Ogni rito nella lingua italiana ha il suo nome. E il nome non è mai neutro: porta con sé una scelta di significato, una prospettiva, un modo di vedere ciò che si celebra. Il rito pasquale in cui la statua della Madonna — ancora vestita a lutto per la morte del Figlio — corre incontro al Cristo risorto in piazza è uno dei più antichi e più diffusi d’Italia: si celebra in Abruzzo, in Calabria, in Sicilia, in Sardegna, in altre regioni del Sud e delle isole. Eppure questo rito porta nomi diversi a seconda dei luoghi. E tra questi nomi, due meritano una riflessione linguistica approfondita: «incontro» e «scontro».
Che ci si aspetti una parola come «rinnegamento» in chiesa o «scontro» in piazza per descrivere l’abbraccio tra una madre e il figlio risorto può sembrare paradossale. Eppure «scontro» è esattamente il termine usato in alcune zone della Calabria, dove il rito è chiamato «Affruntata» — dal dialetto calabrese — ma dove la parola italiana che lo traduce e lo descrive oscilla tra «incontro» e «scontro». Questo oscillazione non è un errore: è una finestra aperta sull’anima profonda di un rito che è al tempo stesso gioia e dolore, incontro e urto, riconoscimento e stupore.
I nomi del rito in Italia: una mappa linguistica
Prima di affrontare la questione linguistica specifica, vale la pena fare una breve mappa dei nomi con cui questo rito è conosciuto nelle diverse tradizioni regionali italiane. Ogni nome è una lente attraverso cui la comunità locale ha interpretato il momento centrale della Pasqua.
La varietà di questi nomi è già di per sé rivelatrice. Ogni comunità ha scelto di enfatizzare un aspetto diverso dello stesso momento: il moto fisico della statua (scappa, corre, vola), l’evento teologico (Resurrezione), i partecipanti (i Santi), oppure — ed è il caso più interessante — la natura dell’incontro stesso, con la scelta tra parole che dicono cose molto diverse: «incontro», «s’incontru», «affruntata».
L’etimologia di «incontro» e l’entrata nella lingua italiana
La parola «incontro» viene dal latino volgare «in contra», letteralmente «in direzione contraria», «vso qualcosa che viene dall’altra parte». La preposizione «in» indica direzione, orientamento; «contra» indica l’opposto, ciò che sta di fronte. Un incontro è dunque, etimologicamente, il punto in cui due traiettorie contrarie convergono: due corpi, due persone, due realtà che procedono l’una verso l’altra fino a toccarsi.
Questa etimologia è perfettamente calzante per il rito pasquale. La Madonna e il Cristo risorto vengono da direzioni diverse — fisicamente, nelle piazze dove si svolge il rito, partono da angoli opposti o da chiese diverse — e si muovono l’una verso l’altro. L’incontro è il punto di convergenza, il momento in cui le due traiettorie si toccano. In questo senso «incontro» descrive la geometria del rito con precisione quasi tecnica: è il nome del momento, del luogo, dell’evento in cui le due figure si trovano.
Ma «incontro» ha anche una connotazione affettiva e positiva che si è sedimentata nel tempo: l’incontro è bello, l’incontro è atteso, l’incontro è il contrario della separazione. Nella tradizione religiosa cristiana l’incontro per eccellenza è quello tra Dio e l’uomo, tra il cielo e la terra, tra la grazia e la fragilità umana. La Pasqua è l’incontro definitivo: la morte sconfitta, la separazione abolita, la distanza colmata. Il nome «Incontro di Pasqua» porta quindi in sé non solo la descrizione del rito ma la sua teologia.
L’«Affruntata» calabrese: quando «scontro» dice la verità
Il termine calabrese «Affruntata» è linguisticamente il più enigmatico e il più affascinante. Deriva dal verbo dialettale «affrontare» nel senso di «andarsi incontro», «avanzare verso qualcuno» — lo stesso verbo italiano «affrontare», che significa sia «andare incontro con coraggio» sia «scontrarsi». E qui emerge la complessità semantica che rende questo termine così ricco: «affrontare» in italiano sta a metà strada tra «incontrare» e «scontrarsi».
