“Apericena” è una delle parole macedonia più riuscite e diffuse entrate nella lingua italiana negli ultimi decenni. Nata dalla fusione di “aperitivo” e “cena”, questa creazione lessicale non è solo un neologismo linguistico ma il nome di un vero e proprio fenomeno sociale e culturale che ha trasformato le abitudini alimentari e ricreative degli italiani, specialmente nelle grandi città del Nord. Analizzare l’origine, la formazione, la diffusione e il significato di “apericena” significa comprendere come le parole nascano per rispondere a nuove esigenze comunicative e come la lingua sia uno specchio fedele delle trasformazioni sociali.
Lingua italiana: cos’è una parola-macedonia
Prima di addentrarci nello specifico di “apericena”, è utile chiarire cosa si intende per “parola-macedonia” (in linguistica tecnica chiamata anche “blend” o “parola portmanteau”, dal termine francese). Si tratta di una parola formata dalla fusione di due parole esistenti, prendendo generalmente la parte iniziale della prima e la parte finale della seconda, eliminando la porzione centrale sovrapponibile.
Questo meccanismo di formazione delle parole è produttivo in molte lingue. In italiano abbiamo numerosi esempi: “cantautore” (cantante + autore), “bioarchitettura” (biologia + architettura), “stagflazione” (stagnazione + inflazione). Anche “smog” in inglese è una parola-macedonia (smoke + fog), così come “Brexit” (Britain + exit) o “brunch” (breakfast + lunch).
Le parole-macedonia hanno il pregio di condensare in un’unica unità lessicale un concetto che altrimenti richiederebbe una perifrasi o una locuzione. Sono economiche, memorabili, spesso spiritose.
La formazione di “apericena”
“Apericena” nasce dalla fusione di:
- Aperitivo (si prende la prima parte)
-
- (c)ena (si prende la seconda parte, con la “c” che funge da collegamento)
La sovrapposizione avviene proprio sulla sillaba “ce/ci”: aperi-c-ena. È una fusione particolarmente felice dal punto di vista fonetico perché scorre bene, è facile da pronunciare, ha un ritmo piacevole (quattro sillabe con accento sulla terza: a-pe-ri-cé-na).
Dal punto di vista morfologico, “apericena” funziona come sostantivo femminile singolare (l’apericena, le apericene), seguendo il genere di “cena”. È completamente integrata nel sistema linguistico italiano e può generare derivati: “fare apericena”, “andare all’apericena”, eventualmente anche il verbo scherzoso “apericentare”.
L’origine cronologica: Milano e il Nord Italia
Sebbene sia difficile datare con precisione la nascita di un neologismo spontaneo, “apericena” sembra essere emersa nel Nord Italia, in particolare a Milano, verso la fine degli anni ’90 o i primissimi anni 2000. La città meneghina è stata la culla del fenomeno sia come pratica sociale che come denominazione linguistica.
Il contesto era quello del boom dell’aperitivo milanese, quando i locali iniziarono a offrire non più solo patatine e olive ma veri e propri buffet ricchissimi a fronte del semplice prezzo di un drink. Questa trasformazione dell’aperitivo da momento pre-cena a possibile sostituto della cena richiedeva un nome nuovo, e “apericena” rispondeva perfettamente a questa esigenza.
Dalla Lombardia, la parola (e la pratica) si diffuse rapidamente in tutto il Nord Italia, poi nel Centro, e infine – con minore penetrazione – anche nel Sud, dove le tradizioni alimentari e i ritmi di vita presentano maggiore resistenza a questa innovazione.
Ma cosa designa esattamente “apericena”? Si tratta di quel momento, collocato tipicamente tra le 18:30 e le 21:00, in cui si consuma un aperitivo accompagnato da un buffet così sostanzioso da sostituire la cena vera e propria. Il cliente paga il prezzo di un drink (solitamente tra i 10 e i 15 euro) e ha accesso illimitato a un buffet che può includere pasta, riso, focacce, pizzette, verdure, formaggi, salumi, e altro ancora.
L’apericena risponde a diverse esigenze della vita urbana contemporanea:
Economica: permette di cenare spendendo meno di un ristorante tradizionale.
Sociale: è più informale di una cena, favorisce la socializzazione, permette di incontrare più persone senza l’impegno di sedersi a tavola.
Temporale: si colloca in una fascia oraria flessibile, adatta ai ritmi di lavoro contemporanei.
Pratica: non richiede prenotazione, si può entrare e uscire liberamente, si mangia in piedi o seduti informalmente.
Le critiche e le controversie
Come ogni fenomeno di successo, anche l’apericena ha generato critiche e controversie. Dal punto di vista gastronomico, viene accusata di:
Banalizzare la cultura del cibo: trasformare il pasto in consumo veloce e disordinato, sacrificando la ritualità della cena italiana seduti a tavola.
Abbassare la qualità: i buffet dell’apericena spesso privilegiano quantità e varietà a scapito della qualità degli ingredienti e della preparazione.
