ne è la spiegazione: il secondo termine chiarisce il primo, introducendo un sinonimo tecnico. In questo uso, “ovvero” ha una funzione eminentemente metalinguistica, perché guida il lettore nell’interpretazione del lessico.

Questo valore esplicativo è particolarmente frequente nel linguaggio scientifico, giuridico, saggistico e burocratico, dove è spesso necessario precisare, definire, parafrasare. Tuttavia, proprio in questi ambiti l’ambiguità di “ovvero” può diventare problematica. Nei testi normativi, per esempio, l’uso improprio di “ovvero” ha talvolta generato interpretazioni divergenti, con conseguenze anche rilevanti sul piano giuridico. Non a caso, in molte redazioni legislative moderne si tende a sostituirlo con congiunzioni meno ambigue, come oppure per il valore disgiuntivo e ossia per quello esplicativo.

Una questione di stile

Dal punto di vista stilistico, “ovvero” conserva una sfumatura medio-alta, risultando più naturale nella lingua scritta che in quella parlata. Nell’oralità quotidiana, infatti, prevalgono forme più immediate come o, oppure, cioè. Usare “ovvero” nel parlato può conferire un tono formale o riflessivo, talvolta persino pedante, se non adeguatamente contestualizzato.

Per chi scrive, la questione centrale è dunque quella della chiarezza. Poiché “ovvero” può svolgere funzioni diverse, è necessario chiedersi se il contesto renda inequivocabile il suo valore. In caso contrario, è spesso preferibile optare per una congiunzione più specifica, evitando così interpretazioni errate. Questo non significa rinunciare a “ovvero”, ma usarlo con consapevolezza, sfruttandone la ricchezza semantica senza trasformarla in un ostacolo comunicativo.

In conclusione, la congiunzione “ovvero” è un esempio significativo della complessità e della finezza della lingua italiana. La sua doppia natura — disgiuntiva ed esplicativa — testimonia come le parole non siano entità rigide, ma strumenti flessibili, il cui significato si modella sull’uso e sul contesto. Imparare a padroneggiare “ovvero” significa non solo evitare errori, ma anche affinare la propria competenza linguistica, scegliendo di volta in volta la forma più adatta a esprimere il proprio pensiero con precisione ed eleganza.

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