Ci sono parole nella lingua italiana che somigliano alla cosa che nominano. Formidine è una di queste. Quattro sillabe che scendono come gradini verso qualcosa di oscuro: for-mi-di-ne. C’è qualcosa di greve in quel suono, qualcosa che preme, che si insinua, che non si risolve in leggerezza. Non a caso significa paura, timore: ma non la paura improvvisa e lampo di spavento, bensì quella più profonda, più radicata, più difficile da nominare con le parole di tutti i giorni.
Formidine è una voce antica e letteraria, segnata dai dizionari come ‘ant. e letter.’: appartiene a quel territorio prezioso della lingua italiana dove si conservano le parole che l’uso quotidiano ha dismesso ma che la scrittura alta non ha mai voluto abbandonare del tutto. Chi la incontra per la prima volta spesso si ferma, la rilegg, la gira tra le dita mentalmente come un oggetto strano trovato in un cassetto: è italiana, eppure suona quasi straniera. È familiare, eppure misteriosa. È, in una parola, formidabile — e non è un caso che formidabile e formidine condividano la stessa radice.
Dal latino alla lingua italiana: l’origine di formido
La storia di formidine comincia a Roma, con il latino formido, formidinis. La parola latina aveva una doppia vita semantica che è molto rivelatrice. Da un lato indicava la paura, lo spavento, il terrore: il tremito interiore che prende l’animo davanti a ciò che minaccia o che sovrasta. Dall’altro, in modo apparentemente lontanissimo, indicava una cosa concreta e pratica: lo spauracchio, il congegno usato nella caccia per spaventare la selvaggina e dirigerla verso le reti.
Questo secondo significato — terminologico, tecnico, legato all’attività venatoria — è documentato già in Virgilio, che nelle Georgiche descrive le formidines come i fili colorati di penne variopinte che i cacciatori tendevano tra gli alberi per terrorizzare i cervi e impedirne la fuga. Lo spauracchio nella selva: un oggetto fatto apposta per produrre paura, per abitare la paura altrui, per sfruttarla come strumento di caccia.
Il nesso tra i due significati è profondo. La formido-spauracchio è ciò che produce la formido-paura: il nome della causa e dell’effetto coincidono nella stessa parola. La lingua latina, con quella sua concisione lapidaria, aveva compresso in un’unica radice sia il sentimento che lo strumento capace di evocarlo. E Isidoro di Siviglia, nelle sue Etymologiae — opera fondamentale per la trasmissione del sapere antico al Medioevo — aveva già annotato questo doppio valore, assicurando alla parola una lunga vita nelle lingue romanze e nella letteratura medievale e rinascimentale italiana.
La formidine nella letteratura italiana: da Sannazaro a Gadda
L’italiano letterario ha accolto formidine con una predilezione che tradisce la consapevolezza del suo valore: è una parola che non si usa per caso, che si sceglie quando si vuole dare alla paura una dimensione più solenne, più interiore, più duratura di quanto permettano i termini comuni. Gli esempi che ci sono giunti attraverso i secoli lo dimostrano con chiarezza.
Già nella volgarizzazione dell’Abate Isacco, uno dei testi più antichi della prosa italiana, formidine appare in un contesto spirituale e meditativo: «per lo timore delle cose una formidine viene a lei». Qui la parola ha la stessa solennità del latino ecclesiastico da cui proviene: è un timore sacro, quasi una riverenza tremante davanti alla grandezza delle cose divine. Non è lo spavento del soldato in battaglia: è qualcosa di più sottile, che ha a che fare con il sacro, con l’immensità, con ciò che supera l’umano.
Luca Pulci, nel Quattrocento, la usa in un contesto mitologico e amoroso, intrecciando la paura con la colpa e il castigo:
«Stracciasti Atteon nel diserto / per la giustizia tua somma e formidine / della tua infamia, ove si rende merto / di doglie impetuose amar Cupidine.»
— Luca Pulci
La formidine è qui legata all’ira di Diana, alla vendetta divina, alla paura che accompagna la trasgressione del sacro. Il mito di Atteone — il cacciatore che vide la dea nuda e fu trasformato in cervo e sbranato dai propri cani — è il mito della formidine per eccellenza: la paura come conseguenza di uno sguardo proibito, di un confine valicato.
Il Cieco da Ferrara la porta invece nel territorio dell’amore cortese e del suo gioco pericoloso:
«Questi son di quei giuochi ove si sogliono / incappar molti che non han formidine / d’amore, e sì animosamente passano / tra le sue spine, che la selva ingrassano.»
