Quando diciamo “ho incontrato a Giuseppe” o “senti a me”, ci troviamo di fronte a uno dei fenomeni più interessanti e discussi della sintassi della lingua italiana contemporanea: l’accusativo preposizionale, ovvero l’uso della preposizione “a” davanti al complemento oggetto. Questo costrutto, considerato tradizionalmente una caratteristica delle varietà meridionali dell’italiano, rappresenta in realtà un caso affascinante di variazione linguistica che attraversa confini geografici e sociali, ponendo interrogativi sulla natura stessa della norma grammaticale e sulla dinamica evolutiva delle lingue.
L’accusativo preposizionale non è semplicemente un “errore” da correggere con la matita rossa, come spesso viene percepito nell’insegnamento scolastico, ma un fenomeno linguistico complesso che risponde a esigenze comunicative precise e che presenta affinità con strutture presenti in altre lingue romanze. La sua analisi ci permette di comprendere meglio i meccanismi che regolano la distinzione tra soggetto e oggetto in italiano, le dinamiche di contatto tra italiano standard e dialetti, e i processi attraverso cui forme considerate “non standard” possono gradualmente inserirsi nell’uso della lingua parlata anche di parlanti colti.
Le origini del fenomeno nella lingua italiana: la spiegazione di Rohlfs
Il grande linguista tedesco Gerhard Rohlfs, nella sua monumentale “Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti”, ha fornito un’interpretazione fondamentale dell’accusativo preposizionale. Secondo Rohlfs, l’impiego della preposizione “a” davanti al complemento oggetto è determinato dal “bisogno di una più netta distinzione tra soggetto e oggetto”. L’esempio che fornisce è emblematico: “Carlo chiama Paolo” diviene “Carlo chiama a Paolo”.
Questa necessità di distinzione nasce da una caratteristica strutturale dell’italiano e dei suoi dialetti: l’assenza di un sistema di casi morfologici che, come in latino o in tedesco, permetta di identificare immediatamente la funzione sintattica di un elemento nominale attraverso la sua forma. In italiano, sostantivi e nomi propri non cambiano forma a seconda che siano soggetto o oggetto (a differenza, ad esempio, del latino dove “Marcus” era soggetto e “Marcum” oggetto). Questa indistinzione formale può generare, in determinate situazioni, ambiguità interpretative.
Rohlfs sottolinea un aspetto cruciale: il fenomeno “resta circoscritto agli esseri animati, perché di norma gli oggetti inanimati possono avere soltanto funzione d’oggetto”. Questa osservazione rivela la logica profonda del costrutto: quando diciamo “Carlo prende il libro”, non c’è rischio di confusione perché il libro, per sua natura, non può essere l’agente dell’azione. Ma quando diciamo “Carlo chiama Paolo”, almeno teoricamente entrambi i nomi potrebbero essere interpretati come soggetto o come oggetto, se non fosse per l’ordine delle parole che, in italiano standard, disambigua la frase (soggetto-verbo-oggetto). L’accusativo preposizionale fornisce un ulteriore marcatore esplicito di questa distinzione.
La prospettiva di D’Achille: marcatura differenziale dell’oggetto
Paolo D’Achille, nel suo “L’italiano contemporaneo”, inquadra il fenomeno in una prospettiva più ampia, quella della “marcatura differenziale dell’oggetto” (Differential Object Marking, DOM nella letteratura linguistica internazionale). Questo fenomeno, presente in molte lingue del mondo, consiste nel marcare morfologicamente o sintatticamente solo alcuni oggetti diretti, in particolare quelli che presentano determinate caratteristiche semantiche o pragmatiche.
D’Achille spiega che l’oggetto diretto caratterizzato dal tratto [+ umano] viene fatto precedere dalla preposizione “a” in “alcune lingue romanze, in molti dialetti italiani centromeridionali e anche nelle corrispondenti varietà regionali e popolari”. Questa precisazione è importante perché colloca il fenomeno italiano in un contesto romanzo più ampio: lo spagnolo, ad esempio, ha istituzionalizzato completamente questo costrutto (“veo a María” per “vedo Maria”), mentre il rumeno presenta strutture simili.
