Nel ricco vocabolario della lingua italiana relativo al mondo dell’istruzione, due termini vengono spesso usati come sinonimi ma celano in realtà sfumature di significato importanti: “alunno” e “studente”. Sebbene entrambi indichino persone impegnate in un percorso di apprendimento, la distinzione tra i due termini non è arbitraria ma riflette differenze di età, livello scolastico, etimologia e persino concezione pedagogica. Comprendere questa distinzione significa addentrarsi non solo in una questione lessicale, ma anche in una riflessione più ampia sul sistema educativo e sui diversi gradi di autonomia nell’apprendimento.
Dall’etimologia all’utilizzo nella lingua italiana
La differenza tra i due termini emerge chiaramente dalle loro radici etimologiche. “Alunno” deriva dal latino “alumnus”, participio futuro passivo del verbo “alere” (nutrire, far crescere). L’alumnus era letteralmente “colui che deve essere nutrito”, “colui che viene allevato”. Il termine porta quindi con sé l’idea di una persona che riceve nutrimento, sia fisico che intellettuale, da qualcun altro. C’è una dimensione passiva, di dipendenza, di accudimento.
“Studente”, invece, deriva dal latino “studens”, participio presente del verbo “studere” (applicarsi, dedicarsi con impegno, sforzarsi). Lo studente è quindi “colui che studia”, “colui che si applica attivamente”. Il termine implica autonomia, iniziativa personale, impegno volontario. Non è qualcuno che viene nutrito passivamente, ma qualcuno che attivamente cerca la conoscenza.
Questa differenza etimologica non è un semplice dato storico ma continua a informare l’uso contemporaneo dei due termini, segnalando diversi gradi di maturità e autonomia nel percorso educativo.
L’uso secondo il livello scolastico
Nell’italiano standard contemporaneo, la distinzione più netta tra “alunno” e “studente” si basa sul livello di istruzione:
Alunno si usa prevalentemente per i bambini e i ragazzi che frequentano la scuola primaria (elementare) e la scuola secondaria di primo grado (media). Si parla quindi di “alunni di quinta elementare” o “alunni della scuola media”. L’uso del termine si estende talvolta anche ai primi anni della scuola secondaria di secondo grado (superiore), ma diventa progressivamente meno comune.
Studente si usa invece per chi frequenta la scuola secondaria di secondo grado (superiori) e, soprattutto, l’università. Si dice “studenti del liceo” o “studenti universitari”. Il termine è considerato più appropriato quando ci si riferisce a giovani adulti impegnati in studi di livello superiore.
Questa distinzione riflette un cambio di prospettiva pedagogica: i più piccoli sono ancora “alunni” che vengono nutriti di conoscenza in un contesto protetto e guidato; i più grandi sono “studenti” che si assumono una responsabilità maggiore nel proprio percorso di apprendimento.
La dimensione anagrafica e di autonomia
Collegata al livello scolastico c’è naturalmente la dimensione anagrafica. Gli alunni sono tipicamente bambini e preadolescenti (dai 6 ai 14 anni circa), mentre gli studenti sono adolescenti e giovani adulti (dai 14 anni in su). Ma la distinzione non è puramente cronologica: ha a che fare con il grado di autonomia e maturità.
L’alunno è ancora in una fase di sviluppo in cui necessita di guida costante, di “nutrimento” educativo somministrato da figure adulte (insegnanti, genitori). Il suo apprendimento è fortemente eterodeterminato: sono gli altri a decidere cosa, come e quando imparare.
Lo studente, pur inserito in un percorso istituzionale, ha raggiunto un grado di autonomia maggiore. È capace di studio individuale, di organizzare il proprio tempo, di fare scelte (seppur limitate) sul proprio percorso formativo. L’apprendimento diventa progressivamente autodeterminato.
Le sfumature nell’uso contemporaneo
Nell’uso concreto, la distinzione non è sempre rigida e possono esserci sovrapposizioni o preferenze regionali e istituzionali. Alcune scuole superiori preferiscono usare “alunni” anche per i sedicenni, mentre altre optano per “studenti” fin dal primo anno. Le università usano esclusivamente “studenti”, mai “alunni”, segno che a quel livello la maturità e l’autonomia sono date per acquisite.
