Nel ricco repertorio degli arcaismi della lingua italiana, “coltoio” rappresenta un caso particolarmente affascinante: un aggettivo che un tempo serviva a designare ciò che è contagioso, infettivo, che si trasmette per contatto. Oggi completamente scomparso dall’uso, relegato nelle note dei dizionari storici con la qualifica di “antico”, questo termine merita di essere riscoperto non solo per curiosità linguistica ma perché la sua storia ci dice molto sull’evoluzione della lingua, sulla percezione delle malattie, e su come certe parole nascano, vivano e muoiano nel corso dei secoli.
Dall’etimologia alla lingua italiana
“Coltoio” deriva dal latino “cultus”, participio passato del verbo “colere” (coltivare, curare, praticare). Questa derivazione può sembrare a prima vista sorprendente: cosa c’entra “coltivare” con “contagioso”? La connessione sta in un’estensione semantica particolare.
Dal significato base di “coltivare, curare” (da cui l’italiano “coltivare”), il verbo latino “colere” aveva sviluppato anche l’accezione di “abitare, frequentare” e, per estensione, “diffondersi, propagarsi”. Da questo significato esteso deriva la formazione aggettivale “coltoio” (o “coltoioso” in alcune varianti), che indicava appunto ciò che si diffonde, che si propaga da un soggetto all’altro, che è contagioso.
La formazione con il suffisso “-oio” (o “-oso”) è tipica dell’italiano antico per creare aggettivi qualificativi da basi verbali o nominali. Altri esempi simili, alcuni sopravvissuti: “noioso” (che dà noia), “fastidioso” (che dà fastidio), “gioioso” (che dà gioia).
Il significato: contagioso, infettivo
Come precisa il dizionario storico, “coltoio” significava “contagioso”, riferito principalmente a malattie che si trasmettono per contatto o vicinanza tra persone. In epoca pre-scientifica, quando la comprensione delle malattie infettive era rudimentale, termini come “coltoio” servivano a designare quella proprietà misteriosa e terrificante per cui certe malattie “saltavano” da una persona all’altra.
Non era limitato solo alle malattie fisiche. Come dimostra l’esempio citato dall’Agazzani (“Nulla pazzia è simile a questa né così coltoia”), il termine poteva essere applicato anche a condizioni mentali, passioni, vizi, considerati capaci di “infettare” chi entrava in contatto con chi ne era affetto.
Questa estensione metaforica è significativa: rivela una concezione antica del contagio non solo come fenomeno biologico ma anche morale e psicologico. La follia, la depravazione, certi comportamenti erano visti come “coltoii” – capaci di trasmettersi, di propagarsi, di infettare.
L’attestazione nell’Agazzani
L’unica citazione fornita dai dizionari proviene dall’Agazzani, riferimento che necessita di qualche chiarimento. Si tratta probabilmente di un’opera letteraria o morale del Rinascimento italiano (il riferimento “5-35” suggerisce libro V, capitolo o verso 35), dove l’autore discute di qualche forma di follia o vizio particolarmente pericoloso per la sua capacità di diffondersi.
“Nulla pazzia è simile a questa né così coltoia” – la frase suggerisce che l’autore stia descrivendo una particolare forma di demenza o comportamento irrazionale che ha una straordinaria capacità di contagio. Quale pazzia fosse non ci è dato sapere senza accesso al testo completo, ma il contesto è chiaramente moraleggiante: l’autore mette in guardia contro una follia che si trasmette facilmente a chi la osserva o ne viene a contatto.
Il confronto con “contagioso”
La parola che ha definitivamente soppiantato “coltoio” è naturalmente “contagioso”, anch’essa di origine latina ma di formazione diversa. “Contagioso” deriva da “contagium” (contagio), formato da “con-” (insieme) + “tangere” (toccare). Letteralmente, quindi, ciò che si trasmette “toccando insieme”, per contatto.
“Contagioso” entrò stabilmente in italiano già nel Trecento-Quattrocento e gradualmente soppiantò i termini concorrenti come “coltoio”, “appicciaticcio” (da “appiccicare”), “attacchevole” (da “attaccare”), tutti usati nell’italiano antico con significati simili.
Perché “contagioso” prevalse? Probabilmente per diverse ragioni:
- Maggiore trasparenza etimologica: la radice “tact-” (toccare) rendeva più immediato il riferimento al contatto fisico come meccanismo di trasmissione.
- Prestigio del latino medico: “contagioso” era il termine usato nei testi medici latini, e quindi aveva maggiore autorevolezza scientifica.
- Diffusione più ampia: attestazioni più numerose nei testi autorevoli (letterari, scientifici, religiosi).
- Maggiore specificità: mentre “coltoio” rimaneva generico, “contagioso” si specializzò presto come termine tecnico-medico.