La funzione della preposizione, secondo D’Achille, è quella di “distinguere ancora più nettamente dal soggetto” l’oggetto diretto. Questa distinzione diventa particolarmente necessaria quando l’ordine canonico Soggetto-Verbo-Oggetto viene alterato, come vedremo più avanti parlando delle dislocazioni.
È interessante notare come D’Achille parli di “varietà regionali e popolari”: questa formulazione riconosce implicitamente che il fenomeno, pur non appartenendo allo standard, ha una sua dignità linguistica e una sua diffusione socialmente stratificata. Non si tratta semplicemente di un “errore” commesso da parlanti incolti, ma di una variante sistematica presente in ampi strati della popolazione italiana, soprattutto ma non esclusivamente nelle regioni centro-meridionali.
L’osservazione di Serianni: la diffusione al Centro-Nord
Luca Serianni, nella sua “Grammatica italiana”, aggiunge un tassello fondamentale al quadro: il costrutto dell’accusativo preposizionale viene impiegato “di frequente anche da parlanti centrosettentrionali” in contesti specifici. Questa osservazione sfida la percezione comune che vede l’accusativo preposizionale come esclusivamente meridionale e ci invita a considerare il fenomeno in termini più sfumati.
Serianni individua due contesti principali in cui anche parlanti settentrionali ricorrono alla preposizione:
1. L’oggetto dislocato a sinistra
Quando l’oggetto è “posto in evidenza all’inizio di frase”, specialmente se si tratta di un pronome personale, la preposizione tende a comparire anche in varietà non meridionali. L’esempio fornito da Serianni, “a me nessuno mi protegge”, è illuminante. In questo caso, la preposizione “a” marca esplicitamente il tema della frase, distinguendolo dal resto dell’enunciato e sottolineandone la funzione di oggetto già anticipato.
Questo tipo di struttura, chiamata “dislocazione a sinistra”, è molto comune nel parlato informale di tutta Italia. La presenza della preposizione davanti all’oggetto dislocato, accompagnata dalla ripresa pronominale clitica (“mi” nell’esempio), è così diffusa che molti parlanti non la percepiscono nemmeno come marcata o regionale. La frase suona semplicemente più naturale e enfatica rispetto a “me nessuno protegge” (senza preposizione) o “nessuno mi protegge” (ordine canonico).
2. Verbi specifici
Serianni nota che alcuni verbi favoriscono particolarmente l’uso dell’accusativo preposizionale, anche al Centro-Nord. Tra questi menziona “convincere, disturbare, preoccupare”, fornendo l’esempio “a te preoccupa”. Questi verbi, come vedremo più dettagliatamente, condividono alcune caratteristiche semantiche che sembrano rendere più naturale l’uso della preposizione.
La lista di questi verbi può essere estesa: si tratta spesso di verbi che esprimono stati psicologici o azioni che coinvolgono direttamente la sfera emotiva o cognitiva dell’oggetto. In questi casi, l’oggetto non è un semplice paziente passivo dell’azione, ma una persona che esperisce direttamente gli effetti dell’azione verbale. Questa maggiore “attività” semantica dell’oggetto potrebbe spiegare la tendenza a marcarlo con la preposizione, avvicinandolo per certi versi al complemento di termine.
Contesti d’uso privilegiati
L’oggetto dislocato
Come abbiamo accennato, uno dei contesti in cui l’accusativo preposizionale trova maggiore diffusione è quello della dislocazione, sia a sinistra che a destra. La dislocazione a sinistra consiste nell’anticipare un elemento frasale in posizione iniziale, seguendolo poi con una ripresa pronominale: “a Mario, lo conosco bene” invece di “conosco bene Mario”.
