C’è una formula nella lingua italiana che chiunque abbia mai organizzato un evento, firmato un contratto, letto una comunicazione ufficiale o ricevuto una disdetta conosce bene: quel sintagma con cui si indica un appuntamento rimandato senza fissarne ancora la nuova data. Ma nel momento di scriverla, quasi sempre arriva il dubbio: si dice «in data da destinarsi» o «a data da destinarsi»? La preposizione «in» o la preposizione «a»?
Il dubbio è frequentissimo e per nulla banale. Entrambe le forme circolano nella lingua scritta italiana, entrambe si trovano in documenti ufficiali, comunicati stampa, contratti, avvisi pubblici. Eppure tra le due esiste una differenza che vale la pena esplorare: una differenza grammaticale, logica e stilistica che non riguarda solo il caso specifico di questa formula, ma illumina il funzionamento più profondo delle preposizioni italiane e il modo in cui esse costruiscono il rapporto tra il parlante e il tempo.
Le due forme a confronto
Prima di affrontare la questione della preposizione, vale la pena soffermarsi sull’elemento più raro e più affascinante della formula: il verbo «destinarsi» nella forma «da destinarsi». Questa costruzione è una sorta di participio futuro (anche se, in realtà, in italiano non esiste il participio futuro) passivo di valore perifrastico, che in italiano ha una lunga tradizione nel linguaggio giuridico e burocratico. La struttura «da + infinito» indica ciò che deve essere fatto, che deve avvenire, che è in attesa di compimento: «un modulo da compilare», «una somma da versare», «una data da destinarsi».
Il verbo «destinare» significa qui «fissare», «stabilire», «assegnare in modo definitivo». Una data «da destinarsi» è quindi una data che deve ancora essere fissata, che è in attesa di essere determinata, che rimane aperta e indeterminata nel futuro. La formula dice: sappiamo che ci sarà una data, ma non sappiamo ancora quale. È la sospensione del tempo burocratico: il futuro esiste, ma non ha ancora forma.
Il riflessivo «-si» in «destinarsi» ha valore passivo: non «è destinata a se stessa», ma «deve essere destinata», «deve essere stabilita». È una forma tipica del linguaggio burocratico e legale italiano, dove il riflessivo passivo esprime la necessità o l’obbligo in modo impersonale: «trattasi», «dicasi», «destinarsi». Queste forme hanno una gravità e una distanza istituzionale che le rende adatte ai documenti ufficiali e ai rinvii formali.
La grammatica delle preposizioni: «a» e «in» con le espressioni di tempo
Il nodo centrale del dubbio è grammaticale: quale preposizione è corretta davanti a «data» in questa formula? Per rispondere, bisogna esaminare come l’italiano usa le preposizioni «a» e «in» nelle espressioni temporali.
La preposizione «in» con le espressioni di tempo indica generalmente una collocazione all’interno di un periodo, di un intervallo, di una cornice temporale già definita o definibile. Si dice «in estate», «in gennaio», «in data odierna», «in quel momento»: in tutti questi casi «in» colloca l’evento dentro una dimensione temporale già identificata, già presente nella mente del parlante come contenitore. «in data odierna» funziona perché la data odierna è nota, determinata, identificabile: si può essere «dentro» di essa.
La preposizione «a» con le espressioni di tempo indica invece orientamento verso un punto preciso, una scadenza, un momento puntuale nel futuro o nel passato. Si dice «a domani», «a giugno», «a tempo indeterminato», «a breve», «a lungo termine»: in tutti questi casi «a» indica il punto verso cui ci si orienta, non il contenitore in cui ci si trova. È una preposizione di movimento e di orientamento, non di collocazione statica.
Applicata alla formula in questione, questa distinzione diventa rivelatrice. «in data da destinarsi» userebbe «in» per collocare qualcosa dentro una data che però non esiste ancora, che non è ancora determinata: sarebbe come dire «dentro un contenitore che non è ancora stato creato». La logica è debole, perché «in» richiede un riferimento temporale già identificabile. «a data da destinarsi», invece, usa «a» per orientarsi verso una data futura che deve ancora essere fissata: e questa logica regge perfettamente, perché «a» può indicare orientamento verso qualcosa di ancora indeterminato.
I paralleli grammaticali: «a tempo indeterminato» e simili
La correttezza di «a data da destinarsi» emerge con chiarezza se si osservano i paralleli grammaticali nella lingua italiana. Quando vogliamo indicare una scadenza o una collocazione temporale non ancora definita, l’italiano usa sistematicamente la preposizione «a», non «in».
Si dice «rinviato a tempo indeterminato», non «in tempo indeterminato». Si dice «sospeso a data da definire», non «in data da definire». Si dice «rimandato a nuovo avviso», non «in nuovo avviso». In tutti questi casi, la preposizione «a» introduce un punto temporale futuro verso cui ci si orienta, anche quando quel punto non è ancora preciso o determinato. La vaghezza, l’indeterminatezza, il «non ancora» non impedisce l’uso di «a»: anzi, «a» è proprio la preposizione più adatta a esprimere l’orientamento verso qualcosa di aperto.
Perché allora «in data da destinarsi» si è diffusa?
Se «a data da destinarsi» è la forma grammaticalmente più corretta, come si spiega la diffusione di «in data da destinarsi» nella lingua scritta contemporanea? La risposta è linguisticamente interessante e rivela un meccanismo tipico dell’evoluzione della lingua.
Il fenomeno è quello dell’analogia: la forma «in data da destinarsi» si è probabilmente diffusa per analogia con altre costruzioni in cui «in» precede la parola «data» in contesti ufficiali. Si dice normalmente «in data odierna», «in data del 15 marzo», «in data antecedente»: il sintagma «in data» è talmente frequente nel linguaggio burocratico e legale che il cervello dei parlanti lo tratta come un blocco fisso, una formula unitaria da cui non ci si separa. Quando si deve aggiungere un complemento come «da destinarsi», si continua a usare «in» per inerzia, per abitudine, per la forza del modello già noto.