La scomparsa dall’uso
“Coltoio” dovette essere un termine già raro nell’italiano classico cinquecentesco, e probabilmente scomparve definitivamente dall’uso vivo nel corso del Seicento. Le ragioni di questa scomparsa sono molteplici:
Concorrenza lessicale: la presenza di sinonimi più diffusi (“contagioso” in primis) rese “coltoio” ridondante.
Opacità semantica: col tempo, la connessione etimologica con “colere” divenne sempre meno trasparente, rendendo la parola meno comprensibile ai parlanti.
Limitata base d’uso: probabilmente “coltoio” fu sempre un termine relativamente locale o specialistico, mai veramente popolare o panitaliano.
Evoluzione scientifica: con il progredire della medicina e della comprensione delle malattie infettive, si affermò una terminologia più tecnica e standardizzata (contagioso, infettivo, trasmissibile).
Il valore documentale degli arcaismi
Perché studiare una parola morta come “coltoio”? Perché gli arcaismi hanno un valore documentale importante. Ci mostrano:
La ricchezza perduta: la lingua italiana antica era ancora più ricca di sinonimi di quanto non sia oggi. Ogni termine sfumava leggermente il significato in modo diverso.
Le concezioni del passato: l’uso esteso di “coltoio” per passioni, vizi, follie rivela come gli antichi concepissero il contagio in senso molto più ampio del nostro, includendo dimensioni morali e psicologiche.
I meccanismi evolutivi: studiare come e perché certe parole scompaiono ci aiuta a comprendere le dinamiche generali dell’evoluzione linguistica.
Le radici culturali: ogni parola porta con sé un pezzo di storia culturale. “Coltoio” ci parla di un’epoca in cui le malattie erano misteriose e terrificanti, in cui il contagio era percepito come forza quasi magica.
Sebbene “coltoio” sia morto nell’italiano standard, potrebbe teoricamente essere resuscitato in contesti particolari:
Letteratura arcaizzante: uno scrittore che voglia evocare atmosfere antiche potrebbe usare “coltoio” per creare un effetto di straniamento temporale.
Linguaggio poetico: in poesia, dove la ricerca di sinonimi inusuali è prassi comune, “coltoio” potrebbe trovare nuova vita.
Contesti ironici o ludici: usare consapevolmente un arcaismo può avere effetti umoristici o ironici (“quella risata è davvero coltoia!”).
Ma questi sarebbero usi marcati, consapevoli dell’arcaismo, non un vero ritorno nell’uso spontaneo.
Termini correlati sopravvissuti
Anche se “coltoio” è scomparso, altri termini della stessa famiglia etimologica sono sopravvissuti:
- Coltivare: il significato agricolo di base
- Coltivato: sia in senso agricolo che figurato (persona colta)
- Colto: participio sostantivato, persona di cultura
- Coltura: coltivazione, ma anche cultura batterica (interessante ritorno al campo semantico del contagio!)
- Cultura: l’insieme delle conoscenze e pratiche di una civiltà
È affascinante notare come dalla stessa radice latina “colere” si siano sviluppati sia un termine perduto relativo al contagio (“coltoio”) sia termini vivissimi relativi all’educazione e alla conoscenza (“colto”, “cultura”).
Alcuni dizionari storici registrano anche la variante “coltoioso” (con il suffisso più comune “-oso” invece di “-oio”). Questa variante seguiva la formazione standard degli aggettivi qualificativi italiani ed era probabilmente più trasparente morfologicamente.
Tuttavia, anche “coltoioso” condivise il destino di “coltoio”, scomparendo completamente dall’uso. La concorrenza di “contagioso” era troppo forte.
“Coltoio” è una di quelle parole che, come certe specie biologiche, si sono estinte nel corso dell’evoluzione linguistica. Non perché fossero difettose o inadeguate, ma semplicemente perché altre parole erano più adatte a sopravvivere nell’ecosistema linguistico.
Studiarla è come studiare un fossile linguistico: ci permette di ricostruire come parlassero e pensassero i nostri antenati, quali fossero le loro preoccupazioni (il contagio delle malattie e dei vizi), come categorizzassero la realtà.
La prossima volta che userete “contagioso”, ricordate che un tempo esisteva un suo antico concorrente, “coltoio”, che dopo secoli di onorato servizio linguistico è andato a riposare nel cimitero degli arcaismi, dove sopravvive solo nelle note dei dizionari storici, testimone silenzioso di una lingua che fu e non è più.
E forse, in questa consapevolezza, useremo “contagioso” con un pizzico di gratitudine in più: dopotutto, è sopravvissuto dove “coltoio” non ce l’ha fatta, e continua a servirci fedelmente quando dobbiamo nominare quella proprietà misteriosa e ancora un po’ terrificante per cui certe cose – malattie, risate, sbadigli, follie – saltano da una persona all’altra, propagandosi in modi che, nonostante secoli di scienza, mantengono qualcosa di magico.
