C’è un modo verbale nella lingua italiana che mette in crisi anche i parlanti più disinvolti, che appare spesso sbagliato nei social media, che viene dichiarato «morto» con una certa regolarità da giornalisti e commentatori culturali, e che invece non solo è vivo ma è indispensabile per esprimere alcune sfumature del pensiero che nessun altro strumento grammaticale può rendere. Questo modo è il congiuntivo.
Il congiuntivo italiano ha quattro tempi — il presente, il passato, l’imperfetto e il trapassato — e questa ricchezza di forme è al tempo stesso la sua forza e la sua apparente complessità. Ogni tempo ha una funzione precisa nel sistema della lingua, un ruolo che non può essere svolto da nessun altro. Capire questi quattro tempi significa capire qualcosa di essenziale su come l’italiano pensa il tempo, la certezza e il dubbio, la realtà e il desiderio.
Che cos’è il congiuntivo nella lingua italiana: il modo del non-certo
Prima di esaminare i quattro tempi, è utile capire cos’è il congiuntivo in quanto modo verbale. Nell’italiano, come nelle altre lingue romanze, i modi verbali esprimono l’atteggiamento del parlante rispetto all’azione descritta. L’indicativo è il modo della certezza, dell’affermazione diretta di fatti reali: «parto domani», «hai ragione», «ieri è piovuto». Il condizionale è il modo della possibilità condizionata: «partirei se potessi». Il congiuntivo è il modo del dubbio, dell’incertezza, del desiderio, della valutazione soggettiva, dell’ipotesi.
In italiano il congiuntivo si usa principalmente nelle proposizioni subordinate, dipendenti da verbi che esprimono opinione («credo che», «penso che»), desiderio («voglio che», «spero che»), timore («ho paura che»), volontà («voglio che», «ordino che»), dubbio («dubito che»), emozione («mi stupisce che», «mi dispiace che»), valutazione (è bene che», è necessario che»). In tutti questi casi, ciò che viene espresso nella subordinata non è un fatto certo ma qualcosa di soggettivo, valutato, desiderato o temuto.
Il nome stesso — congiuntivo, da «coniungere» — suggerisce la sua natura: è il modo che «congiunge», che unisce la proposizione principale alla subordinata, che crea il legame tra il pensiero del parlante e il contenuto della frase dipendente. È il modo della relazione, non dell’affermazione autonoma.
Panoramica: i quattro tempi in sintesi
| Tempo | Forma (amare) | Esempio d’uso |
| Congiuntivo presente | che io ami, che tu ami… | Spero che tu ami la musica. |
| Congiuntivo imperfetto | che io amassi, che tu amassi… | Vorrei che tu amassi la musica. |
| Congiuntivo passato | che io abbia amato… | Credo che tu abbia amato la musica. |
| Congiuntivo trapassato | che io avessi amato… | Avrei voluto che tu avessi amato la musica. |
Il congiuntivo presente: l’incerto nel futuro e nel presente
Il congiuntivo presente si usa quando il verbo della proposizione principale è al presente o al futuro e l’azione espressa nella subordinata è contemporanea o successiva a quella principale. È il tempo del congiuntivo più usato nel parlato e nella scrittura quotidiana.
Si forma sulla radice del presente indicativo aggiungendo le desinenze specifiche del congiuntivo. Per i verbi in -are le desinenze sono -i, -i, -i, -iamo, -iate, -ino (con la caratteristica di avere la stessa forma per prima, seconda e terza persona singolare). Per i verbi in -ere e -ire le desinenze sono -a, -a, -a, -iamo, -iate, -ano.
| Spero che tu venga alla festa. [venire, congiuntivo presente]
È necessario che tutti partecipino. [partecipare, congiuntivo presente] Penso che abbia ragione. [avere, congiuntivo presente] Voglio che tu stia tranquillo. [stare, congiuntivo presente] Bisogna che ognuno faccia la propria parte. [fare, congiuntivo presente] |
Una delle caratteristiche più importanti del congiuntivo presente è la cosiddetta «regola della concordanza dei tempi» o consecutio temporum. Quando il verbo principale è al presente o al futuro, il congiuntivo nella subordinata deve essere al presente se l’azione è contemporanea o futura rispetto alla principale: «spero che venga» (non ancora venuto, deve ancora venire). Se l’azione è invece anteriore alla principale, si usa il congiuntivo passato, di cui parliamo qui di seguito.
Il congiuntivo presente si trova anche in proposizioni indipendenti, nelle formule augurative («viva la libertà!», «sia lodato Dio») e in alcune proposizioni concessive o ipotetiche («qualunque cosa tu dica», «chiunque venga»). In questi usi indipendenti è più vicino all’imperativo che al modo subordinato.