Distruggere la convivialità: il mangiare in piedi, al bancone, in modo frettoloso contraddice la tradizione italiana della condivisione del pasto.
Dal punto di vista economico e lavorativo, l’apericena è stata criticata per:
Sfruttamento del lavoro: i camerieri devono gestire flussi continui di clienti, rifornire buffet, con carichi di lavoro elevati.
Insostenibilità: il modello economico dell’apericena (buffet illimitato a prezzo fisso) può essere insostenibile per i locali, portando a chiusure o a un progressivo peggioramento della qualità.
La diffusione e le varianti
Il successo di “apericena” ha generato numerose imitazioni e varianti, alcune riuscite altre meno:
Aperipranzo: aperitivo che sostituisce il pranzo (meno diffuso perché gli orari di lavoro rendono difficile questa pratica).
Apericibus: in alcuni locali, buffet dell’aperitivo particolarmente abbondante (fusione di aperitivo + cibus, latino per cibo).
Happy hour: l’espressione inglese, già diffusa prima di “apericena”, è rimasta in uso come alternativa più internazionale.
Inoltre, il modello dell’apericena si è esteso anche al brunch domenicale, creando una sovrapposizione di fenomeni socio-gastronomici simili.
Nonostante la sua ampia diffusione nell’uso quotidiano, “apericena” ha avuto un’accoglienza relativamente lenta nei dizionari ufficiali della lingua italiana. Alcuni vocabolari più aggiornati e attenti ai neologismi l’hanno inclusa, definendola come “consumazione che sostituisce insieme l’aperitivo e la cena” o formulazioni simili.
Il Vocabolario Treccani online la riporta, segnalando la sua natura di neologismo e la sua diffusione nell’italiano contemporaneo, specialmente settentrionale. Altri dizionari l’hanno inserita nelle appendici dedicate ai neologismi o alle “parole nuove”.
Questa inclusione lessicografica sancisce il riconoscimento ufficiale della parola come parte integrante del vocabolario italiano contemporaneo, non più semplice gergalismo o moda passeggera.
Il valore sociolinguistico
Dal punto di vista sociolinguistico, “apericena” è interessante perché:
Documenta un cambiamento sociale: la trasformazione delle abitudini alimentari e ricreative degli italiani urbani.
Riflette l’innovazione lessicale spontanea: non è stata coniata da pubblicitari o istituzioni ma è emersa spontaneamente dall’uso.
Mostra la produttività del meccanismo della parola-macedonia: dimostra che questo procedimento di formazione lessicale è vivo e vitale in italiano.
Evidenzia differenze geografiche: la diffusione diseguale della parola (molto usata al Nord, meno al Sud) riflette differenze culturali e sociali nel territorio italiano.
Quale sarà il destino di questa parola? Alcune possibilità:
Stabilizzazione: potrebbe consolidarsi definitivamente nel lessico italiano standard, perdendo la connotazione di neologismo per diventare parola comune.
Specializzazione: potrebbe mantenere un uso circoscritto a certi contesti (urbano, giovanile, settentrionale) senza diventare universale.
Obsolescenza: se il fenomeno sociale dell’apericena dovesse tramontare, anche la parola potrebbe cadere in disuso.
Esportazione: potrebbe essere adottata in altre lingue (come è successo a “aperitivo” stesso) per designare il fenomeno anche fuori dall’Italia.
Attualmente sembra che “apericena” stia percorrendo la strada della stabilizzazione: è ampiamente usata, compresa, riconosciuta, e il fenomeno sociale che designa appare consolidato piuttosto che transitorio.
“Apericena” è molto più di una semplice parola. È la testimonianza di come la lingua sia organismo vivo che si adatta ai cambiamenti sociali, creando continuamente nuove parole per nominare nuove realtà. È la dimostrazione che la creatività linguistica non è appannaggio solo di poeti e scrittori ma appartiene a tutti i parlanti, che spontaneamente inventano, adattano, diffondono nuovi termini.
È anche un piccolo specchio dei cambiamenti nella società italiana contemporanea: l’urbanizzazione, i nuovi ritmi di lavoro, la ricerca di socialità informale, il cambiamento delle abitudini alimentari, la crescente influenza dei modelli di consumo urbani settentrionali.
Che si approvi o meno il fenomeno sociale (c’è chi vede l’apericena come degrado della cultura gastronomica italiana, chi come evoluzione pragmatica), la parola “apericena” è qui per restare, almeno per il momento. E con la sua presenza nel vocabolario quotidiano, ci ricorda che la lingua italiana è viva, creativa, capace di rinnovarsi per rispondere alle esigenze espressive di una società in continua trasformazione.
La prossima volta che userete questa parola – magari proponendo a un amico “ci facciamo un’apericena?” – ricordate che state partecipando a quel processo continuo di creazione linguistica che mantiene viva e vitale la nostra lingua.
