Lingua italiana: si dice disuguale o diseguale?

20 Gennaio 2026

diseguale o disuguale? La lingua italiana reputa corretta solo una delle due forme suddette o le reputa entrambe valide possibilità?

Lingua italiana: si dice disuguale o diseguale?

Nel panorama dei dubbi ortografici della lingua italiana, la questione “diseguale o disuguale?” rappresenta un caso particolare che unisce etimologia, evoluzione fonetica e tradizione letteraria. A differenza di molti altri dubbi linguistici, qui non siamo di fronte a un errore diffuso contro cui combattere, ma a due forme entrambe corrette, con una storia che merita di essere raccontata. Comprendere questa variazione significa addentrarsi nei meccanismi attraverso cui le parole latine si sono trasformate in italiano e nelle scelte stilistiche che hanno caratterizzato la nostra tradizione letteraria.

La risposta breve: entrambe le forme sono corrette

Per chi cerca una risposta rapida: sia “diseguale” che “disuguale” sono forme corrette e accettate dalla norma ortografica italiana. Tuttavia, “disuguale” è attualmente la forma più comune e più frequente nell’uso contemporaneo, mentre “diseguale” è considerata una variante più rara e letteraria, sebbene pienamente legittima.

I principali dizionari italiani registrano entrambe le forme. Il Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI), il Vocabolario Treccani, lo Zingarelli, il Devoto-Oli: tutti riportano sia “disuguale” che “diseguale”, generalmente indicando la prima come forma principale e la seconda come variante.

L’origine latina e l’evoluzione fonetica

Per comprendere l’esistenza di questa doppia forma, dobbiamo partire dal latino. L’aggettivo italiano deriva dal latino “disaequalis”, composto dal prefisso negativo “dis-” e dall’aggettivo “aequalis” (uguale, uniforme), a sua volta derivato da “aequus” (piano, uguale).

In latino, il dittongo “ae” si pronunciava originariamente come due vocali distinte, ma già nel latino tardo tendeva a monottongare, cioè a semplificarsi in una sola vocale. Questa evoluzione fonetica ha prodotto esiti diversi nelle lingue romanze: in italiano il dittongo latino “ae” si è generalmente trasformato in “e”.

Da “aequalis” deriva quindi l’italiano “eguale” (oggi più comune nella forma “uguale”). Il prefisso “dis-” si è mantenuto, dando vita a “diseguale”. Questa è la forma etimologicamente più trasparente, quella che mostra chiaramente la derivazione dal latino.

La variante “disuguale”: assimilazione vocalica

Ma come si spiega la forma “disuguale”? Questa variante è il risultato di un fenomeno fonetico chiamato assimilazione vocalica o, più specificamente, armonizzazione vocalica. La “e” centrale (dis-e-guale) si è assimilata alla “u” che segue nella seconda parte della parola (u-guale), producendo “dis-u-guale”.

Questo tipo di fenomeno non è raro in italiano. Le vocali atone (cioè non accentate), come quella in posizione centrale in “diseguale”, tendono a essere instabili e possono subire l’influenza delle vocali vicine, specialmente quando queste sono toniche (accentate).

La forma “uguale” (con la “u” iniziale) era già affermata in italiano accanto a “eguale” (con la “e” iniziale). Quando si è aggiunto il prefisso “dis-“, la presenza della “u” in “uguale” ha favorito la trasformazione di “diseguale” in “disuguale” per armonia vocalica.

La testimonianza dei dizionari storici della lingua italiana

I dizionari storici ci permettono di ricostruire l’evoluzione dell’uso delle due forme. La Crusca, nelle sue varie edizioni, ha registrato entrambe le varianti, anche se con fortune alterne.

Tommaso-Bellini (1865-1879) riporta “Disuguale” come lemma principale, glossandolo come “Non uguale; che non ha uguaglianza”. Gli esempi d’autore includono Dante (“Poi che la carità del natio loco / Mi strinse, raunai le fronde sparte, / E rende’le a colui ch’era già fioco. / Indi venimmo al fine, ove si parte / Lo secondo giron dal terzo, e dove / Si vede di giustizia orribil arte. / A ben manifestar le cose nuove, / Dico che arrivammo ad una landa, / Che dal suo letto ogni pianta rimuove. / La dolorosa selva l’è ghirlanda / Intorno, come’l fosso tristo ad essa: / Quivi fermammo i passi a randa a randa. /

Lo spazzo era una rena arida e spessa, / Non d’altra foggia fatta, che colei / Che fu da’ piè di Caton già soppressa. / O vendetta di Dio, quanto tu dei / Esser temuta da ciascun, che legge / Ciò che fu manifesto agli occhi miei! / D’anime nude vidi molte gregge, / Che piangean tutte assai miseramente, / E parea posta lor diversa legge. / Supin giaceva in terra alcuna gente; / Alcuna si sedea tutta raccolta, / Ed altra andava continuamente. / Quella che giva intorno era più molta, / E quella men, che giaceva al tormento, / Ma più al duolo avea la lingua sciolta”), Boccaccio e altri autori classici.