Il congiuntivo passato: l’incerto nel passato visto dal presente
Il congiuntivo passato è un tempo composto, formato con l’ausiliare avere o essere al congiuntivo presente più il participio passato del verbo. La sua funzione è precisa: si usa quando il verbo principale è al presente o al futuro, ma l’azione nella subordinata è anteriore, cioè già avvenuta rispetto al momento in cui si parla.
Il confine tra congiuntivo presente e congiuntivo passato dipende interamente dal rapporto temporale tra le due azioni: se l’azione espressa nella subordinata avviene contemporaneamente o dopo la principale, si usa il presente; se avviene prima, si usa il passato. Questa distinzione è spesso trascurata nel parlato informale, ma è essenziale per la precisione della comunicazione scritta.
| Credo che sia arrivato in ritardo. [passato: l’arrivo è già avvenuto]
Penso che tu abbia fatto la scelta giusta. [passato: la scelta è già fatta] Mi dispiace che abbiate perso il treno. [passato: il treno è già partito] Spero che sia andato tutto bene. [passato: l’evento è già concluso] Non credo che tu abbia capito la domanda. [passato: la comprensione è già avvenuta — o non avvenuta] |
Il congiuntivo passato è particolarmente frequente nelle proposizioni introdotte da «anche se», «sebbene», «benché», «per quanto»: «sebbene abbia studiato molto, non è riuscito all’esame». In questi contesti, il passato del congiuntivo esprime un’azione che è già avvenuta ma la cui conseguenza è in discussione o è inaspettata.
Il congiuntivo imperfetto: il desiderio impossibile o distante
Il congiuntivo imperfetto è il tempo del congiuntivo più ricco di sfumature e forse il più caratteristico dell’italiano letterario e formale. Si forma aggiungendo alla radice del verbo le desinenze -assi, -assi, -asse, -assimo, -aste, -assero (per i verbi in -are) e le desinenze corrispondenti per le altre coniugazioni. Ha una musicalità particolare, con quelle doppie -ss- che lo rendono immediatamente riconoscibile.
Si usa quando il verbo principale è al passato o al condizionale e l’azione nella subordinata è contemporanea o successiva a quella principale. Ma si usa anche — ed è qui che il congiuntivo imperfetto acquista la sua forza espressiva maggiore — nelle frasi ipotetiche irreali al presente: quelle costruzioni con «se» che descrivono situazioni contrarie alla realtà attuale, cose che non sono ma che il parlante desidera o immagina.
| Volevo che tu venissi alla festa. [principale al passato, congiuntivo imperfetto]
Pensavo che avessero già finito. [con trapassato: azione anteriore al passato] Vorrei che tu fossi qui. [desiderio irreale al presente] Magari potessimo partire domani! [desiderio difficilmente realizzabile] Se sapessi suonare il pianoforte… [ipotesi irreale al presente] Mi sembrava che tutto andasse bene. [valutazione nel passato, azione contemporanea] |
Il congiuntivo imperfetto nelle ipotetiche irreali merita un’attenzione particolare. La frase «se avessi più tempo, studierei il greco» usa il congiuntivo imperfetto nella protasi (la proposizione con «se») e il condizionale presente nell’apodosi: insieme, costruiscono l’ipotesi irreale al presente, la condizione che non è. La scelta del congiuntivo imperfetto — invece dell’indicativo — è ciò che segnala al lettore che si tratta di un’ipotesi contraria alla realtà.
Nella lingua contemporanea, il congiuntivo imperfetto è uno degli elementi più esposti alla pressione dell’indicativo: molti parlanti dicono «se avevo tempo» invece di «se avessi tempo», o «magari venivo» invece di «magari venissi». Questi usi, pur diffusissimi nel parlato, sono considerati sub-standard nelle grammatiche normative.
Il congiuntivo trapassato: l’impossibile nel passato
Il congiuntivo trapassato è il tempo che esprime le ipotesi irreali nel passato: ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, il rimpianto, il controfattuale. È un tempo composto: ausiliare avere o essere al congiuntivo imperfetto più il participio passato del verbo. Le sue forme — «che io avessi amato», «che io fossi andato» — hanno una pesantezza ritmica che ben si adatta ai contenuti che esprimono: la chiusura definitiva di ciò che non è più modificabile.
