Nel vasto repertorio verbale della lingua italiana esiste un termine poco conosciuto ma affascinante: “orizzontare” (o “orizzonare” in alcune varianti), verbo che indica l’atto di collocare qualcosa o se stessi rispetto all’orizzonte e ai punti cardinali. Sostanzialmente sinonimo del più comune “orientare”, questo verbo rappresenta un caso interessante di variazione lessicale che merita di essere esplorato nella sua etimologia, nei suoi usi, nelle sue sfumature semantiche e nel suo valore metaforico. Comprendere “orizzontare” significa anche riflettere su come la lingua crei continuamente varianti espressive per concetti fondamentali e su come termini apparentemente tecnici possano acquisire profondità filosofiche ed esistenziali.
Dall’etimologia alla lingua italiana: dall’orizzonte all’azione
“Orizzontare” deriva dal sostantivo “orizzonte”, con l’aggiunta del suffisso verbale “-are” che trasforma il nome in verbo d’azione. “Orizzonte” a sua volta proviene dal latino “horizon, horizontis”, prestito dal greco “horízōn (kýklos)”, letteralmente “cerchio che delimita”, participio presente del verbo “horízein” (delimitare, separare), derivato da “hóros” (confine, limite).
L’orizzonte è quindi etimologicamente il “confine che delimita”, quella linea apparente dove la terra sembra incontrare il cielo, il limite visivo del nostro sguardo. Orizzontare significa quindi letteralmente “riferirsi a questo confine, collocarsi rispetto a questo limite”.
La formazione del verbo è analoga a quella di “orientare” (da oriente), anche se quest’ultimo ha una storia più antica e consolidata. Entrambi i verbi nascono dalla necessità di descrivere l’atto di determinare la propria posizione nello spazio.
Il significato proprio: la topografia dello spazio
Nel suo significato letterale e tecnico, “orizzontare” indica l’azione di collocare, disporre qualcosa in una posizione determinata rispetto all’orizzonte e ai punti cardinali. È un termine che appartiene al linguaggio della topografia, della navigazione, dell’orientamento spaziale.
Quando si “orizzonta” un oggetto o uno strumento, lo si posiziona secondo coordinate precise che tengono conto dell’orizzonte come riferimento fondamentale. In questo uso, “orizzontare” è praticamente sinonimo di “orientare”, anche se il dizionario Treccani nota che è “meno com. e meno esatto”.
Questa precisazione (“meno esatto”) è interessante: suggerisce che “orientare”, con il suo riferimento all’Oriente come punto cardinale preciso, sia considerato più rigoroso dal punto di vista tecnico rispetto a “orizzontare”, che fa riferimento al più generico orizzonte. È una sfumatura sottile ma significativa nella storia dei due termini.
L’uso riflessivo: orizzontarsi
Come nota il dizionario, molto più frequente del transitivo “orizzontare” è la forma riflessiva “orizzontarsi”, perfettamente parallela a “orientarsi”. Qui il verbo acquista tutta la sua ricchezza semantica e pragmatica.
Nel significato proprio spaziale: “orizzontarsi” significa stabilire la propria posizione rispetto ai punti cardinali, riconoscere il luogo dove ci si trova, capire la direzione che si sta seguendo. L’esempio fornito dal dizionario è eloquente: “in questo dedalo di viuzze non riesco a orizzontarmi” – la situazione classica del viaggiatore smarrito in un centro storico sconosciuto, che ha perso il senso della direzione.
Questa impossibilità di orizzontarsi genera un senso di smarrimento, di perdita di controllo, quasi di vertigine. Sapere dove siamo rispetto all’orizzonte e ai punti cardinali è un bisogno umano fondamentale, legato al nostro essere creature che abitano lo spazio fisico.
Il passaggio metaforico: orizzontarsi nel senso figurato
Ma è nell’uso figurato che “orizzontarsi” rivela tutta la sua potenza espressiva. Il verbo passa dal dominio spaziale-geografico a quello cognitivo-esistenziale con naturalezza, seguendo un percorso metaforico che è comune a molte lingue.
“Orizzontarsi” nel senso figurato significa:
- Ritrovarsi di fronte a una situazione complessa
- Raccapezzarsi in un contesto nuovo
- Avere le idee chiare rispetto a un problema
- Capire come muoversi in un ambiente sconosciuto (lavorativo, sociale, culturale)
Gli esempi del dizionario sono perfetti: “non sono ancora capace di orizzontarmi nel nuovo lavoro” (il disorientamento professionale di chi cambia occupazione); “la situazione è così ingarbugliata che è difficile orizzontarsi” (la complessità che impedisce la comprensione).
Questo uso metaforico non è arbitrario ma cognitivamente motivato: pensiamo lo spazio concettuale usando le categorie dello spazio fisico. Se siamo “persi” geograficamente, possiamo essere “persi” anche intellettualmente o emotivamente. Se dobbiamo “trovare la strada” in una città, dobbiamo anche “trovare la strada” nella vita o in un problema complesso.
Il confronto con “orientarsi”
Inevitabile il confronto con il più comune “orientarsi”. Quali differenze esistono, se esistono, tra i due verbi?
