Tra i dubbi ortografici più frequenti della lingua italiana c’è quello relativo alla corretta scrittura delle forme verbali dei verbi che terminano in -gnare: si scrive “sogniamo” o “sognamo”? “Bagniate” o “bagnate”? “Accompagniamo” o “accompagnamo”? La questione, che può sembrare a prima vista capricciosa o arbitraria, ha in realtà radici linguistiche profonde che coinvolgono la fonetica, la morfologia e la storia della codificazione ortografica italiana. Comprendere le ragioni di questa apparente anomalia significa addentrarsi in uno degli aspetti più affascinanti del sistema grafico della nostra lingua.
Il digramma GN nella lingua italiana
Per capire il problema, dobbiamo partire dalla natura del digramma “gn”. In italiano, la combinazione delle due lettere g e n rappresenta un singolo suono, quello che i linguisti chiamano “nasale palatale” e che possiamo indicare convenzionalmente con il simbolo [ñ] dello spagnolo (come in “señor”). Questa combinazione di due grafemi (lettere) per rappresentare un solo fonema (suono) è detta “digramma”.
La conseguenza pratica di questa natura è che in italiano il digramma gn, quando è seguito dalle vocali a, e, o, u, non richiede mai la i intermedia. Per questo si scrive “castagna” e non *”castagnia”, “gnomo” e non *”gniomo”, “spegnere” e non *”spegniere”. La i dopo gn sarebbe ridondante, perché il suono palatale è già espresso dalla combinazione gn. Questa regola, imparata normalmente a scuola, sembra chiara e semplice.
L’apparente eccezione: quando compare la i
Esistono però numerosi casi in cui nella scrittura italiana troviamo la sequenza “gni”: “compagnia”, “lagnìo”, “sogniamo”, “bagniamo”, “regniate”. Come si spiega questa apparente contraddizione con la regola? La risposta sta nell’analisi morfologica, cioè nella scomposizione delle parole nei loro elementi costitutivi.
In parole come “compagnia” o “lagnìo”, la presenza della i non viola affatto la regola del digramma gn. In questi casi, infatti, la i appartiene a un morfema (un’unità minima di significato) diverso: “compagn-ia”, “lagn-io”. Non si tratta di una i che serve a indicare il suono palatale del gruppo gn, ma di una i che fa parte del suffisso nominale -ia o -io. È un incontro “casuale”, per così dire, tra un morfema lessicale che termina in -gn e un morfema derivativo o flessivo che inizia con i.
Il caso dei verbi: l’analisi morfologica
La stessa logica si applica ai verbi. Prendiamo il verbo “sognare”: il morfema lessicale, cioè la radice che porta il significato fondamentale del verbo, è “sogn-“. A questa radice si aggiungono le desinenze, cioè i morfemi flessivi che indicano modo, tempo, persona e numero.
La desinenza della prima persona plurale dell’indicativo e del congiuntivo presente di tutti i verbi italiani è “-iamo”. Per un verbo regolare come “amare”, abbiamo: am-iamo. Per “temere”: tem-iamo. Per “partire”: part-iamo. E per “sognare”? Seguendo la stessa logica morfologica, dovremmo avere: sogn-iamo.
Quindi, dal punto di vista strettamente morfologico, la forma corretta sarebbe “sogniamo”, perché la i appartiene alla desinenza -iamo, non è una i superflua aggiunta al digramma gn. Omettere quella i significherebbe “mutilare” la desinenza, trasformandola in -amo, che non è la desinenza standard della prima persona plurale.
La realtà fonetica: la i “assorbita”
Ma qui emerge il problema: dal punto di vista fonetico, “sogniamo” e “sognamo” si pronunciano esattamente allo stesso modo. Il suono palatale [ñ] del gruppo gn “assorbe” completamente la i che segue, rendendola impercettibile nella pronuncia. Quando diciamo “sogniamo” [soñamo], non produciamo un suono distinto per la i: essa viene inglobata nella palatale.
Questa discrepanza tra grafia e pronuncia è all’origine del dubbio ortografico. Nella pronuncia la i è muta, quindi perché dovrebbe comparire nella scrittura? Non sarebbe più coerente scrivere come si pronuncia?
La norma: tolleranza e motivazioni
Di fronte a questa situazione, la normativa grammaticale italiana ha assunto una posizione di relativa tolleranza. Come scrive Giuseppe Patota nell’appendice alla grammatica di Serianni, forme come “bagnamo” o “bagnate” (senza la i) “non potrebbero essere considerati errori”, anche se mantenerla graficamente può essere “opportuno per ribadire la solidarietà di quelle forme con tutti gli altri indicativi e congiuntivi in -iamo”.
