Lingua italiana: “cuorare”, il significato del neologismo

21 Gennaio 2026

Scopriamo assieme qual è il significato del neologismo della lingua italiana "cuorare" usato prevalentemente sui social network.

Lingua italiana: "cuorare", il significato del neologismo

Nel panorama linguistico contemporaneo, profondamente influenzato dai social network e dalle pratiche comunicative digitali, il neologismo “cuorare” rappresenta un esempio particolarmente significativo di come la lingua italiana sappia adattarsi a nuovi bisogni espressivi, traducendo in parole azioni nate in contesti tecnologici. “Cuorare” nasce infatti dall’uso quotidiano delle piattaforme social e indica l’atto di aggiungere la reaction del cuore – l’emoji ❤️ o l’icona equivalente – come segno di apprezzamento, consenso o partecipazione emotiva a un contenuto: un post, un commento, una fotografia, un video. Dietro questa forma apparentemente semplice si nasconde un interessante intreccio di dinamiche linguistiche, culturali e sociali.

Lingua italiana e neologismi

Dal punto di vista morfologico, “cuorare” è un verbo denominale derivato dal sostantivo cuore, attraverso l’aggiunta del suffisso verbale -are, tipico della prima coniugazione italiana. Si tratta di un procedimento produttivo e ben attestato nella storia della lingua: basti pensare a verbi come telefonare, messaggiare, taggare, likare o postare, tutti nati per dare forma verbale a oggetti, azioni o concetti legati alla modernità tecnologica. In questo senso, “cuorare” si inserisce perfettamente in una tendenza già consolidata: trasformare un gesto tecnico in un’azione linguistica pienamente coniugabile, utilizzabile nei tempi e nei modi verbali dell’italiano (“ho cuorato una foto”, “mi ha cuorato il commento”, “se cuori questo post mi fai felice”).

Ciò che distingue “cuorare” da altri neologismi simili è però la sua forte carica simbolica ed emotiva. Il cuore, nella cultura occidentale – e non solo – è da secoli il simbolo per eccellenza dei sentimenti, dell’amore, dell’affetto, della partecipazione empatica. L’uso del cuore come reazione digitale non è neutro: a differenza del “like”, che può essere interpretato come un generico segno di approvazione o di presa d’atto, il cuore implica un coinvolgimento più intenso, una risposta affettiva. “Cuorare” non significa semplicemente dire “mi piace”, ma suggerisce “mi tocca”, “mi emoziona”, “ti sono vicino”.

Dal punto di vista semantico, dunque, il verbo concentra in sé una gamma di significati che oscillano tra l’apprezzamento estetico, la solidarietà emotiva e la complicità relazionale. Cuorare una fotografia può voler dire ammirarla; cuorare un commento può equivalere a sostenerlo; cuorare un post che racconta una difficoltà personale può essere un modo per esprimere empatia quando mancano le parole. In questo senso, “cuorare” diventa una forma di comunicazione minimale ma densa, un gesto che sostituisce o integra il linguaggio verbale tradizionale.

Dal punto di vista pragmatico, il successo di “cuorare” è legato alla rapidità e all’economia comunicativa proprie dei social network. In ambienti in cui il flusso di contenuti è continuo e spesso travolgente, il cuore rappresenta una risposta immediata, poco impegnativa ma socialmente significativa. Il verbo che nasce da questo gesto eredita la stessa funzione: permette di raccontare un’interazione senza ricorrere a perifrasi lunghe o spiegazioni complesse. Dire “ti ho cuorato” è più rapido, più preciso e più aderente all’esperienza digitale rispetto a “ho messo un cuore al tuo post come segno di apprezzamento”.

Una visione sociolinguistica

Interessante è anche la dimensione sociolinguistica del termine. “Cuorare” è tipico soprattutto del linguaggio informale, giovanile o comunque legato alla comunicazione online. È raro trovarlo in contesti formali o istituzionali, ma la sua diffusione è tale da renderlo immediatamente comprensibile a un vasto pubblico, anche a chi non lo utilizza attivamente. Come molti neologismi digitali, vive in una zona di confine tra oralità e scrittura: viene scritto nei messaggi, ma spesso pronunciato nel parlato quotidiano, segno di una progressiva integrazione nel lessico vivo.

Non va poi trascurato il valore metalinguistico e quasi ironico del verbo. “Cuorare” porta con sé una consapevolezza implicita della mediazione tecnologica del sentimento. Quando diciamo “ti cuoro”, sappiamo che non stiamo compiendo un atto affettivo diretto, ma un gesto simbolico codificato da una piattaforma. Eppure, proprio questa consapevolezza rende il termine interessante: la lingua non nasconde la distanza tra emozione e rappresentazione, ma la assume e la rende dicibile. “Cuorare” è, in fondo, un verbo che racconta il modo in cui oggi esprimiamo – o simuliamo, o traduciamo – le emozioni nello spazio digitale.

Dal punto di vista culturale, il neologismo riflette una trasformazione più ampia del rapporto tra interiorità e comunicazione pubblica. Il cuore, un tempo simbolo intimo e privato, diventa un’icona cliccabile, visibile, quantificabile. “Cuorare” significa anche partecipare a un’economia dell’attenzione in cui l’affetto si misura in reazioni, in numeri, in notifiche. Il verbo, dunque, non è solo un’etichetta linguistica, ma una chiave di lettura del nostro tempo: un’epoca in cui il sentimento passa sempre più spesso attraverso interfacce, schermi e gesti standardizzati.

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