Il congiuntivo trapassato si usa principalmente in due contesti. Il primo è la proposizione subordinata con verbo principale al passato, quando l’azione nella subordinata è anteriore a quella principale. Il secondo — ed è il suo uso più specifico e più espressivo — è la protasi delle ipotetiche irreali nel passato: le frasi con «se» che descrivono situazioni che non si sono verificate.
| Avrei voluto che tu fossi venuto. [desiderio irreale nel passato]
Se avessi studiato di più, avresti superato l’esame. [ipotesi irreale nel passato] Pensavo che fosse già partito. [azione anteriore al pensiero passato] Se avessimo preso l’altro treno, saremmo arrivati in orario. [controfattuale] Non credevo che avesse detto una cosa simile. [anteriorità nel passato] Avrei preferito che non fosse successo. [rimpianto su fatto passato] |
La coppia «se + congiuntivo trapassato» + «condizionale passato» è la struttura fondamentale per esprimere in italiano il rimpianto e il controfattuale. «Se avessi saputo, non avrei detto nulla»: una condizione che nel passato non si è verificata, con la sua conseguenza alternativa che parimenti non è avvenuta. È la grammatica del rimpianto, della storia alternativa, di tutto ciò che avrebbe potuto essere diverso.
La consecutio temporum: la legge che governa i quattro tempi
I quattro tempi del congiuntivo non esistono in isolamento: funzionano all’interno di un sistema di regole che governa la loro selezione in base al tempo del verbo principale. Questo sistema si chiama consecutio temporum, «conseguenza dei tempi», e è uno dei meccanismi più eleganti dell’italiano grammaticale.
La regola può essere riassunta con chiarezza. Quando il verbo principale è al presente o al futuro, nella subordinata al congiuntivo si usa il presente (per azioni contemporanee o future) o il passato (per azioni anteriori). Quando il verbo principale è al passato o al condizionale, nella subordinata al congiuntivo si usa l’imperfetto (per azioni contemporanee o successive) o il trapassato (per azioni anteriori).
| Presente/futuro + contemporaneità → congiuntivo presente: «spero che venga»
Presente/futuro + anteriorità → congiuntivo passato: «spero che sia venuto» Passato/condizionale + contemporaneità → congiuntivo imperfetto: «speravo che venisse» Passato/condizionale + anteriorità → congiuntivo trapassato: «speravo che fosse venuto» |
Questa simmetria è di una perfezione quasi matematica: quattro combinazioni di tempo (presente/passato) e rapporto temporale (contemporaneità/anteriorità) producono esattamente quattro tempi del congiuntivo. Non c’è ridondanza nel sistema: ogni tempo ha il suo posto preciso, ogni sfumatura temporale ha la sua forma.
Con regolare periodicità il congiuntivo italiano viene dichiarato moribondo: è troppo complicato, viene detto, i giovani non lo usano più, è destinato a scomparire come in altre lingue romanze. E in effetti nel parlato informale il congiuntivo è spesso sostituito dall’indicativo, soprattutto nelle forme più complesse come l’imperfetto e il trapassato.
Ma questa diagnosi va pesantemente ridimensionata. Il congiuntivo è vivo e vegeto nella scrittura formale, nella prosa letteraria, nel giornalismo di qualità, nei testi giuridici e accademici, nella lingua parlata dei registri medio-alti. E anche nel parlato informale sopravvive con grande vitalità in alcune costruzioni: «come se», «senza che», «sebbene», «benché», «magari» sono ancora quasi sempre seguite dal congiuntivo anche nel parlato più disinvolto.
La perdita non è del modo in quanto tale: è dell’imperfetto e del trapassato nelle ipotetiche, dove l’indicativo sta guadagnando terreno. Il congiuntivo presente e il congiuntivo passato, invece, sembrano tenere bene anche nel parlato. La prognosi, insomma, non è di morte imminente: è di semplificazione progressiva, che ha interessato tutte le lingue romanze ma che nell’italiano procede più lentamente che altrove.
I quattro tempi del congiuntivo italiano non sono un capriccio della grammatica o un residuo artificioso di una fase arcaica della lingua. Sono uno strumento di precisione straordinaria: permettono di collocare le azioni in rapporto temporale con il momento del parlante, di distinguere l’ipotesi reale dall’ipotesi irreale, il desiderio possibile dal rimpianto impossibile, l’incertezza sul presente dall’incertezza sul passato.
Imparare i quattro tempi del congiuntivo non significa solo imparare a «parlare bene»: significa acquisire strumenti per pensare con più precisione il rapporto tra ciò che è certo e ciò che è incerto, tra ciò che è accaduto e ciò che avrebbe potuto accadere, tra il fatto e il desiderio. È, in fondo, una scuola di pensiero travestita da grammatica.