— Il Cieco da Ferrara
Qui formidine vale come timore salutare, prudenza, il rispetto che bisognerebbe avere davanti alla potenza di Eros. Chi non ha formidine d’amore — chi non teme le sue spine — si perde nella selva e la ingrassa con la propria rovina. La parola acquisisce una sfumatura quasi proverbiale: la formidine non come debolezza ma come saggezza, come la giusta misura del terrore davanti a forze più grandi di noi.
Sannazaro, nella sua Arcadia, la usa con quella maestria malinconica che caratterizza tutta la sua scrittura:
«Col cor pieno di suspetto e di formidine, / lassa!, di strada in strada vo cercando / quel fugitivo mio dolce Cupidine.»
— Jacopo Sannazaro, Arcadia
Suspetto e formidine: due parole latine in un verso italiano che suona quasi classico nella sua cadenza. La formidine è qui la paura dell’abbandono, dell’amore perduto, dell’attesa angosciosa di qualcuno che non torna. È la paura femminile per eccellenza della lirica rinascimentale: quella della donna che cerca, che vaga, che non trova. E la parola formidine porta con sé tutto il peso di quella ricerca vana.
Ma forse l’uso più sorprendente e più moderno di formidine è quello di Carlo Emilio Gadda, che la recupera nel Novecento con quella sua straordinaria capacità di mescolare il registro alto e il basso, il letterario e il quotidiano, l’antico e il presente:
«Un dolce orgasmo, dall’altra parte dell’uscio che il catenaccino prescludeva, una delicata formidine, solevano in quei momenti impadronirsi della gentile ospite signora Margherita.»
— Carlo Emilio Gadda
La ‘delicata formidine’ gaddiana è un capolavoro di ironia e precisione stilistica. La parola arcaica e solenne viene usata per descrivere un fremito tutto intimo e privato, quasi erotico nella sua delicatezza: la signora Margherita, al di là di un uscio chiuso, prova una formidine che non ha nulla di tragico o di sacro, ma che quella parola eleva e trasforma in qualcosa di memorabile. Gadda sa che usare formidine al posto di brivido o tremore cambia tutto: aggiunge ironia, distanza, una luce laterale che illumina il personaggio da un angolo inatteso.
Formidine e formidabile: la stessa radice, due destini diversi
Il confronto tra formidine e formidabile è illuminante. Entrambe le parole vengono da formido: ma mentre formidine è rimasta nel recinto della lingua letteraria e dotta, pressoché scomparsa dall’uso corrente, formidabile ha percorso un cammino opposto, approdando al linguaggio quotidiano e persino all’uso enfatico e giornalistico. ‘Un giocatore formidabile’, ‘un risultato formidabile’: la radice che significava paura e spavento si è trasformata in un superlativo di eccellenza, quasi il contrario del suo punto di partenza.
Formidabile è ciò che è degno di essere temuto, che incute formidine: e per un processo semantico comune a molte lingue, ciò che incute timore è diventato sinonimo di ciò che è grandioso, straordinario, degno di ammirazione. La paura e la meraviglia sono sempre state sorelle: il sublime, nella tradizione estetica da Burke a Kant, è esattamente questo misto di terrore e stupore davanti a ciò che ci sovrasta. Formidabile ha percorso questo sentiero fino in fondo, svuotandosi quasi completamente del timore originario. Formidine lo ha trattenuto tutto.
Una parola per il nostro tempo
Viviamo in un’epoca che ha molte parole per la paura — ansia, stress, panico, fobia, terrore, angoscia — ma poche che sappiano nominarla con la stessa densità interiore che ha formidine. Le nostre parole per la paura sono spesso cliniche o colloquiali: descrivono sintomi, stati, reazioni. Formidine descrive qualcosa di più sfumato e più ricco: un timore che ha in sé qualcosa di sacro, di rispettoso, di consapevole. La paura di chi sa perché ha paura, e in quella paura riconosce la misura della propria smallness davanti a qualcosa di grande.
C’è una formidine davanti all’amore, come sapevano Sannazaro e il Cieco da Ferrara. C’è una formidine davanti al sacro, come testimonia la prosa medievale. C’è una formidine — delicata, ironica, quasi sensuale — anche nei momenti più intimi e quotidiani, come ci mostra Gadda. La parola ha la capacità di coprire tutto questo arco: dal tremito mistico al fremito erotico, dal terrore cosmico alla piccola paura di chi aspetta dietro un uscio chiuso.
Recuperare formidine non significa tornare a scrivere come Sannazaro né imitare il pastiche gaddiano. Significa riconoscere che alcune esperienze umane hanno bisogno di parole precise, parole che portino con sé la loro storia, parole che non si accontentino della superficie. La lingua italiana ne possiede ancora molte, conservate nei suoi strati più profondi come fossili preziosi. Formidine è una di quelle: una parola che sa tremare, e che in quel tremore porta secoli di vita.