D’Achille osserva che questo costrutto “si è diffuso anche in varietà linguistiche del parlato non sempre sentite come popolari o regionali”. Questo è un punto cruciale: la grammaticalizzazione dell’accusativo preposizionale nel contesto della dislocazione sta avvenendo anche in varietà di italiano neo-standard, quelle parlate da persone colte in contesti informali.
La dislocazione a destra funziona in modo simile ma inverso: l’elemento è posposto e preceduto da un clitico anticipatore: “non l’ho visto, a lui” invece di “non ho visto lui”. Anche in questo caso, la presenza della preposizione è molto comune e tende a non essere percepita come marcata.
Perché la dislocazione favorisce l’accusativo preposizionale? La risposta sta nella funzione informativa di queste strutture: la dislocazione serve a mettere in rilievo un elemento, a marcarlo come tema o focus del discorso. La preposizione “a” agisce come un ulteriore marcatore di questa prominenza, segnalando esplicitamente che l’elemento dislocato mantiene la sua funzione di oggetto nonostante la posizione atipica nella frase.
Verbi psicologici ed emotivi
Un secondo contesto privilegiato per l’accusativo preposizionale è rappresentato da una classe specifica di verbi. D’Achille fornisce esempi come “preoccupare, spaventare, divertire, consolare, convincere, invitare”, notando che “in questi casi, gli oggetti umani preverbali, nominali e pronominali, vengono regolarmente fatti precedere dalla preposizione a”.
Questi verbi condividono alcune caratteristiche semantiche importanti:
1. Verbi psicologici: molti di questi verbi (preoccupare, spaventare, divertire, consolare) appartengono alla classe dei “verbi psicologici”, che esprimono stati mentali o emotivi. In questi verbi, l’oggetto sintattico è spesso l’esperiente psicologico, cioè la persona che prova l’emozione.
2. Oggetti [+animati] e [+umani]: questi verbi richiedono tipicamente oggetti animati, spesso umani. Non diciamo “preoccupare il tavolo” ma “preoccupare Maria”.
3. Potenziale alternanza soggetto-oggetto: alcuni di questi verbi possono presentare strutture alternative (Maria preoccupa Giovanni / Giovanni è preoccupato da Maria), creando potenzialmente ambiguità che la preposizione aiuta a risolvere.
Gli esempi di D’Achille sono eloquenti: “all’amministratore il ragionamento non l’ha convinto” oppure “a te chi ti ha invitato?”. In entrambi i casi, l’uso della preposizione accompagna la dislocazione dell’oggetto e lo marca chiaramente, evitando qualsiasi possibilità di confusione interpretativa.
Espressioni cristallizzate
Oltre ai contesti strutturali appena descritti, esistono alcune espressioni che hanno cristallizzato l’uso dell’accusativo preposizionale anche nell’italiano standard o comunque in varietà ampiamente accettate. Un esempio tipico è l’espressione “non guardare in faccia a nessuno”, citata dagli studiosi come diffusa anche al Centro-Nord.
In questa locuzione, la presenza della preposizione è così radicata che la forma senza preposizione (“non guardare in faccia nessuno”) può addirittura suonare meno naturale a molti parlanti. Questo dimostra come alcuni usi dell’accusativo preposizionale siano in realtà penetrati profondamente nell’uso comune, al punto da non essere più percepiti come marcati o regionali.
Implicazioni sociolinguistiche e didattiche
L’accusativo preposizionale pone interessanti questioni dal punto di vista sociolinguistico e didattico. Da un lato, viene ancora largamente stigmatizzato come “errore” nell’insegnamento scolastico e nei manuali normativi. Dall’altro, la sua diffusione crescente anche in varietà non meridionali e in contesti non popolari suggerisce che potremmo trovarci di fronte a un caso di cambiamento linguistico in atto.
