Lingua italiana e errori: sai cos’è l’ipercorrettismo?

5 Gennaio 2026

Scopriamo assieme in cosa consiste il fenomeno della lingua italiana denominato ipercorrettismo, che spesso si manifesta nei parlanti deboli.

Lingua italiana e errori: sa cos'è l'ipercorrettismo?

Nella storia e nell’uso della lingua italiana, uno dei fenomeni più interessanti e al tempo stesso più fraintesi è quello dell’ipercorrettismo. Il termine, che talvolta compare anche nella variante ipercorrezione, indica un comportamento linguistico apparentemente virtuoso, ma in realtà fallace: la sostituzione di una forma corretta con un’altra scorretta, operata nella convinzione di “parlare meglio”, in modo più colto o più vicino allo standard. L’ipercorrettismo nasce dunque non dall’ignoranza pura, ma da una conoscenza parziale e insicura delle regole linguistiche.

Un modo goffo di camuffare gli errori nella lingua italiana

Alla base del fenomeno sta un meccanismo di falsa analogia. Il parlante riconosce l’esistenza di un errore diffuso e, nel tentativo di evitarlo, applica una “correzione” anche a contesti in cui l’errore non c’è. In altre parole, si corregge troppo, estendendo una regola in modo improprio. È proprio questo eccesso di zelo normativo a rendere l’ipercorrettismo un fenomeno tipico di chi aspira a un registro più alto, ma non ne padroneggia pienamente gli strumenti.

Dal punto di vista sociolinguistico, l’ipercorrettismo è stato spesso ricondotto alla variazione diastratica, cioè alle differenze linguistiche legate al livello di istruzione e alla collocazione sociale dei parlanti. Numerosi studi, a partire da Dittmar e Berruto, lo collocano tra i tratti caratteristici dell’italiano popolare, prodotto da parlanti definiti semicolti o semincolti: soggetti che hanno una certa familiarità con l’italiano standard, ma non una competenza stabile e sicura. In questi casi, la lingua diventa un terreno di tensione tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe apparire.

Tuttavia, ridurre l’ipercorrettismo a un semplice indicatore di scarsa acculturazione sarebbe limitante. Ricerche successive hanno mostrato che il fenomeno è fortemente influenzato anche dalla variazione diafasica, cioè dal contesto comunicativo. In situazioni formali, pubbliche o valutative, anche parlanti pienamente competenti possono cadere in forme ipercorrettive, spinti dall’ansia di mostrarsi adeguati, competenti, “all’altezza”. Come osserva Pennisi, entrano in gioco fattori come la pressione sociale, le aspettative dell’interlocutore e il desiderio di assumere un ruolo linguistico promozionale.

L’ipercorrettismo può manifestarsi a tutti i livelli della lingua. Il piano fonetico è quello più frequentemente coinvolto, soprattutto a causa dell’interferenza delle pronunce regionali. Nell’Italia centrale, ad esempio, si riscontrano pronunce ipercorrette delle vocali medie, come [ˈbene] al posto di [ˈbɛne], nella convinzione che una vocale più chiusa sia “più corretta”. Analogamente, per evitare tratti dialettali percepiti come bassi, si assiste all’assordimento di consonanti che dovrebbero essere sonore ([anˈdanto] per [anˈdando]), o alla deaffricazione di sibilanti ([kanˈsone] per [kanˈʦone]).

Sul piano grafico, l’ipercorrettismo ha lasciato tracce importanti nella storia dell’italiano scritto. La grafia colonda per colonna, attestata nei testi centro-meridionali antichi, nasce dal tentativo di evitare l’assimilazione progressiva (-nd- > -nn-), tipica di forme popolari come quanno per quando. Qui la “correzione” non solo non migliora la forma, ma la allontana dallo standard, producendo un esito errato.

Anche la morfosintassi è terreno fertile per l’ipercorrettismo. Un esempio classico è la sovraestensione del pronome soggetto egli in contesti obliqui: frasi come “nessuno vuole parlare con egli” nascono dal convincimento che egli sia sempre più corretto o più elegante di lui. In realtà, lo standard prevede egli solo in funzione di soggetto, mentre lui è perfettamente legittimo – e necessario – come complemento.

A livello lessicale e stilistico, l’ipercorrettismo si manifesta nell’uso di parole auliche, desuete o tecniche in contesti colloquiali, con effetti spesso grotteschi. Qui si parla talvolta di iperdistanziamento, cioè di un allontanamento deliberato dalle varianti percepite come basse, che porta però a risultati innaturali e comunicativamente inefficaci.

Proprio per la sua forza espressiva, l’ipercorrettismo è stato ampiamente sfruttato in letteratura a fini mimetici e satirici. Un caso emblematico è quello di Giuseppe Gioachino Belli, che nei suoi sonetti romanesci costruisce una parodia magistrale del parlato dei semicolti. Nel celebre Er parlà ciovìle de più, Belli accumula forme ipercorrette come manda per manna, vende per venne, apelto per aperto, mostrando con lucidità il meccanismo delle “false ricostruzioni”. Non a caso, il poeta accompagna il sonetto con una tabella esplicativa delle analogie errate, trasformando il testo in una sorta di trattatello poetico sull’ipercorrettismo.

In conclusione, l’ipercorrettismo non è un semplice errore linguistico, ma un fenomeno complesso, che rivela il rapporto spesso conflittuale tra norma e uso, tra identità sociale e aspirazione culturale. È il segno di una lingua vissuta come spazio di legittimazione, in cui parlare “bene” diventa non solo un’esigenza comunicativa, ma anche un atto simbolico. Comprendere l’ipercorrettismo significa, dunque, comprendere meglio non solo l’italiano, ma anche chi lo parla.

© Riproduzione Riservata