Interessante notare che in alcuni contesti formali e burocratici si preferisce “alunni” per chiarire che si tratta di persone ancora in età scolare e sotto la responsabilità di istituzioni educative obbligatorie. “Studenti”, invece, ha talvolta una connotazione di maggiore libertà e scelta: si è studenti anche quando si sceglie di frequentare un corso serale o un master, situazioni in cui nessuno userebbe mai “alunni”.
Le implicazioni pedagogiche
La distinzione tra alunno e studente non è solo terminologica ma riflette anche diverse concezioni pedagogiche. Il modello dell’alunno che viene “nutrito” rimanda a una pedagogia più trasmissiva, in cui l’insegnante è depositario del sapere che trasferisce agli alunni. È un modello ancora appropriato per i più piccoli, che hanno effettivamente bisogno di guida strutturata.
Il modello dello studente che “studia” attivamente rimanda invece a una pedagogia più costruttivista, in cui l’apprendente è protagonista attivo del proprio percorso di conoscenza. L’insegnante (o meglio, il docente universitario) diventa facilitatore piuttosto che nutritore.
Questa evoluzione rispecchia le tappe dello sviluppo cognitivo: dal pensiero concreto e guidato del bambino al pensiero astratto e autonomo dell’adolescente e del giovane adulto.
La distinzione si riflette anche nei termini correlati. Si parla di “compagni di classe” per gli alunni, di “colleghi di corso” per gli studenti universitari. Gli alunni hanno “maestri” o “professori”, gli studenti universitari hanno “docenti” o “professori universitari”. Gli alunni ricevono “voti” o “giudizi”, gli studenti sostengono “esami” e ricevono “valutazioni”.
Anche il linguaggio amministrativo riflette questa distinzione: si parla di “registro degli alunni” nella scuola dell’obbligo, di “libretto universitario” o “carriera dello studente” all’università.
Eccezioni e usi particolari
Esistono alcuni contesti in cui i termini vengono usati in modo particolare. Ad esempio, nelle scuole di musica o di arte si può parlare di “allievi” (termine che enfatizza il rapporto personale con un maestro) indipendentemente dall’età. Nelle scuole di specializzazione post-universitaria si usano termini specifici come “specializzandi” o “dottorandi”.
Inoltre, “studente” può essere usato in senso più ampio per indicare chiunque stia studiando qualcosa, anche autodidatta: “sono studente di filosofia” può riferirsi a chi legge filosofia per conto proprio. “Alunno”, invece, implica sempre un contesto istituzionale formale.
Interessante notare che questa distinzione non esiste in tutte le lingue. L’inglese, ad esempio, usa prevalentemente “student” per tutti i livelli (anche se esiste “pupil” per i più piccoli, ma è meno comune), mentre il francese distingue tra “élève” (più simile ad alunno) e “étudiant” (studente universitario). L’italiano, mantenendo entrambi i termini con usi distinti, preserva una sfumatura semantica che altre lingue hanno parzialmente perso.
La distinzione tra “alunno” e “studente” è quindi molto più di una semplice questione di età o livello scolastico. È una distinzione che riflette concezioni diverse dell’apprendimento, gradi diversi di autonomia, rapporti diversi con la conoscenza. L’alunno viene nutrito, lo studente si nutre; l’alunno riceve, lo studente cerca; l’alunno è guidato, lo studente si orienta.
Usare correttamente questi termini significa riconoscere il percorso di crescita che porta dalla dipendenza educativa dell’infanzia all’autonomia intellettuale dell’età adulta. E forse, nel passaggio da alunno a studente, si compie una delle transizioni più significative della vita: quella da chi viene formato a chi si forma, da chi apprende passivamente a chi studia attivamente, da chi viene nutrito di sapere a chi diventa artefice del proprio percorso di conoscenza.