Chi «affronta» qualcuno non si limita a incontrarlo: va verso di lui con una certa intensità, con una certa carica emotiva, con la consapevolezza che l’incontro non sarà indolore. E è proprio questa intensità che il termine calabrese cattura meravigliosamente: l’incontro tra la Madonna e il Cristo risorto non è un incontro qualunque.
È un incontro dopo la morte, dopo il dolore più grande, dopo la notte più lunga. La Madonna non è solo sorpresa: è incredula, è sconvolta, è sopraffatta. San Giovanni le porta la notizia per tre volte e lei non ci crede. Poi lo vede — e la corsa che segue non è solo gioia: è lo scarico di una tensione accumulata per tre giorni, la liberazione di un dolore che sembrava senza fine.
In questo senso, «scontro» — o più precisamente «affruntata» con la sua doppia valenza di incontro e scontro — dice qualcosa che «incontro» da solo non dice. Dice la violenza emotiva di quell’incontro, il suo carattere dirompente, la sua irruenza. Il manto nero che cade, le campane che esplodono, i fuochi d’artificio, le colombe lanciate in aria, la folla che urla: tutto questo non somiglia a un incontro sereno. Somiglia a uno scontro tra la morte e la vita, tra il lutto e la gioia, tra l’incredulità e la certezza.
La dimensione teatrale: il rito come dramma
Per capire perché «scontro» possa essere un nome appropriato per questo rito, occorre tornare alle sue origini storiche. Le sacre rappresentazioni medievali da cui il rito trae origine erano veri e propri drammi: testi scritti, personaggi interpretati, conflitti messi in scena. E il conflitto centrale della Pasqua — quello tra la morte e la vita, tra la disperazione e la speranza — è un conflitto reale, che il rito non addolcisce ma porta a compimento.
Nella struttura narrativa del rito, come si può vedere dalla tradizione abruzzese e calabrese, c’è una vera e propria costruzione drammaturgica. La Madonna è ferma nel lutto, convinta che il Figlio sia morto. San Giovanni arriva e porta la notizia della Resurrezione: lei non ci crede. San Giovanni torna da Cristo, poi torna dalla Madonna: ancora non ci crede. La terza volta, Cristo stesso viene portato davanti ai suoi occhi. Solo allora — solo di fronte all’evidenza fisica, corporea, visibile — la Madonna cede. Il manto nero cade. La corsa comincia.
Questo schema narrativo è quello classico del dramma: resistenza, escalation, rottura. La Madonna che non crede non è una figura passiva: è una figura che oppone resistenza alla notizia, che difende il suo lutto, che non vuole essere ingannata. Il suo «no» ripetuto tre volte è un atto di forza, non di debolezza: è la voce di una madre che ha sofferto e non si fida più. Quando alla fine cede, quando corre incontro al Figlio, non è perché si è arresa: è perché ha vinto lei, perché ha ottenuto la prova diretta, perché ha «affrontato» la verità fino in fondo.
In questo senso profondo, l’«Affruntata» è anche lo scontro tra il dubbio e la fede, tra il lutto e la gioia, tra l’umano e il divino. E questi sono scontri reali, non metafore: sono le tensioni che abitano ogni esperienza di dolore e di speranza.
Il clero contro il popolo: uno scontro che ha fatto la storia del rito
C’è un’altra dimensione in cui la parola «scontro» è pertinente alla storia di questi riti: quella dello scontro tra la devozione popolare e l’autorità ecclesiastica. Come documenta la storia del rito in Abruzzo e altrove, le gerarchie della Chiesa si opposero per secoli a queste manifestazioni. I vescovi le criticavano perché non erano conformi ai Vangeli canonici — che non riportano nessun incontro tra Maria e il Cristo risorto — e perché rendevano «troppo umane» le figure sacre, caricandole di sentimenti, di incredulità, di corsa e di gioia fisica.