C’è anche un effetto di registro: «in data da destinarsi» suona, a molte orecchie, più formale, più burocratico, più «ufficiale» di «a data da destinarsi». La preposizione «in» davanti a «data» sembra conferire alla formula un peso istituzionale maggiore, forse perché il modello «in data» è associato ai documenti formali. Paradossalmente, la forma meno corretta grammaticalmente può sembrare più autorevole stilisticamente — e questo è uno dei meccanismi più curiosi attraverso cui gli errori si propagano nella lingua colta.
La linguistica descrittiva registra questo fenomeno senza scandalizzarsi: la lingua non è un sistema logico perfetto, ma un organismo vivo che evolve attraverso l’uso, l’analogia, l’abitudine e il modello. Se «in data da destinarsi» continuasse a diffondersi per altri decenni, potrebbe arrivare a essere riconosciuta come variante accettata a pieno titolo. Per ora, tuttavia, i dizionari normativi più autorevoli indicano «a data da destinarsi» come la forma preferibile
Cosa dicono i dizionari della lingua italiana
Le principali fonti normative italiane sono abbastanza concordi nell’indicare «a data da destinarsi» come la forma grammaticalmente più corretta, pur riconoscendo la diffusione di «in data da destinarsi» nell’uso reale.
Il Vocabolario Treccani e le rubriche linguistiche dei principali quotidiani italiani — in particolare la storica rubrica «La lingua batte» del Corriere della Sera, curata per anni da Sergio Romano e poi da altri — hanno affrontato ripetutamente questa questione, indicando «a data da destinarsi» come la forma da preferire in virtù della logica preposizionale descritta sopra. Il GRADIT (Grande dizionario italiano dell’uso di De Mauro) e il Devoto-Oli registrano entrambe le forme, con una preferenza esplicita o implicita per «a».
Va detto che nessuna delle fonti principali considera «in data da destinarsi» un errore grave o inaccettabile: è una forma diffusa, comprensibile, che non crea ambiguità. Ma nella scrittura formale, nei documenti ufficiali, nei testi che richiedono massima precisione linguistica, «a data da destinarsi» è la scelta più solida.
Varianti e formule alternative
Vale la pena segnalare che accanto alle due forme in esame esistono varianti e formule alternative che evitano completamente il dubbio preposizionale e sono ugualmente accettabili in contesti diversi.
«Rinviato a data da definire» è una variante più moderna e meno burocratica di «da destinarsi»: il verbo «definire» è più comune nel parlato e nella scrittura informale. «Rimandato a data da stabilire» è un’altra variante equivalente. «Rinviato a nuovo avviso» evita del tutto la parola «data» e indica che sarà comunicata successivamente una nuova data senza specificarne il tipo. «Sospeso sine die» è la forma latina, di registro più elevato, usata soprattutto in contesti giuridici e parlamentari: «sine die» significa «senza giorno fissato», esattamente il concetto espresso da «data da destinarsi».
Una preposizione come specchio del tempo
La questione «in» contro «a» davanti a «data da destinarsi» è apparentemente minuta, tecnica, quasi capziosa. Ma in realtà tocca qualcosa di più profondo nel rapporto tra la lingua e il tempo. Le preposizioni non sono semplici parole funzionali, prive di significato proprio: sono strumenti cognitivi che costruiscono il modo in cui ci orientiamo nello spazio e nel tempo. «in» ci mette dentro qualcosa; «a» ci proietta verso qualcosa. La differenza non è trascurabile.
Quando diciamo «a data da destinarsi» stiamo dicendo: ci orientiamo verso un punto futuro che deve ancora essere determinato. C’è un’attesa, un’apertura, una proiezione verso il futuro. Quando diciamo «in data da destinarsi» stiamo — grammaticalmente — cercando di collocarci dentro una data che non esiste ancora: un contenitore vuoto, una scatola senza contenuto.
Forse non è un caso che la formula più corretta sia quella orientata verso il futuro: perché «data da destinarsi» è esattamente questo, un futuro aperto, un’attesa senza scadenza precisa, un appuntamento con il tempo che non ha ancora trovato il suo giorno. E «a» è la preposizione del movimento, dell’orientamento, di ciò che si muove verso qualcosa: la preposizione giusta per chi aspetta, per chi rimanda, per chi sa che il giorno verrà — ma non ancora oggi.
La forma giusta e il perché
La risposta al dubbio è chiara: si dice «a data da destinarsi». La preposizione «a» è quella grammaticalmente corretta perché indica orientamento verso un punto temporale futuro non ancora determinato, in linea con l’uso italiano delle preposizioni nelle espressioni di tempo indefinito («a tempo indeterminato», «a nuovo avviso», «a breve»). La preposizione «in», pur diffusa nell’uso per analogia con il sintagma fisso «in data» dei documenti ufficiali, introduce una logica meno precisa: colloca dentro un contenitore temporale che non esiste ancora.
Chi scrive «in data da destinarsi» non commette un errore imperdonabile: commette una di quelle imprecisioni che la lingua tolera perché l’uso le ha rese familiari. Ma chi scrive «a data da destinarsi» usa la forma che la grammatica supporta pienamente, quella che i dizionari normativi preferiscono, quella che è coerente con il funzionamento più profondo del sistema preposizionale italiano.
E forse c’è anche una piccola soddisfazione nell’usare la forma corretta per indicare qualcosa di indefinito: come se, di fronte all’incertezza del futuro, si potesse almeno essere precisi nelle parole con cui la si nomina.