Sul piano denotativo, sono sostanzialmente sinonimi. Entrambi indicano lo stesso processo di determinazione della propria posizione nello spazio fisico o metaforico. La scelta dell’uno o dell’altro dipende più da preferenze stilistiche, abitudini regionali, o variazione espressiva che da differenze semantiche sostanziali.
Tuttavia, si possono rilevare alcune sfumature:
Frequenza d’uso: “orientarsi” è molto più comune, quasi universale; “orizzontarsi” è più raro, marcato come scelta stilistica particolare.
Connotazione: “orientarsi” ha una connotazione forse più tecnica, più precisa (l’Oriente come punto cardinale fisso); “orizzontarsi” può suonare più evocativo, più legato alla percezione visiva dell’orizzonte che ci circonda.
Registro: “orizzontarsi” ha probabilmente un registro leggermente più elevato, più letterario, meno colloquiale di “orientarsi”.
Distribuzione geografica: possibile che “orizzontarsi” abbia maggiore vitalità in certe regioni italiane rispetto ad altre, anche se mancano studi sistematici su questo punto.
La relativa rarità di “orizzontare/orizzontarsi” rispetto a “orientare/orientarsi” non è necessariamente un difetto. Al contrario, può essere vista come una risorsa stilistica. Usare “orizzontarsi” invece del più comune “orientarsi” è una scelta che:
- Arricchisce la varietà lessicale
- Evita ripetizioni quando “orientare” è già stato usato
- Conferisce un tono leggermente più ricercato al discorso
- Richiama più direttamente l’immagine dell’orizzonte come confine visivo
Per uno scrittore attento alla lingua, avere a disposizione due verbi sostanzialmente sinonimi ma con sfumature diverse è una ricchezza, non una ridondanza.
C’è anche una dimensione filosofica nell’idea di “orizzontarsi” che vale la pena esplorare. L’orizzonte non è solo un dato geografico ma anche una metafora esistenziale potente.
L’orizzonte è ciò che ci circonda, il confine del nostro campo visivo, ma anche il limite mai raggiungibile: più ci avviciniamo, più si allontana. È insieme limite e apertura, confine e possibilità.
“Orizzontarsi” significa quindi non solo trovare il proprio posto rispetto a coordinate fisse (i punti cardinali), ma anche rispetto a questo limite mobile e sfuggente che è l’orizzonte della nostra esistenza. Significa capire dove siamo tra ciò che conosciamo e ciò che ci è ignoto, tra il dato e il possibile.
La fenomenologia esistenziale, da Husserl a Heidegger a Merleau-Ponty, ha fatto dell’orizzonte una categoria fondamentale: l’orizzonte di senso, l’orizzonte temporale, l’orizzonte del mondo vissuto. In questa tradizione filosofica, “orizzontarsi” acquisterebbe un significato ancora più profondo: trovare il proprio posto nell’orizzonte del senso, comprendere la propria posizione esistenziale.
Gli usi letterari e giornalistici
Sebbene raro, “orizzontarsi” compare occasionalmente in testi letterari e giornalistici, dove viene scelto proprio per la sua relativa infrequenza che lo rende più marcato, più notevole.
Uno scrittore può scegliere “mi ci vollero giorni per orizzontarmi in quella città” invece di “orientarmi” proprio per la risonanza particolare del verbo, per l’evocazione dell’orizzonte come elemento visivo oltre che concettuale.
Nel giornalismo politico o economico, frasi come “difficile orizzontarsi in questa situazione fluida” o “gli investitori faticano a orizzontarsi nel nuovo scenario” sfruttano la metafora spaziale con particolare efficacia.
“Orizzontare” e “orizzontarsi” sono verbi vitali o moribondi? La risposta dipende dal criterio adottato. Se guardiamo alla frequenza d’uso assoluta, sono certamente rari, eclissati dal molto più comune “orientare/orientarsi”.
Ma la rarità non è morte. Un termine raro ma ancora compreso, ancora usato occasionalmente, ancora registrato nei dizionari, ha una sua vitalità residua. È una risorsa disponibile per chi voglia arricchire il proprio lessico, variare l’espressione, cercare sfumature particolari.
Inoltre, la forma riflessiva “orizzontarsi” sembra godere di maggiore vitalità rispetto alla forma transitiva “orizzontare”, seguendo un pattern comune in italiano dove molti verbi di percezione e posizionamento sono più vitali nella forma riflessiva (orientarsi, situarsi, collocarsi, ecc.).
“Orizzontare” e soprattutto “orizzontarsi” meritano di essere conosciuti e, occasionalmente, usati. Non sono arcaismi desueti ma varianti espressive legittime e funzionali, che arricchiscono il patrimonio lessicale della lingua italiana.
La loro esistenza ci ricorda che la lingua è ricca di sinonimi che non sono mai perfettamente identici, che ogni parola porta con sé sfumature, risonanze, storie particolari. Scegliere “orizzontarsi” invece di “orientarsi” non è solo questione di variazione stilistica ma anche di attenzione alla radice metaforica del termine, all’immagine dell’orizzonte che delimita e insieme apre.
In un’epoca in cui il vocabolario tende a impoverirsi, in cui si usano sempre le stesse parole per economia o pigrizia espressiva, preservare e occasionalmente usare termini come “orizzontarsi” è un piccolo atto di resistenza linguistica, un modo di mantenere viva la ricchezza e la varietà della lingua italiana.