A Sulmona, come racconta la tradizione locale, un vescovo «venuto da lontano» nel XIX secolo cercò di sopprimere la «Madonna che Scappa». I sulmonesi non gli diedero retta. La festa si celebrò lo stesso. Il vescovo fu poi trasferito.
È una storia che dice molto sulla forza della devozione popolare: quando il popolo si identifica profondamente con un rito, quando quel rito incarna qualcosa di essenziale nel modo in cui una comunità comprende la propria fede e la propria esistenza, nessuna autorità esterna riesce a sopprimerlo. Lo scontro tra il clero e il popolo è stato vinto dal popolo: non con le armi, ma con la persistenza, con la fedeltà, con quella particolare forma di resistenza passiva che è il continuare a fare le cose come si sono sempre fatte.
Oggi quella ostilità ecclesiastica si è attenuata fino a scomparire: il rito è riconosciuto come espressione legittima e preziosa di pietà popolare, patrimonio culturale e religioso delle comunità che lo praticano. Ma la memoria dello scontro antico rimane, stratificata nella storia del rito stesso.
La corsa come parola
C’è infine una dimensione linguistica del rito che va oltre le parole: quella del linguaggio del corpo. La corsa della Madonna — chiamata «scivolata», «volo», «corsa» a seconda dei luoghi — è essa stessa un atto linguistico. La Madonna non parla: corre. E quella corsa dice ciò che nessuna parola potrebbe dire altrettanto bene: la totalità dell’amore materno, l’irruenza della gioia, la dissoluzione del lutto nel riconoscimento.
Il manto nero che cade durante la corsa è forse il gesto simbolico più potente dell’intero rito. Non viene tolto con cura, non viene deposto: cade, si stacca, viene lasciato indietro come qualcosa di cui non si ha più bisogno. Sotto il nero c’è l’abito a festa, ricamato, colorato, luminoso. La trasformazione è istantanea: da madre in lutto a madre in gioia, da notte a mattino, da morte a vita. È la teologia pasquale espressa in un gesto senza parole.
In questo senso, la scelta tra «incontro» e «scontro» per nominare il rito è anche una scelta su quale aspetto di questo linguaggio corporeo si vuole enfatizzare. «Incontro» sottolinea la convergenza, la pace, il ricongiungimento. «Scontro» — o «affruntata» con la sua doppia anima — sottolinea la violenza emotiva della trasformazione, la forza con cui la gioia irrompe nel lutto, la rottura brusca con il tempo del dolore.
Due parole per un solo mistero
La questione linguistica — si dice «incontro» o «scontro»? — non ha una risposta definitiva, e non deve averla. Le due parole illuminano aspetti diversi dello stesso mistero. «Incontro» dice la gioia del ritrovarsi, la pace del riconoscimento, la fine della separazione. «Scontro» — o più precisamente «affruntata» — dice la violenza della gioia, l’urto tra il dolore e la speranza, la fatica del credere e la pienezza del momento in cui si crede finalmente.
Il fatto che comunità diverse abbiano scelto parole diverse non è un segno di confusione: è un segno di ricchezza. Ogni comunità ha enfatizzato l’aspetto del rito che più la rappresenta, che più risponde alla sua sensibilità, che più corrisponde al suo modo di vivere la fede. A Sulmona la Madonna «scappa»: e quella parola dice la spontaneità irrefrenabile dell’amore materno. In Calabria la Madonna «affronta»: e quella parola dice il coraggio di chi ha sofferto e non si tira indietro neanche davanti al miracolo. In Sardegna avviene «s’Incontru»: e quella parola dice la semplicità di due che finalmente si trovano.
Tutte queste parole cercano di dire la stessa cosa: che a Pasqua, in una piazza italiana qualunque, nel fragore delle campane e dei fuochi d’artificio, tra le lacrime e gli applausi, avviene qualcosa che nessuna parola da sola riesce a contenere. Ed è forse per questo che il rito sopravvive da secoli: perché dice in gesti e in corpi e in statue che corrono quello che la lingua, con tutte le sue parole, non riesce mai a dire del tutto.