Il Petrocchi (1887-1891) registra “Disuguale” come forma principale, definendola “Che non è uguale, che ha disuguaglianza; Difforme, Diverso”.

L’uso nella letteratura italiana

Nella grande letteratura italiana troviamo entrambe le forme, anche se con prevalenze diverse a seconda delle epoche e degli autori.

Dante usa “disuguale” nella Divina Commedia: “per che a conoscer l’un per l’altro sire / tra esso drappo e ‘l pascer disuguale” (Purgatorio, XI, 61-62). Anche Petrarca preferisce generalmente “disuguale”.

Boccaccio alterna le due forme, come testimoniano i dizionari storici che citano esempi con entrambe le varianti.

Nel Settecento e nell’Ottocento, “disuguale” sembra consolidarsi come forma prevalente, sebbene “diseguale” non scompaia mai completamente dall’uso letterario.

Autori del Novecento hanno continuato a usare entrambe le forme, con una netta preferenza per “disuguale” nella prosa e nel linguaggio tecnico-scientifico.

L’uso contemporaneo: statistiche e tendenze

Nell’italiano contemporaneo, “disuguale” è decisamente la forma dominante. Una ricerca nei corpora testuali moderni (come il CORIS – Corpus di Riferimento dell’Italiano Scritto) mostra che “disuguale” è molto più frequente di “diseguale”, con un rapporto di circa 10 a 1 o anche maggiore.

Nei testi giornalistici, scientifici, burocratici, la forma usata è quasi esclusivamente “disuguale”. “Diseguale” sopravvive principalmente in contesti letterari, poetici, o quando si vuole conferire al testo un tono arcaicizzante o particolare.

Anche nel parlato, “disuguale” è la forma quasi universalmente usata. “Diseguale” suonerebbe affettata o letteraria alla maggior parte dei parlanti.

Le forme derivate

La prevalenza di “disuguale” si riflette anche nelle forme derivate. Il sostantivo astratto corrispondente è “disuguaglianza” (non *”diseguaglianza”), forma unica e obbligata. Anche l’avverbio è “disugualmente” (più raro “disegualmente”).

Questo dato è significativo: mentre per l’aggettivo base esistono due varianti, per i derivati si è affermata una forma unica, quella basata su “disuguale”. Questo suggerisce che “disuguale” è percepita come la forma base, standard, mentre “diseguale” è vista come una variante.

Quale forma scegliere?

Dal punto di vista normativo, la scelta è libera: entrambe le forme sono corrette. Tuttavia, dal punto di vista pragmatico e stilistico, ci sono alcune considerazioni:

Per l’uso comune, giornalistico, saggistico, scientifico: preferire “disuguale”, che è la forma standard, più frequente, immediatamente riconoscibile.

Per l’uso letterario, poetico, arcaicizzante: “diseguale” può essere una scelta stilistica consapevole per conferire un tono particolare al testo, più elevato o tradizionale.

Per coerenza interna: se si usa “uguale” (con la u), è coerente usare “disuguale”; se si preferisce “eguale” (con la e, forma più rara ma non scorretta), si potrebbe optare per “diseguale”.

Per evitare dubbi: usare sempre “disuguale” garantisce di essere nel mainstream linguistico contemporaneo.

Il confronto con “uguale/eguale”

La questione di “disuguale/diseguale” è parallela a quella di “uguale/eguale”. Anche qui esistono due forme corrette, con “uguale” nettamente prevalente nell’uso contemporaneo ed “eguale” sentita come più letteraria e rara.

La preferenza per “uguale” (e conseguentemente “disuguale”) rispetto a “eguale” (“diseguale”) riflette una tendenza generale dell’italiano moderno a preferire forme con la “u” in questa posizione. È una scelta eufonico-stilistica che si è consolidata nell’uso.

La questione “diseguale o disuguale?” è un esempio di variazione ortografica libera in italiano, fenomeno relativamente raro in una lingua fortemente codificata come la nostra. Entrambe le forme hanno dignità etimologica, tradizione letteraria, riconoscimento normativo.

La prevalenza netta di “disuguale” nell’uso contemporaneo non delegittima “diseguale”, che resta una variante corretta e utilizzabile, specialmente in contesti letterari o quando si desidera un particolare effetto stilistico.

Per il parlante comune, la raccomandazione pratica è semplice: usare “disuguale”, la forma standard e più frequente. Ma sapere che “diseguale” è ugualmente corretta arricchisce la consapevolezza linguistica e permette scelte stilistiche più consapevoli quando necessario.

In definitiva, questa doppia possibilità è una ricchezza della lingua italiana, che conserva tracce di diverse fasi della propria evoluzione e offre ai parlanti e agli scrittori opzioni espressive differenziate.

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