La parola “cominciamento” appartiene a una zona affascinante e oggi poco frequentata della lingua italiana: quella dei sostantivi astratti di matrice verbale, che conservano una forte impronta letteraria e concettuale. È un termine corretto, pienamente attestato e storicamente rilevante, ma percepito come solenne, arcaizzante o poetico rispetto a sinonimi più comuni come inizio o principio. Analizzarne l’origine e il significato significa riflettere non solo su una parola, ma sull’idea stessa di inizio, uno dei concetti fondamentali dell’esperienza umana.
Lingua italiana e parole in disuso
Dal punto di vista etimologico, cominciamento deriva direttamente dal verbo cominciare, con l’aggiunta del suffisso -mento, tipico della formazione di nomi d’azione o di risultato. Il verbo “cominciare” ha a sua volta un’origine complessa: risale al latino tardo cominitiare o cominitiare, legato al concetto di initium (inizio), ma con una sfumatura dinamica, che indica l’atto concreto dell’avviare qualcosa. “Cominciamento”, dunque, non è semplicemente l’“inizio” come punto astratto, ma l’atto del cominciare, il momento in cui qualcosa prende forma e si mette in moto.
Questa differenza è centrale per comprendere il valore semantico della parola. Mentre “inizio” può indicare un punto cronologico, quasi matematico, e “principio” può assumere un significato anche morale o teorico, “cominciamento” conserva una dimensione processuale. È l’inizio visto dall’interno, come movimento, come gesto che inaugura uno sviluppo. In questo senso, la parola è profondamente legata all’esperienza concreta del fare e del vivere.
Non sorprende, dunque, che “cominciamento” sia molto presente nella letteratura antica e classica. Dante Alighieri, ad esempio, lo usa in modo tecnico e preciso: “nel cominciamento del secondo verso”. Qui la parola non ha nulla di vago o sentimentale; è uno strumento esatto per indicare un punto specifico di un testo poetico. Il fatto che Dante scelga “cominciamento” e non un altro termine mostra quanto la parola fosse naturale e funzionale nella lingua del tempo.
Anche Giacomo Leopardi la utilizza in un contesto altamente meditativo: “il cominciamento della vita”. In questo caso, il termine assume una profondità esistenziale notevole. Non si tratta solo dell’inizio cronologico dell’esistenza, ma del momento in cui la vita si apre come possibilità, come promessa e, insieme, come enigma. “Cominciamento” suggerisce un’origine carica di potenzialità, ma anche di fragilità, coerentemente con la visione leopardiana dell’esistenza.
Dal punto di vista stilistico, “cominciamento” appartiene a un registro letterario elevato. Non è una parola che si usa comunemente nel parlato quotidiano, dove prevalgono “inizio” o “partenza”. Tuttavia, proprio questa distanza dall’uso comune le conferisce una forza particolare nei contesti poetici, filosofici o saggistici. Usare “cominciamento” significa rallentare il discorso, conferirgli gravità, invitare il lettore a soffermarsi sul valore simbolico dell’inizio.
È interessante notare come il termine sia rimasto stabile nel significato, pur cambiando di frequenza d’uso. Non ha subito slittamenti semantici importanti: indica ancora oggi, come nei secoli passati, il principio, l’avvio di qualcosa. Ciò che è mutato è il contesto: mentre un tempo era parola corrente anche in testi pratici, oggi è confinata soprattutto alla scrittura letteraria o a un uso volutamente ricercato.
Il confronto con sinonimi come inizio, principio, esordio e avvio permette di cogliere meglio le sfumature di “cominciamento”. “Inizio” è neutro e universale; “principio” ha spesso una dimensione teorica o morale; “esordio” richiama l’idea di debutto, spesso artistico; “avvio” suggerisce una preparazione graduale. “Cominciamento”, invece, tiene insieme atto e tempo, gesto e durata, ponendosi come parola capace di evocare sia il momento inaugurale sia il processo che ne scaturisce.
Una lunga tradizione
Dal punto di vista culturale, il termine risuona anche di una lunga tradizione filosofica e religiosa. L’idea di “cominciamento” richiama immediatamente il tema dell’origine, della creazione, del nascere. Non è un caso che nella tradizione cristiana e medievale l’inizio del mondo e della storia umana sia spesso pensato come un “cominciamento”, non solo come un punto zero, ma come un atto fondativo carico di senso.
In epoca moderna, il progressivo abbandono di “cominciamento” nel linguaggio comune riflette una tendenza generale della lingua italiana verso la semplificazione e l’economia espressiva. Tuttavia, la parola non è scomparsa: è rimasta come risorsa stilistica, pronta a essere recuperata quando si vuole dare all’idea di inizio una maggiore densità semantica.
In conclusione, “cominciamento” è una parola che porta con sé una visione dell’inizio come atto significativo, non riducibile a un semplice istante. È il segno linguistico di un avvio che implica movimento, possibilità, sviluppo. Proprio per questo, anche se oggi è percepita come letteraria, conserva una forza espressiva rara, capace di restituire al concetto di inizio tutta la sua complessità e profondità.