La tensione tra norma e uso effettivo è particolarmente evidente in questo caso. Mentre la norma standard prescrive l’assenza della preposizione (“ho visto Mario”, non “ho visto a Mario”), l’uso reale mostra una situazione più complessa, con contesti in cui la preposizione è ampiamente accettata (dislocazioni, certi verbi) e altri in cui resta marcata come regionale o popolare.
Dal punto di vista didattico, questo pone il problema di come trattare il fenomeno. Un approccio repressivo, che si limiti a bollare come errore qualsiasi uso della preposizione davanti all’oggetto, rischia di essere poco produttivo e di ignorare la realtà linguistica effettiva. Un approccio più sfumato dovrebbe invece aiutare gli studenti a riconoscere i diversi contesti d’uso, distinguendo tra:
– Usi completamente non standard (es. “vedo a Marco” in contesto neutro)
– Usi diffusi nel parlato informale anche di parlanti colti (es. “a me nessuno mi capisce”)
– Usi ormai cristallizzati in espressioni fisse (es. “non guardare in faccia a nessuno”)
Prospettive comparative: l’italiano e le altre lingue romanze
È illuminante confrontare la situazione italiana con quella di altre lingue romanze. Lo spagnolo, come accennato, ha grammaticalizzato completamente l’accusativo preposizionale: “veo a María” (letteralmente “vedo a Maria”) è l’unica forma corretta, mentre “veo María” sarebbe agrammaticale. La stessa struttura si trova in portoghese (“vejo a Maria”) e, con modalità leggermente diverse, in rumeno.
Questo dato comparativo suggerisce che l’accusativo preposizionale rappresenti in qualche modo una tendenza “naturale” delle lingue romanze, probabilmente legata alla perdita del sistema casuale latino e alla necessità di trovare nuove strategie per marcare le funzioni sintattiche. L’italiano standard, in questo panorama, appare come una lingua che ha resistito a questa tendenza nella norma scritta e formale, ma che mostra segni di cedimento nelle varietà parlate, soprattutto in determinati contesti sintattici.
L’accusativo preposizionale in italiano rappresenta un caso affascinante di variazione linguistica che sfida classificazioni troppo rigide. Non si tratta semplicemente di un regionalismo meridionale destinato a scomparire sotto la pressione della norma standard, né di una forma completamente accettata nell’italiano contemporaneo. Piuttosto, ci troviamo di fronte a un fenomeno in evoluzione, che mostra diversi gradi di accettabilità a seconda dei contesti sintattici, dei registri comunicativi e delle aree geografiche.
La ricerca linguistica degli ultimi decenni, rappresentata dalle voci autorevoli di studiosi come Rohlfs, Serianni e D’Achille, ci ha aiutato a comprendere meglio la logica interna di questo costrutto: la necessità di disambiguare soggetto e oggetto, specialmente quando sono entrambi [+umani]; la funzione di marcatore di prominenza nelle dislocazioni; l’affinità con certi tipi di verbi che coinvolgono l’esperienza psicologica dell’oggetto.
Quello che emerge con chiarezza è che l’accusativo preposizionale non può essere liquidato semplicemente come un errore da correggere, ma deve essere riconosciuto come un fenomeno linguistico complesso, che risponde a esigenze comunicative reali e che presenta affinità strutturali con fenomeni presenti in altre lingue. La sua crescente diffusione anche in varietà non tradizionalmente associate a questo costrutto suggerisce che potremmo assistere a una graduale erosione dello stigma che lo accompagna, almeno in determinati contesti d’uso.
Per chi insegna o studia la lingua italiana, questo fenomeno offre un’occasione preziosa per riflettere sulla natura dinamica della lingua, sulla tensione sempre presente tra norma e uso, e sulla necessità di un approccio descrittivo oltre che prescrittivo allo studio della grammatica. L’accusativo preposizionale ci ricorda che la lingua è uno strumento vivo, in continua evoluzione, e che le forme che oggi consideriamo “sbagliate” potrebbero essere le forme standard di domani.
Per approfondire: Accusativo preposizionale