In altre parole, entrambe le grafie sono accettabili, ma ci sono buone ragioni per preferire la forma con la i:
Coerenza morfologica: mantenere la i significa mantenere intatta la desinenza -iamo in tutte le coniugazioni. Questo crea una regolarità paradigmatica: tutti i verbi alla prima persona plurale hanno -iamo, senza eccezioni. Se scriviamo “sognamo”, creiamo un’apparente irregolarità.
Distinzione di modi e tempi: in alcuni casi, l’omissione della i può creare ambiguità. Per esempio, “bagnate” potrebbe essere tanto la seconda persona plurale dell’indicativo presente quanto dell’imperativo, mentre “bagniate” è chiaramente il congiuntivo presente. La presenza della i aiuta a distinguere i modi verbali.
Tradizione ortografica: il sistema grafico italiano, codificato dal Vocabolario della Crusca nel 1612, si basa sul principio morfologico oltre che su quello fonetico. La scrittura non rispecchia solo la pronuncia, ma anche la struttura morfologica delle parole, rendendo visibili i confini tra morfemi anche quando questi non sono percettibili nella pronuncia.
Il contesto storico: grammatici e tipografi del Cinquecento
Come ricorda Nicoletta Maraschio, studiosa dell’Accademia della Crusca, il sistema ortografico italiano è frutto del lavoro dei grammatici e dei tipografi cinquecenteschi, che hanno creato “un sistema grafico di tipo fonetico” ma non esclusivamente fonetico. Ci sono zone del sistema in cui prevale il criterio morfologico o etimologico rispetto a quello puramente fonico.
Questa scelta di privilegiare la trasparenza morfologica rispetto alla perfetta corrispondenza tra suoni e segni non è esclusiva dell’italiano. Molte lingue con ortografie consolidate presentano questi “scostamenti” tra pronuncia e scrittura, che però servono a rendere più chiare le strutture grammaticali sottostanti.
La posizione di Amerindo Camilli
Il linguista Amerindo Camilli, citato dall’Accademia della Crusca, sottolinea che “la resistenza alla soppressione [della i] è maggiore perché tolta la i, rimane sfigurato il suffisso”. In altre parole, dal punto di vista di chi conosce la struttura della lingua, eliminare la i significa deformare un morfema, rendere meno trasparente la composizione della parola.
Questa osservazione ci ricorda che l’ortografia non serve solo a trascrivere suoni, ma anche a rendere visibili le strutture grammaticali, facilitando la comprensione e l’analisi linguistica.
Quale forma preferire?
Alla domanda pratica – “Devo scrivere sognamo o sogniamo?” – la risposta più corretta è: entrambe le forme sono accettabili secondo la norma grammaticale attuale, ma “sogniamo” (con la i) è preferibile per diversi motivi:
- Mantiene la coerenza con tutte le altre coniugazioni
- Rende visibile la struttura morfologica del verbo
- Evita possibili ambiguità tra modi e tempi diversi
- È la forma tradizionalmente preferita dai grammatici e dai testi più attenti
La forma “sognamo” (senza la i) non è un errore grave, ma rappresenta una semplificazione che sacrifica la trasparenza morfologica alla perfetta corrispondenza fonetica.
Un caso particolare: la prima persona singolare
Vale la pena notare che il dubbio non si pone per la prima persona singolare. La desinenza della prima persona singolare dell’indicativo presente è -o, quindi si scrive sempre e solo “sogno”, “bagno”, “guadagno”, mai *”sognio” o *”bagnio”. Qui non c’è alcuna i nella desinenza, quindi non può comparire nemmeno nella grafia.
La questione di “sognamo/sogniamo” ci mostra quanto sia sofisticato il sistema ortografico italiano, che bilancia sapientemente criteri fonetici, morfologici e storici. Non è un sistema perfettamente trasparente dal punto di vista fonetico (altrimenti scriveremmo come pronunciamo), ma questa “imperfezione” serve in realtà a uno scopo più alto: rendere visibili le strutture grammaticali, mantenere la coerenza paradigmatica, facilitare la comprensione della lingua.
La tolleranza della norma riflette il riconoscimento che in casi come questi non esiste una soluzione univoca e perfetta: si può privilegiare la pronuncia (sognamo) o la morfologia (sogniamo). Ma la tradizione e la logica grammaticale suggeriscono di preferire la seconda opzione, riconoscendo che quella i, anche se muta nella pronuncia, ha una sua funzione e dignità nella rappresentazione scritta della struttura verbale italiana.
