“Lingua italiana a rischio estinzione”, l’allarme del Presidente Crusca Paolo D’Achille

1 Aprile 2026

In gioco c'è la capacità della nostra lingua di raccontare il futuro. Il Presidente dell’Accademia della Crusca Paolo D'Achille lancia un monito: senza una difesa consapevole, l'italiano rischia di diventare un idioma di serie B.

Lingua italiana a rischio estinzione, l'allarme del Presidente Crusca Paolo D'Achille

Ogni volta che un termine della lingua italiana viene sostituito da un corrispondente inglese, non stiamo solo cambiando etichetta a un concetto: stiamo, lentamente, cedendo un pezzo del nostro paesaggio mentale. L’Accademia della Crusca, attraverso la sua rubrica “Il Tema del Mese“, ha recentemente acceso un faro su una questione che molte testate nazionali stanno rilanciando con preoccupazione: l’italiano rischia davvero l’estinzione?

A rispondere è il Professor Paolo D’Achille, Presidente dell’Accademia della Crusca, l’istituzione linguistica più antica del mondo. Il suo intervento è un’analisi lucida e politica, nel senso più alto del termine, su dove sta andando la nostra lingua.

La lingua italiana e la perdita degli “spazi alti”

Il punto focale del discorso di D’Achille non riguarda la lingua che usiamo al mercato o davanti a un caffè. L’italiano “di base” gode di ottima salute. Il vero pericolo è l’erosione della lingua nei settori della conoscenza, della tecnologia e dell’amministrazione.

“Il rischio reale”, spiega D’Achille, “non è che l’italiano scompaia dal parlato quotidiano, ma che venga progressivamente espulso dai domini della comunicazione alta. Se l’italiano cessa di essere la lingua della ricerca scientifica, dei tribunali internazionali, dell’economia globale e, soprattutto, della formazione universitaria superiore, esso subisce un processo di ‘dialettizzazione’ funzionale”.

In termini tecnici, questo fenomeno porterebbe l’italiano a diventare una lingua “dimezzata”: ottima per esprimere sentimenti, per la letteratura o per la cucina, ma del tutto inutile per spiegare la complessità del mondo contemporaneo. Se un giovane ricercatore non riesce più a spiegare la propria tesi in italiano perché mancano i termini o perché il sistema lo obbliga all’inglese, abbiamo un problema di democrazia e di sovranità culturale.

L’itanglese: pigrizia o necessità?

Un altro passaggio cruciale dell’intervento di D’Achille riguarda il mix linguistico che sempre più spesso invade la nostra quotidianità, l’ormai celebre itanglese. Il Presidente chiarisce che l’accademia non è mai stata contraria ai prestiti per principio, ma ne contesta l’uso sostitutivo e superfluo.

“Non sono i prestiti necessari a preoccuparci, quelli che colmano un vuoto semantico per oggetti o concetti nuovi”, precisa D’Achille. “Ciò che allarma è la sostituzione indiscriminata di parole italiane esistenti, precise e cariche di storia, con termini inglesi usati spesso a sproposito o per pura velleità di apparire moderni. Questo non è arricchimento, è impoverimento espressivo”.

È quella che molti definiscono “pigrizia intellettuale”. Quando usiamo competitors al posto di concorrenti, o meeting al posto di riunione, non stiamo aggiungendo valore: stiamo rendendo la nostra lingua più piatta, meno comunicativa per chi non mastica l’inglese del marketing, creando nuovi muri sociali.

Un bilinguismo virtuoso, non sostitutivo

L’Accademia della Crusca non propone un ritorno al passato o una chiusura autarchica. Al contrario, D’Achille invoca un modello di convivenza tra lingue che sia rispettoso delle identità.

“Dobbiamo aspirare a un bilinguismo funzionale e virtuoso. L’inglese è la lingua della comunicazione globale ed è indispensabile conoscerlo. Ma l’internazionalizzazione non deve coincidere con l’anglicizzazione forzata. L’italiano deve restare la lingua in cui pensiamo, approfondiamo e costruiamo la nostra visione critica della realtà”.

Parole, quelle del Presidente Paolo D’Achille, che ci invitano a riflettere: amare la cultura significa capire che la lingua è lo scrigno che la contiene. Se lo scrigno si rompe, il contenuto si disperde. La bellezza di una lingua come la nostra risiede nella sua capacità di essere elastica, musicale e incredibilmente precisa. Perderne i pezzi significa guardare il mondo con meno colori.

La responsabilità dei “custodi” della lingua italiana

L’articolo di D’Achille si chiude con un appello implicito che noi vogliamo fare nostro. La sopravvivenza dell’italiano non dipende solo dalle decisioni di un ministero o dalle regole della Crusca. Dipende da noi. Ogni volta che scegliamo una parola italiana invece di un sinonimo anglofono abusato, stiamo compiendo un atto di resistenza culturale.

Dobbiamo tornare a pretendere che le istituzioni parlino ai cittadini in modo chiaro, usando l’italiano. Dobbiamo pretendere che le nostre università non diventino enclave anglofone dove la lingua madre è bandita.

“La lingua è un bene comune”, conclude idealmente D’Achille, “e come tale va curata, protetta e, soprattutto, usata in tutta la sua interezza”.

In una società che tende verso l’omologazione anche in campo linguistico, difendere l’italiano significa difendere la capacità di un pensiero critico. Condividiamo l’appello del presidente dell’Accademia della Crusca Paolo D’Achille, perché crediamo fermamente che non ci sia identità nazionale senza un forte riconoscimento del valore identitario della nostra lingua italiana.

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